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Il blog dei militari

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Le rappresentanze militari sono nate dalla Legge 382/78 sui Principi della Disciplina Militare elaborata mentre lo scrivente era Presidente della Commissione Difesa. Ponemmo allora grandi speranze nelle rappresentanze militari soprattutto per la tutela dei diritti elementari e del benessere del personale. Purtroppo queste speranze sono andate largamente deluse.
Debbo dire ad esempio come presidente della associazione Ana-Vafaf che è stato assolutamente trascurato dalle rappresentanze il problema del mancato risarcimento a migliaia di vittime, risarcimento previsto tra l’altro dalle Leggi 308/81 e 280/91.
Tale iniquo  trattamento  avrebbe dovuto suscitare l’indignazione delle rappresentanze militari, ma così non è stato. Da osservare che  queste leggi hanno vigenza dal 1° gennaio 69 e soprattutto per il personale volontario non sono state minimamente rispettate.
In questo quadro rientra anche la situazione di militari ammalati per amianto e uranio impoverito. In particolare per quanto riguarda i numerosi casi di morte e di malattia derivanti da possibile contaminazione da uranio impoverito c’è da osservare che per almeno 6 anni il nostro personale non è stato edotto dell’esistenza di norme di protezione.
Infatti, mentre per i reparti degli Stati Uniti le norme sono state emanate in Somalia il 14 ottobre 93 i nostri reparti hanno appreso dell’esistenza delle norme solo nella missione nei Balcani il 22 novembre 99 nella emanazione delle misure di protezione da parte della Forza Multilaterale nei Balcani. In Somalia, dove abbiamo operato fianco a fianco in varie operazioni con i reparti USA, abbiamo assistito al fatto che questi operavano a 40 gradi all’ombra con maschere e tute mentre noi stavamo in calzoncini corti e canottiera.
Le rappresentanze avrebbero dovuto denunciare con forza questa situazione in cui non si è tenuto conto dell’elementare diritto alla salute dei nostri reparti, diritto che, come si evince dai Regolamenti di Disciplina e anche dal Codice Penale militare di pace (vedi ad es. Art.117: - “Omessa esecuzione di un incarico”), deve essere fatto valere dai  comandanti dei reparti.
Purtroppo essendo stati eletti ai vertici delle rappresentanze alti gradi militari è facile capire perché alcune istanze fondamentali possano essersi trovate in una situazione di particolare debolezza e perché necessita quindi un intervento dall’esterno. E non è solo in questione, come troppo spesso si legge, la tematica degli stipendi, delle carriere e dei livelli gerarchici e la possibilità di agire o meno attraverso una “contrattazione”.
Da qui l’esigenza della sindacalizzazione, in quanto assicura la possibilità di agire al di fuori da pressioni gerarchiche. Una questione che purtroppo ha trovato ostacoli rilevantissimi  anche nella sfera della magistratura. Tuttavia soprattutto in relazione al costituendo esercito europeo comprendente forze armate di moltissimi paesi in cui il sindacato in ambito militare esiste, è da ritenersi che la legislazione italiana debba adeguarsi.
Vi è però un pericolo su cui occorre attentamente riflettere, la nascita di una grande molteplicità di sindacati tra i quali non sono da escludere sindacati gialli, con le conseguenze negative che ne possono derivare.
Falco  Accade
Presidente Ana-Vafaf
Fonte: grnews.it

 

 

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Di Admin (del 25/03/2007 @ 20:50:26, in Video, linkato 26632 volte)
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Di Admin (del 22/03/2007 @ 22:25:53, in Estero, linkato 6096 volte)

ROMA - «In Afghanistan assistiamo a un paradosso: in una situazione che si può definire di guerra, i militari italiani sono dotati di un equipaggiamento più leggero di quello dei loro colleghi dispiegati in Libano».

E' l'opinione di Gianandrea Gaiani, direttore del sito Analisi Difesa, all'indomani delle polemiche sollevate dall'opposizione sulla inadeguatezza dell'armamentario del contingente italiano di stanza nel paese centroasiatico.

I mezzi più potenti a disposizione dei nostri soldati, al comando nel settore ovest, sono attualmente le "blindo puma", veicoli privi di torrette che espongono metà del corpo di chi si trovi a sparare contro un nemico, spiega Gaiani.

Un mese fa la situazione è migliorata con l'acquisto di mezzi "lince", protetti nella parte inferiore contro mine o ordigni stradali.

Ma niente artiglieria, carri armati, blindati con cannone o cingolati: mezzi pesanti posseduti invece dai contingenti inglesi, canadesi, tedeschi e olandesi nella stessa missione Isaf. Perché questa disparità? «Non dipende dal mandato o dalle regole d'ingaggio, uguali per tutti. Inizialmente, la zona di operatività italiana era considerata più tranquilla, al riparo da attacchi dei talebani frequenti soprattuto nel sud». Oggi però, sostiene Gaiani, la situazione è mutata, e il rischio più elevato: «Una disponibilità maggiore di uomini e mezzi aumenterebbe la capacità di controllo del territorio, oltre a costituire un fattore di deterrenza».

Non ha senso invece, chiarisce Gaiani in riferimento alle dichiarazioni di alcuni esponenti del centrodestra, distinguere tra armamenti di difesa e di attacco, suggerendo di rafforzare i secondi: «Le armi sono tutte offensive e difensive allo stesso tempo, dipende dal loro impiego: un elicottero da combattimento può essere usato per scovare un covo di talebani, oppure per proteggere da un attacco improvviso».

