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Il blog dei militari

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

I successi dell'"Iraq Veterans Against the War", gruppo fondato da sei reduci della guerra in Iraq, per denunciare le atrocità delle azioni militari e far sì che il dissenso nei confronti della guerra tra i soldati possa fungere da motore per il resto del movimento pacifista.

Tra il 13 e il 16 marzo scorso si è svolto negli Stati Uniti un evento di notevolissima importanza per il movimento internazionale contro la guerra, che da noi purtroppo è stato quasi del tutto ignorato. Presso il National Labor College, in Silver Spring, Maryland, molto vicino a Washington, D.C., si sono tenute una serie di udienze sulle attuali guerre degli Stati Uniti sotto il titolo "Winter Soldier: Iraq and Afghanistan". L'evento è stato ideato e promosso da "Iraq Veterans Against the War". L'IVAW è stata fondata nel luglio 2004 da sei reduci della guerra in Iraq, e prima delle udienze aveva aggregato quasi 800 aderenti negli Stati Uniti e all'estero fra coloro che avevano prestato servizio nelle forze armate Usa dal settembre 2001 in poi. Inoltre, fatto molto significativo per un'organizzazione che si oppone alla strumentalizzazione di pregiudizi e insicurezze macho e maschiliste per reclutare giovani uomini, a capo dell'associazione c'è una donna, Kelly Dougherty.

In quei quattro giorni di marzo centinaia di reduci statunitensi dall'Iraq e dall'Afghanistan si sono riuniti per denunciare atrocità, casi di tortura, crimini di guerra di cui erano a conoscenza, o perché vi avevano assistito o perché li avevano personalmente commessi. Le loro testimonianze hanno messo sotto i riflettori tutti gli aspetti della guerra, dalle regole d'ingaggio che determinano stragi di non-combattenti dalle violenze contro le donne allo sfruttamento della guerra per motivi di profitto da parte delle grandi società della "sicurezza privata", ossia i "contractors" e i mercenari vari orami presenti in migliaia in quelle zone. L'intero evento, di cui i video delle testimonianze sono disponibili sul sito www.ivaw.org, è stato trasmesso in tutto il mondo tramite satellite e in internet in streaming, suscitando un tale interesse che il server ha avuto difficoltà tecniche per la quantità di tentativi di connessione.

Il nome "Winter Soldier" è un richiamo a un movimento precedente, quello dei reduci che si opposero alla Guerra del Vietnam. Nel 1971 l'organizzazione più conosciuta di quel movimento di dissenso militare, ossia i Vietnam Veterans Against the War (VVAW), organizzò a Detroit una serie di udienze sotto lo stesso nome, "Winter Soldier", denunciando i crimini di guerra commessi dall'esercito degli Stati Uniti e costringendo i mass-media a parlarne. L'incontro dette un forte impulso al movimento di opposizione alla guerra tra gli stessi militari, il cui crescente dissenso ebbe un ruolo centrale nelle successive mobilitazioni pacifiste nel paese.

L'IVAW di oggi vuole che il dissenso nei confronti della guerra tra i militari possa di nuovo fungere da motore per il resto del movimento pacifista, così come successe quaranta anni fa, in particolare in un momento, come quello attuale, in cui le mobilitazioni in piazza non bastano a esercitare la pressione necessaria sulle istituzioni politiche affinché si decida il ritiro delle truppe da tutti i fronti di guerra.

L'IVAW non ha la stessa forza che avevano i Veterani del Vietnam Contro la Guerra nel 1971. Al suo apice la VVAW contava intorno ai 30.000 aderenti, molti di più dell'attuale IVAW. Però, l'ultimo anno prima dell'attuale "Winter Soldier" ha visto un'accelerazione nel ritmo di adesioni all'IVAW.

Anche la composizione dell'organizzazione sta cambiando. In un primo periodo i membri erano principalmente reduci della guerra in Iraq che avevano atteso la fine del periodo di servizio per esprimere la propria opposizione alla guerra. Sempre più, però, alle file dell'organizzazione si sono aggiunte uomini e donne in servizio che si erano dichiarati obbiettori di coscienza, oppure avevano disertato, o si erano rifiutati di partire per una zona di guerra. Negli ultimi mesi ha cominciato ad affermarsi la presenza nell'organizzazione di militari che non aspettano la fine del loro periodo di servizio per prendere posizioni di aperto dissenso. Inoltre, il movimento dei veterani, anche se è nato in opposizione alla guerra in Iraq, ha esteso la sua denuncia della guerra all'occupazione dell' Afghanistan, come indica il titolo del raduno nel Maryland: "Winter Soldier: Iraq and Afghanistan".

Attualmente tra le tante basi negli Stati Uniti ci sono quattro gruppi locali di militari in servizio che aderiscono all'IVAW. Almeno due di questi gruppi, alla base di Fort Drum nello stato di New York e a Fort Hood nel Texas, sono legati a progetti di "coffeehouse", centri sociali contro la guerra per i militari, creati in cittadine vicine alla base, dove i militari possono assistere a spettacoli alternativi di musica e poesia, aver un servizio di consulenza e conoscere persone disposte a dar ascolto alle loro preoccupazioni. E soprattutto, possono organizzare attività contro la guerra tra i loro commilitoni. Attualmente il gruppo di soldati contro la guerra a Fort Drum, appoggiati dal progetto organizzativo al "coffeehouse" che ha preso il nome "Different Drummer", secondo Kelly Dougherty "sta crescendo più rapidamente di qualunque altro gruppo dell'IVAW in tutti gli Usa".

