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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 27/02/2007 @ 18:50:51, in News, linkato 1318 volte)
Roma, 27 feb. - (Adnkronos) - ''Un consiglio all'amico Arturo Parisi: in queste ore di dibattito al Senato sulla fiducia al Governo, sia per non danneggiare Romano Prodi sia per non scivolare nel ridicolo, non tanto in Italia ove, salvo che a lui, ai militari, agli amici della sinistra radicale e a me, nulla importa di questi problemi, quanto negli ambienti della Nato, non parli di Afghanistan: ha creato gia' abbastanza guai a L'Unione con il suo discorso al Senato su Vicenza!". E' il 'consiglio' del senatore a vita Francesco Cossiga al ministro della Difesa, Arturo Parisi.
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Di Admin (del 21/02/2007 @ 19:26:19, in News, linkato 8291 volte)
(ANSA) - AOSTA, 21 FEB - Sono sessanta le donne soldato in forza al Centro addestramento alpino di Aosta e rappresentano il 24% delle truppe alpine presenti in Valle d'Aosta. Nessuna di esse per ora indossa i gradi di sottoufficiale o di ufficiale. E' nel corpo degli alpini che si registra nella regione la maggiore concentrazione di donne in divisa.
 Decisamente più contenuta la presenza femminile nella guardia di finanza, dove opera, su un totale di circa 300 militari, una sola donna, un ufficiale responsabile delle tenenza di Entreves, e nei carabinieri, con un maresciallo donna su 300 uomini. Nella polizia le donne sono 29 poco più del 7% su un totale di 374 persone in servizio. (ANSA).
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Di Admin (del 20/02/2007 @ 00:11:47, in Uranio, linkato 6195 volte)
Un giovane militare di 30 anni, Amedeo D’Inverno nativo di Acerra e già in servizio presso il 19° Reggimento Guide di Salerno, unità incardinata nella Brigata bersaglieri di Caserta è morto tre giorni fa a Roma per un tumore dovuto ad una presunta contaminazione da uranio impoverito. L’infausta notizia è stata resa nota da Domenico Leggiero, dell'Osservatorio militare, secondo il quale salgono così a 45 le vittime della cosiddetta Sindrome dei Balcani, mentre i malati sono 513. Il giovane, riferisce Leggiero, era un volontario dell'Esercito, che ha espletato missioni nell'area balcanica, dalla quale era tornato affetto da Linfoma di Hodgkin. Il linfoma di Hodgkin è un tumore maligno del sistema linfatico. Anche se le cause esatte del linfoma di Hodgkin sono tuttora sconosciute, la ricerca in questo senso prosegue incessantemente e molti la fanno risalire all’uranio impoverito di cui erano impregnati i proiettili che gli americani hanno sparato in grande quantità nei Balcani dal 1995 in poi. “Gli era stata riconosciuta la causa di servizio” - ha aggiunto l’ex sottufficiale – “ma non aveva ancora preso un soldo”. La morte è arrivata dopo una lunga malattia e quattro trapianti. I funerali di Amedeo D’Inverno, che avrebbe compiuto 30 anni il prossimo 16 marzo si sono già svolti ad Acerra, dove il militare era nato. La sua attività professionale si è svolta nel 19° Reggimento “Guide” di Salerno e “la missione nella Caserma “Tito Barrak” di Sarajevo” – ha sottolineato Leggiero – “gli è stata fatale”. Amedeo D’Inverno lascia la fidanzata ed i genitori, “che hanno dato fondo a tutte le già scarse risorse economiche che avevano per curare e stare vicino al loro caro fino all'ultimo momento”.
http://www.caserta24ore.it
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Di Admin (del 20/02/2007 @ 00:02:13, in Estero, linkato 2927 volte)
"I militari italiani non siano gli evangelizzatori dell'Afghanistan". Enrico Buemi, del SDI-Rosa nel Pugno commenta così la notizia apparsa sul Corriere della Sera. Il 15 febbraio il giornale titola: "Rimosso il portavoce italiano in Afghanistan".
 
