Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Un soldato britannico ha rotto il silenzio a pochi giorni dal suo ritorno dall'Iraq, per parlare pubblicamente dell'orrore del periodo in cui ha prestato servizio lì, facendo un quadro di truppe sotto assedio, "bersagli facili" per una rivolta sempre più sofisticata.
"Bassora è persa, il controllo adesso ce l'hanno loro. E' una rivolta totale, e il governo sta cercando solo di salvare la faccia", dice il soldato semplice Paul Barton.
Il ventisettenne, che è tornato dalla sua seconda missione in Iraq questa settimana, assieme ad altri membri del 1° Battaglione, Staffordshire Regiment, ha insistito che resta leale all'esercito, nonostante un dissenso pubblico di questo tipo. Ha detto di essersi già offerto volontario per andare in Afghanistan più in là quest'anno.
Tuttavia, dice, ha avuto la forte sensazione che qualcuno doveva parlare apertamente: "Voglio che la gente veda le cose come stanno; non la versione edulcorata".
La sua protesta pubblica è un segno della rabbia che sta montando fra le truppe, e lascia prevedere che altri si faranno avanti per rompere il patto tradizionale dei militari in servizio che non parlano. Proprio il mese scorso, il soldato semplice Steve Baldwin, 22 anni, un militare dello stesso reggimento, aveva parlato all'Independent del modo in cui era stato "messo da parte", dopo essere stato ferito da una bomba collocata sul ciglio della strada che aveva ucciso altri tre durante il primo tour dello Staffordshire in Iraq nel 2005.
E lunedì, anche il caporale Richard Bradley ha scelto di dire le sue opinioni in televisione: "C'è gente che sta morendo senza nessuna ragione, e gente che sta venendo ferita senza nessuna ragione".
Reagendo ai commenti del soldato semplice Barton, molti militari sui siti web sono apparsi intontiti ma d'accordo. Uno ha detto: "Quando sono tornato, lo scorso anno, ero assolutamente depresso da quello che avevo visto là e dall'assenza di qualunque progresso ... qualsiasi giornalista che mi avesse piazzato davanti un microfono avrebbe ricevuto abbastanza dichiarazioni da mandare in onda da poter andare in pensione. E io probabilmente sarei nella Torre di Londra.
"Posso solo immaginare che la situazione, a 12 mesi di distanza, è ancora peggio, e non mi sorprenderebbe se questo venisse ripetuto nei prossimi mesi da parte di altri che tornano dalla loro terza e quarta missione in quel letamaio".
Il soldato semplice Barton ha sentito un impulso così forte da telefonare al suo giornale locale, il Tamworth Herald, per parlare del "lato di cui non si viene a sapere".
Il reggimento aveva perduto un soldato, il soldato semplice Johnathon Wysoczan, 21 anni, durante la sua missione, ma altri 33 erano rimasti feriti. "Sono stato il primo ad arrivare a una delle tende dopo che era stata colpita, dove uno dei miei compagni era a letto. Gli si erano staccate la parte superiore della testa e la mano. Adesso ha danni cerebrali.
"Stavamo perdendo uomini e non ne avevamo abbastanza da sostituirli. Voi venite a sapere delle vittime ma non dei feriti. Ne abbiamo avuto quattro che sono stati colpiti a un braccio, un tizio è saltato in aria due volte per bombe collocate sul ciglio della strada ed è stato colpito al collo ed è sopravvissuto".
Per la maggior parte, dice, c'è stata almeno una volta "in cui se la sono cavata per miracolo" durante la loro missione. "Ho avuto una granata lanciata contro di me practicamente da un bambino di cinque anni. Un colpo di mortaio mi è caduto a un paio di metri di distanza".
Il reggimento era acquartierato nella base dell' Hotel Shatt al-Arab, che è stata consegnata all'esercito iracheno l'8 aprile. Delle 40 tende nella base, alla fine della missione solo cinque erano rimaste intatte, dice. "Eravamo solo facili bersagli ... Durante l'ultima missione, gli attacchi di mortaio contro di noi non erano stati molto frequenti. Questa volta, erano dalle due alle tre volte al giorno. Durante la prima ora in cui eravamo là sono stati sparati contro di noi 15 colpi di mortaio e tre missili".
"Dalla fine di gennaio a marzo, è stato come stare sotto assedio", aggiunge."Venivamo attaccati a colpi di mortaio ogni ora del giorno. Ci sparavano contro continuamente. Fondamentalmente non abbiamo dormito per sei mesi. Non si poteva riposare. Psicologicamente, ti logora.
"Ogni volta che andavamo in pattuglia, o ci sparavano contro o ci facevano saltare in aria con bombe collocate sul ciglio della strada. Era pazzesco".
Insiste che gli insorti sembravano essere notevolmente meglio addestrati, finanziati, ed equipaggiati di quanto non lo fossero durante la loro prima missione.
"L'ultima volta, non avevo mai fatto fuoco una volta col mio fucile. Questa volta, ho sparato 127 cartucce in cinque diverse occasioni. E, nel mio ruolo [fornire supporto medico], non avrei dovuto sparare".
"Siamo rimasti anche troppo", aggiunge, "Dovremmo accelerare il ritiro. E' una battaglia persa. Dovremmo ritirarci e farla finita".
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BARI – Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari Chiara Civitano ha respinto la richiesta di archiviazione e ha ordinato alla Procura nuove indagini su casi di leucemie e tumori (anche mortali) contratti da una ventina di militari italiani che hanno operato in Serbia e Kosovo durante la guerra nei Balcani. La Procura aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo d’indagine, ritenendo mancante il nesso di causalità tra l’utilizzazione dei proiettili all’uranio impoverito e l’insorgenza delle malattie.
Alla richiesta di archiviazione, firmata dal Pm inquirente Ciro Angelillis nell’autunno 2005, si era opposta un’associazione pugliese che aveva chiesto al giudice di non archiviare il fascicolo: il giudice, dopo aver ascoltato le parti in camera di consiglio, si era riservata la decisione e solo oggi ha sciolto la riserva respingendo la richiesta di archiviazione e ordinando al Pm nuove indagini.
Il Pm Angelillis aveva deciso di archiviare le indagini anche a seguito dei risultati cui era giunta la commissione presieduta dal prof. Franco Mandelli (l'ematologo che ha coordinato un gruppo di ricerca istituito dal ministro della Difesa) che nel 2002 «assolse» i proiettili all’uranio impoverito.
L'inchiesta conoscitiva del Pm barese riguarda la presunta presenza di proiettili e bombe all’uranio impoverito in terra di Bari e nel Basso Adriatico e le eventuali conseguenze sull'ambiente. L’indagine fu avviata negli anni scorsi, dopo il deposito di un esposto firmato dall’allora deputato dei Verdi Vito Leccese, all’epoca dei fatti vicepresidente della commissione esteri alla Camera.
Leccese chiese ai magistrati penali e militari di Bari (anche questi ultimi avviarono un’inchiesta conoscitiva) di compiere accertamenti sul rilascio in mare, per motivi di sicurezza, di proiettili e bombe all’uranio impoverito dagli aerei che tornavano, dopo le missioni di guerra nei Balcani, nelle basi militari pugliesi. Aveva chiesto, inoltre, di verificare se nei due aeroporti militari di Gioia del Colle (Bari) e Amendola (Foggia) fossero stati custoditi proiettili all’uranio impoverito.
Nel corso delle indagini la magistratura avrebbe stabilito che effettivamente proiettili all’uranio impoverito sarebbero stati caricati sui 22 aerei A-10 americani, decollati dalla base di Gioia del Colle, durante il conflitto in Kosovo.