Nell'aprile 2006, le regole d'ingaggio furono modificate per l'aumentato rischio nel sud, prevedendo anche l'attacco preventivo, per tutte le truppe. Ieri il capo di Stato Maggiore Di Paola ha dichiarato che gli italiani sono attrezzati contro ogni tipo di pericolo, e che le armi si possono convertire in pesanti in caso di necessità; ammettendo però lacune dal punto di vista della copertura aerea.

«Significa - chiarisce Gaiani - che non disponiamo di radar per individuare la sorgente di fuoco, né di elicotteri da combattimento o aerei da guerra, a differenza di altre nazioni Isaf».

Per gli italiani solo elicotteri da trasporto: 3 a Kabul e 3 a Herat. Ma il problema sta anche nei numeri: «La zona ovest, con 2000 uomini presenti (la metà italiani), resta la più sguarnita militarmente. Di conseguenza il rischio aumenta».

http://www.liberta.it
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Di Admin (del 22/03/2007 @ 22:15:13, in Estero, linkato 2354 volte)

(PRIMA) ROMA - Nella serata di ieri, martedì 20 marzo, l’Ammiraglio di Divisione Giuseppe De Giorgi, della Marina Militare, è stato premiato presso lo “Steven F. Udar-Hazy Center” del Museo Nazionale dell’Aria e dello Spazio di Washington D.C nel corso della cerimonia dei “Laureate Awards”.

Il premio, giunto alla cinquantesima edizione, viene attribuito annualmente dalla rivista Aviation Week & Space Technology per riconoscere i meriti degli individui che hanno raggiunto livelli di eccellenza nei campi aerospaziale, aeronautico e della difesa. In 50 anni è la prima volta che un militare italiano ottiene tale riconoscimento.

L’Ammiraglio De Giorgi, Comandante le Forze di Altura della Marina Militare, è stato prescelto in qualità di responsabile dell’Operazione LEONTE in Libano che, in coordinamento con l’UNIFIL, ha rappresentato un elemento fondamentale per ristabilire le condizioni di pacificazione sul suolo libanese e ha contribuito in maniera determinante alla rimozione del blocco navale israeliano.

In relazione all’importanza degli altri due candidati prescelti nelle “nominations” di Washington, Lord Paul Drayson, Sottosegretario di Stato per gli armamenti e per il supporto logistico del Regno Unito e il Generale dell’Esercito inglese David Richards, già Comandante NATO dell’ISAF in Afghanistan, il successo dell’Ammiraglio De Giorgi evidenzia la considerazione riservata all’impegno dell’Italia per la pace e la sicurezza nel Mediterraneo e il ruolo attivo assunto dalla Marina Militare.

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Di Admin (del 22/03/2007 @ 22:06:30, in News, linkato 5343 volte)

La notizia durante la conferenza stampa della commissione parlamentare d'inchiesta

Confermati i dati: i decessi sono più di 40, i malati oltre 500

ROMA - Molti militari italiani reduci da missioni all'estero sono stati operati alla tiroide in seguito alla presunta contaminazione da uranio impoverito. A denunciarlo un giovane soldato tornato dal teatro bellico dei Balcani e da tempo sotto controllo medico. La sua testimonianza è stata affidata a Domenico Leggiero, dell'Osservatorio militare, un'associazione che assiste gli appartenenti alle forze armate e i loro familiari.

Un'affermazione scioccante, ancora di più per le dimensioni del fenomeno, che, secondo il militare, riguarderebbe il 70 per cento dei reduci, costretti a sottoporsi da un intervento alla tiroide a titolo preventivo. Secondo le informazioni raccolte dall'Osservatorio militare, le operazioni verrebbero effettuate in un ospedale di Siena e in altre strutture convenzionate con l'esercito.

"Noi non siamo in grado di confermare queste cifre" spiega Leggiero, "ma ci aspettiamo che qualcosa si muova in Parlamento per fare chiarezza sulla questione. Anche se si trattasse soltanto della metà, si tratta di un dato comunque enorme ed è necessario poter avere accesso a queste informazioni".

E questo è l'obiettivo della Commissione parlamentare d'inchiesta del Senato sull'uranio impoverito, la cui presidente, Lidia Menapace (Prc) ha illustrato questa mattina le linee guida che verranno seguite.

Uno dei primi compiti della Commissione riguarderà la raccolta e l'analisi statistica dei dati, per le quali la Commissione intende rivolgersi all'Istat, all'Istituto superiore di Sanità, alla Direzione generale della sanità militare, ha detto la Menapace, "al fine di acquisire elementi e valutazioni di tipo oggettivo ed ufficiale".

Ad oggi, infatti, non ci sono certezze sul numero esatto delle vittime: secondo l'Osservatorio i morti sarebbero 45 e i malati 515, affetti da patologie riconducibili all'esposizione all'uranio impoverito, usato in modo massiccio negli armamenti della Nato soprattutto nei Balcani. Altre associazioni hanno dati diversi, così come diversi sono quelli forniti dalla Difesa.

Oggi non ci sono praticamente più dubbi sull'esistenza di un nesso fra i decessi e le malattie dei reduci da missioni all'estero e l'esposizione all'uranio impoverito, anche se il tema continua ad essere oggetto di forti polemiche e indagini. La commissione Mandelli, in tre successive relazioni, ha concluso che rispetto al numero statisticamente atteso le vittime nel gruppo di riferimento (i militari che hanno preso parte a diverse operazioni nelle zone "incriminate") sono quattro volte superiori, ma non è stata in grado di collegare direttamente la presenza dell'uranio ai casi di tumore registrati. E una successiva commissione di inchiesta ha sostenuto che i dati della Mandelli erano probabilmente sbagliati e sottostimati.

www.repubblica.it
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