"«Costruiamo una chiesa». Rimosso il portavoce italiano in Afghanistan" ha titolato su tre colonne il Corriere della Sera del 15 febbraio (riportiamo di seguito il testo integrale dell’articolo) in merito a una vicenda che ha visto il ministero degli Esteri risentirsi per la rivelazione di un impegno del nostro contingente nell'ex paese dei taliban, tanto da rimuovere il portavoce colpevole della frase incriminata. Un parlamentare, evidentemente laico, si è risentito, confondendo la forma con il contenuto, e dimenticando forse che la ricostruzione non è fatta solo di case e scuole.
 
"I militari italiani non siano gli evangelizzatori dell'Afghanistan". Enrico Buemi, dell'Esecutivo nazionale SDI-Rosa nel Pugno e responsabile Giustizia dello SDI, ha commenta così la notizia apparsa il 12 febbraio sul Corriere della Sera (riportiamo di seguito il testo integrale dell’intervista al tenente Nicola Piccola) secondo cui i militari italiani stanno costruendo ad Herat, in Afghanistan, una chiesa cattolica. "Il fatto in sé non sarebbe negativo - premette Buemi - ma il problema ci pare si ponga perché non pensiamo che i militari italiani abbiano il compito di promuovere la presenza della fede cattolica in quelle martoriate terre islamiche, ma bensì stabilizzare il processo democratico in quel paese mantenendo una posizione di non ingerenza sulle delicatissime questioni dei rapporti tra le religioni". "Ci chiediamo anche - continua l'esponente dello Sdi - se le risorse impegnate per questa realizzazione non sarebbero state più opportunamente impiegate per costruire qualcosa che potesse assomigliare ad una scuola, un ospedale, un acquedotto od una strada o anche solo ad un gruppo elettrogeno. Se vi fosse una presenza significativa di cattolici ad Herat, cosa che ci sembra dubbia - prosegue Buemi - non certo impegnando i militari italiani e le risorse per altro destinate, che si compie un'opera meritoria, ma ci parrebbe più opportuno che fossero le organizzazioni cattoliche italiane o di quanti altri pensano possa essere utile esportare in Afghanistan oltre che alcuni semi di democrazia, anche quelli del verbo del dio dei papi, ad utilizzare le risorse messe da loro a disposizione".
 
Intanto, la vicenda ha provocato anche la produzione di perle di "tolleranza e libertà" e ne diamo un esempio su un Blog ateista-anticlericale : "Abbiamo scoperto che cosa ci stiamo a fare in Afganistan : a costruire chiese. Lo racconta al Corriere della Sera il tenente Nicola Piccolo, uno dei 900 militari schierati a Herat (Afghanistan). Bene. Dunque a Herat i militari italiani con maestranze locali stanno costruendo una chiesa dedicata alla madonna. Nel paese dove i talibani hanno distrutto a cannonate le statue monumentali del Budda andiamo a spendere milioni dei contribuenti per una provocazione di nessuna utilità, tranne quella di farci accusare ancora una volta di colonialismo religioso. Ma stiamo lì per la democrazia o per fare propagnada a una delle tante versioni della menzogna globale a maggior gloria del Papa-Re Ratzinger?".
 
Forse, più che indignarsi sull'opportunità di mandare truppe all'estero per costruire templi, ci sarebbe da preoccuparsi per altro (a parte dell’indegnazione di un politico socialista "laico" o della dimostrazione di "libertà e tolleranza" in campo ateista-anticlericale): il fatto che in Afghanistan è vietato costruire chiese. È vietato ancora oggi, nonostante la "liberazione" dagli integralisti islamici che avevano fatto saltare le storiche statue di Buddha e costringevano le donne al burqa. Proprio l'Italia è stata, per ironia della sorte, per ottimismo o per calcolo diplomatico, il primo paese a riconoscere la nuova Repubblica islamica d'Afghanistan, la cui rinascita è stata salutata all'epoca come un passaggio dall'oscurantismo alla democrazia. Forse ci sarebbe da chiedersi cosa sia cambiato, con il cambio di regime, sul piano della libertà religiosa.
 
