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I grandi spiriti hanno sempre incontrato violenta opposizione da parte delle menti mediocri

Albert Einstein
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 29/10/2010 @ 09:08:43, in Video, linkato 272 volte)
Il giornalista di Sky Sport racconta cosa vuol dire viaggiare al seguito dei militari italiani. Dalla vestizione, giubbetto antiproiettile ed elmetto, al primo pattugliamento notturno.
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Di Admin (del 26/10/2010 @ 09:59:55, in Estero, linkato 127 volte)
Entro il 2016 metà del carburante usato dai jet da combattimento americani verrà da biomasse. Lo ha affermato un ufficiale dell'aviazione statunitense in occasione del primo volo di un caccia F-15 con un propellente derivato per metà da grasso di manzo. In questo momento, riferisce il sito di Scientific American, tutti i jet statunitensi, compresi quelli usati dalla Marina, tranne i droni sono stati omologati per usare biocarburanti. "Entro cinque anni almeno metà dei carburanti che useremo saranno di origine naturale - ha spiegato Jeff Braun, un ufficiale dell'Esercito, alla rivista - che sono competitivi dal punto di vista dei costi e permettono anche una minore emissione di CO2". La marina militare Usa, aggiunge la rivista, sta già usando un carburante derivato da un fiore simile alla senape, e l'esercito ha un progetto per produrre carburante dai propri rifiuti, in modo da non doversi preoccupare degli approvvigionamenti nei teatri di guerra. La sola Air Force consuma ogni anno 2.400 milioni di metri cubi di carburante, pari a quelli di una piccola compagnia aerea.
http://notizie.virgilio.it
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Di Admin (del 18/10/2010 @ 15:04:49, in Estero, linkato 223 volte)


Sa di incredibile la storia di un soldato britannico di 25 anni, sopravvissuto a un colpo di arma da fuoco che l'ha colpito in piena testa. Come riporta il Sun, Liam Brentley stava combattendo in Afghanistan nel corpo del Marine quando è rimasto vittima di un attacco talebano: un proiettile lo colpì sulla tempia sinistra, e forandogli il cranio uscì appena sotto l'orecchio. Il giovane fu operato d'urgenza e trasportato immediatamente in Gran Bretagna. Ai familiari e alla compagna, Samantha, 29 anni e un bambino in arrivo, fu detto di prepararsi al peggio. Ma a distanza di quattro mesi dall'incidente, Liam ha recuperato tutte le sue funzioni vitali, è tornato a parlare normalmente e a camminare. "Dicono che sono un miracolo vivente - ha raccontato il ragazzo al Sun - Non so proprio spiegare come uno possa essere colpito in testa da un proiettile e rimanere vivo". Una spiegazione possibile, però, c'è: gli occhialetti a mascherina indossati dal Marine avrebbero deviato la traiettoria del proiettile, che in questo modo non ha danneggiato le aree più importanti del cervello. Il giovane Liam ha comunque perso l'udito all'orecchio sinistro e presenta alcuni problemi, come la perdita di memoria a breve termine. I chirurgi hanno dovuto anche rimuovere parte del cervello e della scatola cranica, rimasta concava. Ma, i medici sono i primi a dirlo, si tratta di una storia incredibile e a lieto fine, che Liam potrà raccontare alla sua bambina Isabella, nata nel frattempo.
Fonte: www.leggonline.it
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Di Admin (del 09/10/2010 @ 13:50:33, in Estero, linkato 4815 volte)


Il gruppo di soldati vittima di un'imboscata mentre si trovava nella valle del Gulistan. Al passaggio del mezzo sul quale viaggiavano esploso un ordigno potentissimo che ha distrutto il blindato 'lince' poi un attacco con armi leggere


AFGHANISTAN - Quattro militari italiani sono morti e uno è rimasto ferito in modo grave nella zona di Farah, in Afghanistan. I militari, che erano tutti alpini, sono stati vittime di un'imboscata alle 9.45 ora locale (le 7.15 in Italia) al ritorno da una missione, mentre si trovavano nella valle del Gulistan, nella provincia di Farah. Il mezzo su cui viaggiavano è stato prima colpito da un ordigno e poi attaccato con colpi di arma da fuoco. Il militare ferito, ha detto il generale Massimo Fogari, capo ufficio stampa del ministero della Difesa ai microfoni di Sky Tg24, è stato soccorso e trasportato con un elicottero nella base di Delaram, il luogo più vicino a quello dell'attentato.

