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PENSIONI: I COMUNI MORTALI PIANGONO, AL SENATO RIDONO
Di Admin (del 12/08/2009 @ 18:31:28, in Articoli, linkato 8906 volte)

Viaggio nel paradosso delle pensioni. I giovani sono a rischio povertà, i commessi del Senato ricchissimi
Il tracollo delle pensioni sarà evitato. No, le pensioni non sono destinate a crescere nei prossimi anni ma aumenterà invece la vita media. Vivremo di più, saremo più produttivi e soprattutto una schiera di immigrati pagherà i contributi anche per noi.
Non c'è, però, da stare allegri. I figli se la passeranno peggio dei padri. Per far si che il proprio assegno sia almeno vicino a quello dei genitori, i giovani dovranno rassegnarsi ad andare in pensione più tardi, almeno dieci anni più tardi. Nessuna illusione: l'assegno previdenziale sarà assai più basso dell'ultima busta paga ricevuta. L'unico sistema per evitare rendite troppo povere sarà quello di ricorrere alla previdenza integrativa.
Sono questi i risultati di uno studio compiuto dal Cnel e dal Cer, svolto intersecando le linee della demografia, del Pil, dell'occupazione e della durata della qualità del lavoro, che ci dipingono il triste scenario di come sarà la nostra previdenza da oggi al 2050.
In questo periodo di tempo la tenuta dei conti dovrebbe restare salda, il Pil continuerà a crescere fino al 2010 ma poi si stabilizzerà fra il 13,6 ed 14%, grazie anche al passaggio tra sistema retributivo e sistema contributivo.
Chi può già avvalersi oggi del sistema retributivo va in pensione con il 67% dello stipendio, chi invece abbandonerà il lavoro tra il 2020 ed il 2030, invece, potrà contare su un assegno tarato sul 62% dell'ultima retribuzione. Numeri che sono destinati a ridursi sempre più. Un neo-pensionato del decennio successivo partirà da una base del 55%. Andrà ancora peggio a coloro che lasceranno la propria occupazione tra il 2040 ed il 2050 che dovranno accontentarsi solo del 48%. In poche parole, per poter godere dello stesso tenore di vita dei propri padri, un giovane lavoratore dipendente dovrà lavorare rispettivamente un anno di più, tre anni di più e cinque anni e mezzo in più, da sommare ai sessantuno già considerati età minima pensionabile.
Il quadro negativo non si ferma qui. L'assegno, infatti, è indicizzato alle pensioni ma non al Pil e, di conseguenza, diventeremo inevitabilmente più poveri. Un esempio? Chi andrà in pensione nel 2024, il caso dei cinquantenni di oggi, avrà un assegno che varrà il 57% dell'ultimo stipendio. Ma per coloro che diventeranno pensionati solo vent'anni dopo la stessa rendita, tenuto conto di svalutazione e perdita del potere d'acquisto, varrà solo il 37% di quello che sarà il salario medio. I giovani quindi vivranno di più, cominceranno a lavorare più tardi e andranno in pensione molto dopo aver raggiunto l'età minima pensionabile, ma la loro pensione sarà a serio rischio povertà.
Il caso del Senato
Non tutti, però, piangono per il loro futuro. Ci sono ambiti che rendono assai bene nonostante il lavoro non sia di grandissimo prestigio o impegno psicologico e fisico. È il caso della pensione che spetta ai commessi del Senato. Ottomila euro lordi al mese per quindici mensilità. Impossibile? Assolutamente no, è quanto è recentemente accaduto ad un neo-pensionato cinquantaduenne che da poco ha lasciato il suo incarico. Non solo, leggendo il bilancio di previsione 2009, approvato dal Consiglio di previdenza di palazzo Madama lo scorso 21 aprile, si scopre che negli ultimi due anni i costi per pagare le pensioni hanno subito un incredibile boom.
Nessun errore, i numeri parlano chiaro. Nel biennio tra il 2007 ed il 2009 tali costi sono passati da 77,9 milioni a quasi 90 milioni di euro, una crescita del 14,3%. Non considerando le pensioni di reversibilità, quelle cioè corrisposte ai superstiti, l'incremento è stato ancora maggiore: +15,6%, ovvero 10 milioni e 800 mila euro in più.
Quest'anno, se le previsioni verranno rispettate, la spesa per le pensioni “dirette” sfiorerà gli 80 milioni, 79 milioni e 950 mila euro per l'esattezza. Una cifra da dividere tra i 598 dipendenti pensionati a cui spetterà la clamorosa cifra di 133.695 euro a testa. Quindici volte e mezzo l'importo di una pensione media dell'Inps.
Somme difficilmente pensabili per i comuni mortali ma non per i dipendenti del Senato, i cui stipendi seguono la dinamica di quelli pagati ai senatori. Un caso unico che non si rispecchia in quelli di Camera e Quirinale che hanno intrapreso misure per l'adeguamento all'inflazione programmata del prossimo triennio. In Senato, infatti, l'aumento della spese per le pensioni ha risucchiato la maggior parte dei tagli previsti per il bilancio di palazzo Madama.
Per parlare di cifre concrete, come evidenzia il Corriere della Sera, la maggiore spesa previdenziale rappresenta più del doppio del risparmio sui contributi ai gruppi parlamentari ottenuta con la riduzione del numero dei partiti presenti in Senato.
Anche a Montecitorio non se la passano male. Tra il 2007 ed il 2009 l'aumento della spesa previdenziale è stato del 14,2% e, solo quest'anno, le pensioni dirette e di reversibilità peseranno sul bilancio della Camera per 191 milioni, 24 milioni in più rispetto a due anni fa.
Due pesi e due misure, quindi, tra dipendenti di Camera e Senato e comuni mortali. In Senato, per esempio, chi è stato assunto prima del 1998 può ancora oggi andare in pensione a cinquant'anni (non i sessantuno previsti per gli altri) con una minima penalizzazione del 4,5% se ha raggiunto quota 109 tra la somma dell'età anagrafica, degli anni di contributi e dell'anzianità al servizio dello Stato.
Chi invece preferisce aspettare i cinquantatré anni, con la stessa quota 109, godrà di una pensione pari all'80% dell'ultimo stipendio senza alcuna penalizzazione.
Altri dettagli vanno sottolineati. I dipendenti del Senato assunti prima del 1998 sono la stragrande maggioranza, 609 su 1.004, e la loro pensione si calcola sulla base di un sistema retributivo puro, cioè in percentuale dello stipendio e non in rapporto ai contributi effettivamente versati come avviene con il sistema contributivo.
Del sistema retributivo si gioveranno anche i 395 dipendenti assunti dopo il 1998, anche se per loro, il consiglio di previdenza ha fissato un limite minimo all'età pensionabile di cinquantasette anni. Per godersi una pensione dorata, quindi, dovranno aspettare ben sette anni di più dei loro colleghi più anziani. L'equità, però, è arrivata anche al Senato tanto che tutti i dipendenti assunti dopo il 2007 saranno costretti ad accontentarsi del sistema contributivo. Ah, giusto, e quanti sono questi “sfortunati”? Zero per ora.
Fonte : www.progressonline.it