Secondo quanto riferito da Apcom, il tenente Nicola Piccolo, portavoce italiano del Regional Command West a Herat, "non è rientrato in Italia, ma continua a svolgere il suo incarico nell'ufficio pubblica informazione" del Comando Regionale Ovest della Nato in Afghanistan. Lo hanno confermato fonti militari ad Apcom, in seguito alla notizia del suo rimpatrio forzato data dal Corriere della Sera, dopo l'intervista rilascia al giornale del 12 febbraio. Il militare aveva spiegato che il nostro contingente, fra le altre cose, starebbe costruendo una chiesa cattolica ad Herat. Una notizia che, secondo il Corriere della Sera del 15 febbraio, "non si doveva dire". E così Piccolo sarebbe stato rimosso su "ordine di Arturo Parisi in persona" e sarebbe stato "rimpatriato d'urgenza". Ma fonti militari, la stessa mattina del 15 febbraio, avevano chiarito che "l'ufficiale è ancora ad Herat e sta svolgendo il suo lavoro". Mentre altri precisano anche che "il ministro non è intervenuto sulla vicenda", che non è di sua competenza. Quanto alla notizia incriminata, la costruzione di una chiesa cattolica ad Herat, fonti militari fanno sapere che "è in corso la costruzione, presso la sede del contingente italiano ad Herat, di un locale multifunzionale, la cui struttura ricalca la tipica costruzione afgana". "Detto locale", aggiungono le fonti, "si inquadra nel piano di implementazione infrastrutturale della base, e sarà adibito a sala riunione, tempo libero, sala briefing, sala cinema e, in aggiunta, anche a locale dove poter celebrare la santa messa, in sostituzione dell'attuale tenda non adatta al clima afgano".
 
«Costruiamo una chiesa»
Rimosso il portavoce italiano in Afghanistan
di Battistini Francesco
su Corriere della Sera, 15 febbraio, 2007
 
Edificio proibito dalla legge islamica in vigore a Kabul. Il tenente Piccolo rimpatriato per ordine del ministro Parisi.
 
Kabul val bene una messa. Purché non si racconti: il tenente Nicola Piccolo, un casertano che da un mese faceva il portavoce dei soldati italiani in Afghanistan, ieri è stato rimpatriato d'urgenza. Ordine di Arturo Parisi in persona, dicono alla Difesa. Il ministro e i vertici militari non hanno per nulla apprezzato l'intervista rilasciata lunedì dall' ufficiale italiano al Corriere della Sera, dove si raccontava un po' a sorpresa che il nostro contingente, fra le altre cose, sta costruendo una chiesa cattolica a Herat. Il primo altare cristiano nella terra dei talebani, aveva spiegato con un certo orgoglio il tenente Piccolo: «Sarà dedicata alla Madonna che ha una rilevanza spirituale anche per gli islamici. Il progetto è nostro, ma la costruiscono gli afghani. E lo fanno con grande entusiasmo. L' altro giorno pioveva a dirotto, ma non si sono mica fermati».
 
Quello che non si doveva dire, Piccolo l'ha detto. E ora lo paga: richiamo in Italia con effetto immediato, qualche giorno di licenza e poi si vedrà. La verità rivelata non aveva nulla di segreto: solo nei giorni scorsi, l'aveva appresa anche una troupe tv belga che il tenente aveva accompagnato in giro per l'Afghanistan. E poiché era stato proprio un ministro italiano, Massimo D' Alema, a elogiare due settimane fa i giornalisti americani che raccontano sul campo quel che il nostro contingente sta facendo in terra afghana (al contrario di quelli italiani che preferiscono «lavorare con l'elmetto nel transatlantico della Camera», disse il responsabile della Farnesina, dimentico della lunga Spoon River d'inviati caduti in guerra), poiché quella era sembrata a Piccolo l'occasione giusta per spiegare alla stampa che cosa facciamo laggiù, l'intervista era un elenco d' iniziative che ogni portavoce d'un Pio - Public information office - è tenuto a illustrare: la riconversione delle piantagioni di oppio in colture di zafferano, gli alberi da frutto radicati in quota, le scuole, il nuovo carcere ... Qualche ironia del Foglio che aveva fatto da controcanto alle dichiarazioni (chissà che altro finanzieremo, «il potenziamento del peperone, l' espansione della mela renetta, il ritorno della fragolina di bosco ...»), ma il tutto era parso innocuo.
 