Erano tutti in forza al settimo reggimento alpini di stanza a Belluno, inquadrato nella brigata Julia, i cinque militari coinvolti nell'attentato. Nello scoppio, spiega una nota del Regional Command West di Isaf, hanno perso la vita il primo caporal maggiore Gianmarco Manca (nato ad Alghero il 24 settembre 1978), il primo caporal maggiore Francesco Vannozzi (nato a Pisa il 27 marzo 1984), il primo caporal maggiore Sebastiano Ville (nato a Lentini, provincia di Siracusa, il 17 settembre 1983) e il caporal maggiore Marco Pedone (nato a Gagliano del Capo, in provincia di Lecce, il 14 aprile 1987). Il militare rimasto ferito è il caporal maggiore scelto Luca Cornacchia (nato a Pescina, in provincia dell'Aquila, il 18 marzo 1979), che, conclude la nota, è cosciente, ha riportato ferite a un piede e traumi da esplosione ma non è in pericolo di vita. Attualmente si trova ricoverato presso l'ospedale da campo statunitense di Delaram, da dove ha raggiunto telefonicamente la moglie per aggiornarla sulle proprie condizioni.
I cinque si trovavano a bordo di un veicolo blindato che faceva parte del dispositivo di scorta a un convoglio di 70 camion civili che rientravano verso ovest dopo aver trasportato materiali per l'allestimento della base operativa avanzata di Gulistan, denominata 'Ice'. Dopo l'esplosione che ha coinvolto il mezzo italiano un gruppo di talebani ha attaccato la colonna con armi da fuoco. Gli italiani hanno risposto e li hanno messi in fuga. Secondo le prime ricostruzioni è stato uno 'ied', ordigno esplosivo improvvisato ma potentissimo, quello che ha investito in pieno un blindato 'lince', che questa volta - a differenza di molte altre - non ha retto all'urto. Il mezzo, sul quale viaggiavano tutti e quattro i militari uccisi e il ferito, è andato distrutto. Il distretto di Gulistan, a circa 200 chilometri a est di Farah, al confine con l'Helmand è uno dei tre distretti di cui solo di recente è stata affidata la responsabilità ai militari italiani.
Fonte: www.repubblica.it

Chi sono i militari colpiti in Afghanistan

HERAT (Afghanistan) - Hanno tutti meno di 35 anni gli alpini caduti nell'esplosione di un ordigno che ha investito un blindato Lince che faceva parte di un'autocolonna che scortava un convoglio di mezzi civili, al rientro da una missione, nella valle del Gulistan, nella provincia di Farah. Il ferito si chiama Luca Cornacchia e ha 38 anni.

GIANMARCO MANCA. Il caporalmaggiore Gianmarco Manca aveva 32 anni ed era originario di Alghero, in provincia di Sassari. Era celibe e orfano di padre. Il militare aveva festeggiato il compleanno il 24 settembre scorso. Manca era di stanza al settimo Reggimento Alpini di Belluno: lascia la madre e una sorella, che vivono ad Alghero e sono state informate stamane dal comando di appartenenza del caporalmaggiore.

MARCO PEDONE. Il caporalmaggiore Marco Pedone aveva 23 anni ed era nato a Gagliano del Capo, in provincia di Lecce. Anche lui non era sposato.