Tutto, finché il tenente Piccolo non ha citato la chiesa. Irritando la sinistra radicale. Suscitando le reazione d'un deputato della Rosa nel pugno, Enrico Buemi («non siamo là per evangelizzare»). E toccando nella maggioranza i nervi scoperti sull'Afghanistan, alla vigilia del corteo di Vicenza e in vista del voto sul rifinanziamento alla missione. Una rimozione così rapida, non si ricordava dai tempi del generale Silvio Mazzaroli che osò criticare il governo D'Alema per la nostra politica in Kosovo. «Abbiamo applicato solo le regole Nato», dicono alla Difesa. In realtà, commentano fonti militari, è dall'arrivo di Parisi che i «Pio» dei nostri contingenti hanno l'ordine di cucirsi la bocca. E anche in Libano, quando il generale Claudio Graziano che comanda la missione Unifil ha potuto parlare con la stampa, l'ha fatto solo perché portava il berretto blu dell'Onu: prima, il nostro ministero gli aveva imposto il silenzio. Il tenente Piccolo, un'esperienza già a Nassiriya, ha tentato di giustificarsi: la notizia della chiesa italiana, lui l'aveva trovata in un precedente (e censurato) comunicato del contingente e nessuno gli aveva detto che, dall'alto, l'ordine era di camuffare la cripta in un «centro multifunzionale» per meeting e riunioni. Laggiù, costruire chiese è vietato dalla legge: per l'Italia, primo Paese a riconoscere la Repubblica islamica d'Afghanistan, s'era già fatta un'eccezione quando fu concesso di mantenere la vecchia cappella dell'ambasciata di Kabul. Il tenente, tutto questo, forse non lo sapeva. Il caso Piccolo rischiava di diventare un caso troppo grosso. E per evitare altre grane afghane, la testa è saltata. L'ufficiale rientra a Pordenone, base Aeronautica. Il suo successore ha una missione: volare più basso.
 
Il tenente italiano: noi in Afghanistan?
A Herat costruiamo una chiesa cattolica
di Marco Nese
su Corriere della Sera, 12 febbraio, 2007
 
Kabul, ambasciata italiana: istituita l' unica cappella cattolica afghana.
 
Ma in Afghanistan cosa fanno gli italiani? "Stiamo dando una speranza a tanta gente", racconta il tenente Nicola Piccolo, uno dei 900 militari schierati a Herat.
 
Può spiegare nei dettagli il tipo di attività che svolgete?
Nicola Piccolo: "Certamente. Vengono qui molti giornalisti stranieri e vogliono sapere cosa facciamo. L' altro giorno è venuta anche una troupe della televisione belga. Li ho accompagnati a fare riprese dei progetti in fase di realizzazione".
 
Li racconta anche a noi?
Nicola Piccolo: "Per esempio, a Herat sta sorgendo con la nostra supervisione una chiesa cattolica".
 
Un tempio cattolico nella terra dei talebani?
Nicola Piccolo: "Esatto. È la prima chiesa cristiana in terra afghana. Sarà dedicata alla Madonna che ha una rilevanza spirituale anche per gli islamici. Il progetto è nostro ma la costruiscono gli afgani. E lo fanno con grande entusiasmo. L' altro giorno pioveva a dirotto, ma non si sono mica fermati".
 