FRANCESCO VANNOZZI. Il caporalmaggiore Vannozzi aveva 26 anni ed era nato a Pisa (qui il suo profilo su facebook). Vannozzi non era sposato.

SEBASTIANO VILLE. Il maresciallo Sebastiano Ville aveva 27 anni. Originario di Francofonte (in provincia di Siracusa), faceva parte degli alpini ed era di stanza a Belluno.

LUCA CORNACCHIA. Il ferito è il caporalmaggiore scelto Luca Cornacchia, nato a Pescina, in provincia dell'Aquila, il 18 marzo 1972. Cornacchia, che proprio poche ore prima aveva espresso su Facebook la sua volontà di tornare a casa, è cosciente e ha riportato ferite a un piede e traumi da esplosione, ma non è in pericolo di vita. Il caporal maggiore ha telefonato personalmente alla moglie per aggiornarla sulle proprie condizioni.





La maggior parte vittima di attentati e scontri a fuoco. Gli ultimi due anni i più cruenti per i nostri soldati, impegnati con la missione Isaf.

Sale a 34 il numero dei caduti in Afghanistan dall'inizio della missione Isaf, nel 2004. Di questi, la maggioranza e' rimasta vittima di attentati e scontri a fuoco, altri invece sono morti in incidenti, alcuni anche per malore ed uno si è suicidato. Già dodici le vittime in questo 2010. Furono nove nel 2009. Gli ultimi due sono stati gli anni più cruenti per gli italiani.

Ecco i nomi dei militari italiani morti dal 2004: 

Caporal maggiore GIOVANNI BRUNO - 3 ottobre 2004
Capitano di fregata BRUNO VIANINI - 3 febbraio 2005
Caporal maggiore capo MICHELE SANFILIPPO - 11 ottobre 2005
Tenente MANUEL FIORITO e maresciallo LUCA POLSINELLI - 5 maggio 2006
Tenente colonnello CARLO LIGUORI - 2 luglio 2006
Caporal maggiore GIUSEPPE ORLANDO - 20 settembre 2006
Caporal maggiori GIORGIO LANGELLA e VINCENZO CARDELLA - 26 settembre 2006
Agente Sismi LORENZO D'AURIA - 24 settembre 2007
Maresciallo capo DANIELE PALADINI - 24 novembre 2007
Maresciallo GIOVANNI PEZZULO - 13 febbraio 2008
Caporal maggiore ALESSANDRO CAROPPO - 21 settembre 2008
Maresciallo ARNALDO FORCUCCI - 15 gennaio 2009
Caporal maggiore ALESSANDRO DI LISIO - 14 luglio
Tenente ANTONIO FORTUNATO, Sergente Maggiore ROBERTO VALENTE,
Primo caporal maggiore MATTEO MUREDDU, Primo Caporal Maggiore
GIANDOMENICO PISTONAMI, Primo Caporal Maggiore MASSIMILIANO
RANDINO, Primo Caporal Maggiore
DAVIDE RICCHIUTO - 17 settembre 2009
Caporal maggiore ROSARIO PONZIANO - 15 ottobre 2009
Agente Aise PIETRO ANTONIO COLAZZO - 26 febbraio 2010
Sergente MASSIMILIANO RAMADU' e caporalmaggiore LUIGI PASCAZIO - 17 maggio 2010
Caporal maggiore scelto FRANCESCO SAVERIO POSITANO - 23 giugno 2010
Capitano MARCO CALLEGARO - 25 luglio 2010
Primo maresciallo MAURO GIGLI e caporal maggiore capo
PIERDAVIDE DE CILLIS - 28 luglio 2010
Tenente ALESSANDRO ROMANI - 17 settembre 2010.
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Di Admin (del 05/10/2010 @ 15:56:22, in Rassegna-stampa, linkato 351 volte)



Le nostre truppe partono e tornano dalle missioni di pace nei teatri di guerra senza alcun tipo di supporto psicologico. Questa è una realtà. Tanto più incomprensibile se si considera che, allo stesso tempo, sull’onda di una campagna stampa di parte e mirata, si è provveduto ad ottenere il sostegno per presunte patologie da uranio impoverito, sebbene anche secondo il parere dell’Onu, non esiste una correlazione fra l’aver operato in contesto dove erano presenti esalazioni di uranio impoverito e insorgenza di patologie tumorali. Eppure i militari che si recano e che tornano dalle missioni, vengono sottoposti al test per l’uranio. Quello del disagio psicologico delle milizie italiane nel post-missione, al contrario, è un fronte su cui nessuno intende esporsi. Ignorato dall’opinione pubblica e trattato dai media solo superficialmente. Eppure il dato che i reparti in missione di guerra sono sempre gli stessi, con gli stessi uomini, perché i tenenti colonnelli di oggi hanno praticamente partecipato a tutte le missioni di guerra cui in cui l’Italia è stata presente negli ultimi decenni, dovrebbe catturare l’attenzione delle istituzioni e dei media. In Italia siamo ben lontani dagli allarmanti dati diffusi dal Veteran Affairs Departiment sulla media di trenta veterani che quotidianamente provano a togliersi la vita e di cui 18 ci riescono. Negli States, dove dei circa 25 milioni di veterani di guerra un milione e mezzo sono reduci dall’Iraq e dall’Afghanistan, il fenomeno è diventato un vero assillo per la Difesa a stelle e strisce. E ha spinto il governo ad investire milioni di dollari in campagne di prevenzione e assistenza psicologica e psichiatrica anche per i soldati di ritorno dai fronti di conflitto iracheno e afghano. Mentre si discute se in Iraq si sta vincendo o perdendo la battaglia per la democrazia, quindi, le misure ‘salva vita’ messe in campo negli Stati Uniti per fronteggiare quel che succede ai soldati in patria, anche se insufficienti ad arginare il fenomeno dei disturbi mentali post traumatici, costituiscono un primo passo per la riabilitazione e l’assistenza. Che si avvale di una help line in cui vengono registrate diecimila chiamate al mese e che salva circa 250 soldati l’anno dal gesto estremo e di campagne di prevenzione presenti su siti governativi che illustrano i comportamenti sospetti e sollecitano la richiesta di aiuto in caso di conoscenza di soggetti a rischio. La sensibilità verso i disturbi da stress post traumatico è alta anche in Gran Bretagna, dove per i soldati di Sua Maestà britannica andati al fronte è stato istituito il cosiddetto “suicide watch”, campagna di prevenzione che tappezza i muri delle caserme e delle basi da campo in cui si sollecita a tenere sotto controllo i propri compagni poiché “non tutte le ferite sono visibili” e a “parlare con qualcuno nella catena di comando”. Analoga attenzione in Spagna: Al rientro, anche se non si è reduci da traumi particolari, si viene indirizzati a sostenere colloqui con psicologi. Il quadro delle misure preventive e di assistenza psicologica in Italia, invece, è ben diverso e infinitamente meno qualificante. Anche se le cifre dei disagi psichici dei militari in Italia non sono paragonabili a quelle americane. Ma i disagi psicologici delle truppe rientrate dalle missioni in teatri di guerra sono una realtà anche da noi. Che si consuma su piani diversi. Su quello della mancanza, in moltissimi casi, di supporto organizzativo sia al momento dell’arrivo del telegramma di missione fuori area sia nella fase di rientro, su quello della motivazione delle truppe. Da quando, sotto la presidenza Scalfaro, si è imposta una sorta di spalmatura simil-sindacale dei riconoscimenti per merito, sul modello del premio per i lavoratori, che vuole tutti uguali e sventa i rischi di risentimenti ‘superiori’ con soldati semplici valorosi, e che spazza via qualsiasi criterio