Quali altre iniziative avete in corso?
Nicola Piccolo: "Con il nostro aiuto e i fondi italiani è stato avviato nell' area di Herat un importante piano di riconversione delle colture. Al posto dell' oppio, i contadini si sono convinti a coltivare zafferano, ideale per questa zona ricca di corsi d' acqua. Abbiamo fatto arrivare qui 10 mila piante da frutto adatte a prosperare a mille metri di quota. I contadini le hanno piantate, è uno spettacolo. I giornalisti stranieri sono rimasti a bocca aperta".
 
Avete favorito la realizzazione di scuole?
Nicola Piccolo: "Numerose scuole. L' altro giorno ne è stata consegnata una per classi femminili. Le insegnanti sono delle giovani che hanno studiato in Iran. Ci hanno raccontato di aver lasciato Herat perché non vedevano un futuro per loro. Ma adesso sono ritornate. Questo è un fatto nuovo molto importante. Numerosi giovani tornano perché, ci hanno detto, da quando ci siamo noi intravedono la possibilità di farsi una vita qui, nella loro città".
 
Da quando ci siete voi italiani, o i militari in generale?
Nicola Piccolo: "Io credo che sono contenti della presenza di noi italiani. All'inizio forse ci guardavano con una certa freddezza. Ma poi hanno capito che noi non siamo qui per fare la guerra, non è questa la nostra missione, si sono resi conto dai progetti e dalle iniziative che noi potevamo essere veramente utili per migliorare le loro condizioni di vita. E adesso quando passiamo per strada ci salutano e ci sorridono sia i bambini che gli anziani".
 
Chi propone i progetti da realizzare?
Nicola Piccolo: "In genere ci fanno presente loro le necessità più urgenti. Per esempio abbiamo finanziato il progetto di una casa circondariale, un luogo di detenzione. Un vero atto umanitario, questo. Perché i detenuti in attesa di giudizio venivano custoditi in condizioni terrificanti. Spesso li ficcavano in buche scavate nella terra".
 
Diceva che la gente vi guarda con simpatia.
Nicola Piccolo: "La gente collega la nostra presenza alle opere che stanno in qualche caso cambiando il volto della città. E quindi apprezza. In una periferia degradata è in fase di ultimazione un ospedale pediatrico. Sorge grazie ai fondi italiani, ma lo hanno costruito gli afgani. Noi sorvegliamo, ci accertiamo che i progetti vengano realizzati. Ma loro imparano a gestire da soli. La zona dell' ospedale era occupata da campi profughi. Ora, grazie al nostro aiuto, sarà bonificata e accoglierà normali abitazioni".
http://www.korazym.org/
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Di Admin (del 17/02/2007 @ 20:40:17, in Estero, linkato 4663 volte)
(AGI) - Roma, 14 feb. - Cinquecento militari italiani del contingente dislocato in Libano rischiano la salute per le esalazioni che investono il loro campo dalla vicina ex discarica di rifiuti solidi urbani. Lo denuncia il senatore di Forza Italia, Giulio Marini, membro della commissione Difesa e di quella sull'uranio impoverito, che ha presentato una interrogazione al ministro della Difesa, Arturo Parisi ed al ministro degli Esteri, Massimo D'Alema.
Il parlamentare scrive che "parte del contingente italiano", in Libano con la risoluzione ONU 1701, "e' stato posizionato a Marakah vicino ad una ex discarica di rifiuti solidi urbani. Tale vicinanza -si legge nell'interrogazione illustrata alla stampa- potrebbe determinare rischi alla salute dei nostri militari, a causa delle esalazioni tossiche provenienti da questa discarica". Giulio Marini chiede al governo di sapere "se le notizie riportate corrispondono al vero; se sono state fatte delle analisi sul territorio preventive per la tutela della salute e se tale vicinanza possa provocare danni alla salute dei militari italiani e in caso affermativo quali misure Parisi e D'Alema intendano adottare per garantire la sicurezza sanitaria e l'incolumita' alle truppe impegnate nella missione".
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