meritocratico. Chi, spingendosi ben oltre il proprio dovere di soldato, si distingue per coraggio ed eroismo, si vede negare gli encomi meritati e motivanti. Tutti soddisfatti? No, molti frustrati e avviliti. E al rientro spesso destinati subito ad altre missioni, in un meccanismo tritacarne che non prevede la minima attenzione al loro vissuto sul campo. Ma vediamo come il Ministero della Difesa italiano affronta la questione. Sul sito del dicastero alla voce assistenza psicologica si trovano soltanto alcune sentenze emesse dal tribunale militare nel triennio che va dal 1994 al ’97 per reati commessi da militari nel 1943 e nel 1946. Digitando invece assistenza psicologica ai soldati reduci da missioni di guerra, si legge: Risultati 0. Appunto, la sensazione è che nemmeno le istituzioni possano riconoscere l’esistenza di una criticità nel sistema militare che riguarda i nostri soldati. Le diciture che indicano le diverse missioni e le regole di ingaggio, narrano tutte ipocritamente di interventi pacifici nel rispetto della Costituzione, ma i soldati dietro le formule delle regole di ingaggio che, ancora, in alcuni casi, impediscono loro di fatto, di difendersi, sul campo ‘di pace’ combattono realmente e sono esposti a tutti i traumi bellici che lo i rischi, lo scontro e la difesa dagli attacchi e dalle deflagrazioni di ordigni esplosivi comportano.. Perché non fare i conti anche nel nostro paese con i meccanismi che l’animo e lo psichismo umano mettono in gioco per rispondere allo stress accumulato in missione? Il flower-power per cui è addestrata l’unità sperimentale americana New Earth Armye di cui racconta il film ‘L’uomo che fissa le capre’ resta narrazione cinematografica e la possibilità di fronteggiare il nemico con il potere della mente è ancora lontana. Ciò che è vicina, al contrario, è l’urgenza e il dovere di riconoscere che la gestione delle truppe al rientro dalle missioni di guerra è una necessità non circoscritta alle situazioni in cui il disagio psichico ha preso la china dell’emergenza sanitaria ma riguarda il comparto militare nel suo complesso. E non può limitarsi ad interventi di psicologi mandati nei teatri di guerra capaci soltanto di suggerire di non andarsela a cercare a militari che hanno scelto di onorare il loro giuramento e, magari, anche di difendersi. Con l’aggiunta di una considerazione ‘di sistema’ non peregrina legata alla circostanza, tutta italiane, della limitata disponibilità di truppe che impone ai soldati di ripetere almeno due volte le missioni di guerra nell’arco di un anno. Se anche si volesse sorvolare sull’aspetto meramente umano, come ignorare che la partecipazione dei nostri soldati, sempre gli stessi, ad almeno dodici missioni, con tutto lo stress che questo comporta, a lungo termine potrebbe sia incentivare una fuoriuscita dai reparti militari sia rappresentare un deterrente nei confronti di chi nell’esercito deve ancora entrare e ha davanti a sé una prospettiva di sovraccarico psichico, da sostenere tutto sulle proprie spalle? Basta pensare che soltanto in Afghanistan dall’inizio delle operazioni di Enduring freedom e poi con l’Aisaf ogni singolo reparto fa turni di quattro mesi con una media annuale di almeno una missione all’anno. L’Italia conta su 9300 militari impiegati all’estero in 33 missioni in 21 paesi. In Afghanistan 3300 militari Isaf ed Eupol e 1900 in Libano. Siamo il primo paese contributore di caschi blu tra i partners del G8, il secondo dell’Unione Europea per numero di uomini impegnati nelle missioni all’estero e nono contributore alle operazioni ONU militari e di polizia. Dati cui, tutto sommato, si potrebbe guardare con orgoglio. E che sollecitano una presa in carico seria da parte delle istituzioni di chi torna e può ritrovarsi a gestire in solitudine, nell’indifferenza della stessa Arma, il proprio disagio.

fonte: www.opinione.it
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