Durante la guerra in Vietnam progetti politici analoghi si erano moltiplicati in tutti gli Stati Uniti e in altri paesi, come Giappone, le Filippine, Gran Bretagna, Italia. I gruppi locali fornirono il sostegno per una rete di quasi trecento piccoli giornaletti contro la guerra che, nelle parole di uno dei militanti della base di Fort Knox in Kentucky, si diffusero "ovunque si trovarono i soldati".

L'IVAW sforna nuove iniziative in continuazione, per riportare l'attenzione della gente sulla questione della guerra. La "Operation First Casualty" è stata un'iniziativa di teatro di strada organizzata da squadre di militanti, vestiti in tuta mimetica, in molte delle più grandi città degli Usa. Questo tentativo di sensibilizzazione di massa ha catturato l'attenzione di alcuni giornalisti e cinematografi indipendenti come "Meerkat Media" e può essere visto in internet. Gruppi di aderenti all'IVAW hanno inscenato situazioni di guerre tra i passanti delle strade principali di Manhattan, Chicago, San Francisco ed altre città, suscitando non poco scalpore e riportando al pubblico americano la realtà della guerra.

In seguito alla devastazione dell'uragano Katrina, l'IVAW ha messo insieme squadre di volontari per le zone colpite. In seguito per tutto il mese di agosto del 2006 ha portato avanti una marcia di veterani lungo le strade litoranee del sud degli Usa, da Mobile in Alabama a New Orleans, per mettere sotto i riflettori il fatto che molte persone colpite dall'uragano non avevano ricevuto aiuto perché i reparti della Guardia Nazionale che altrimenti li avrebbero soccorsi erano impegnati con tutti i loro mezzi nella guerra in Iraq.

L'IVAW ha organizzato diversi tour negli Stati Uniti per comunicare direttamente con i soldati delle basi militari. Su "Youtube" si trovano le immagini di uno dei più conosciuti attivisti a livello nazionale, l'ex-marine Adam Kokesh, quando ha improvvisato un comizio direttamente nella mensa di Camp Pendleton, la più grande base dei Marines nell'Ovest degli Usa, davanti a centinaia dei suoi ex-commilitoni. In parte a causa di queste attività pubbliche, Kokesh è ormai un personaggio televisivo al livello nazionale: quando il presidente Bush ha presentato il suo "Discorso alla Nazione" sugli ultimi sviluppi nella guerra in Iraq, è stato lo stesso Kokesh a essere invitato dalla CNN a commentare le cose dette da Bush.

L'IVAW ha promosso l'iniziativa nominata "Appeal for Redress", lanciata da due militari in servizio che si sono conosciuti durante una proiezione del documentario "Sir no sir!", del regista indipendente David Zeiger, che ricostruisce la rivolta dei soldati contro la guerra in Vietnam. I due marine, dei quali uno ancora in servizio, hanno pensato di sfruttare il diritto legale di ogni militare di inoltrare una petizione individuale al proprio rappresentante nel Congresso; hanno fatto girare una petizione per chiedere il ritiro immediato delle truppe dall'Iraq, la quale finora ha raccolto più di 2.000 firme di militari statunitensi ancora in servizio in tutto il mondo.

Altri reduci hanno organizzato un progetto "Warrior Writers", ossia "scrittori guerrieri", per incoraggiare i reduci della guerra a esprimere anche artisticamente le proprie esperienze di guerra e la propria condizione di reduce, con il peso dei ricordi, le paure, i lutti, i sensi di colpa, le ferite fisiche e psicologiche. Esprimere queste realtà personali è estremamente difficile ma, alla lunga, liberatorio. Come spiega un articolo sul sito web dell'IVAW, il progetto aiuta i veterani a "dissotterrare le loro esperienze." Durante e dopo la guerra in Vietnam progetti simili portarono alla luce una schiera di nuovi poeti che ancora oggi producono opere contro la guerra di forte impatto. Nel caso dei contribuenti all'attuale progetto "Warrior Writers", il prodotto artistico diviene poi materiale per ulteriori iniziative pubbliche di sensibilizzazione.

Gli ultimi sviluppi nella storia dell'IVAW riguardano l'organizzazione del dissenso tra militari Usa di stanza all'estero. Sebbene la legge militare vieti ai soldati dislocati all'estero di svolgere attività politiche, durante la guerra in Vietnam nacquero organizzazioni di militari in servizio e disertori in Europa e nel Sud-Est Asiatico. Nello stesso Vietnam, come racconta il documentario "Sir no sir!", questo movimento di soldati organizzò "Radio First Termer", una radio pirata che trasmetteva ai soldati occupanti il suo messaggio contro la guerra. All'epoca del Vietnam attività del genere, aggiunte alle frustrazioni per gli scarsi progressi sul campo, l'indomita resistenza dei partigiani vietnamiti, la sempre maggiore riluttanza dei militari statunitensi a combattere, la forza del movimento pacifista in patria e la crescente opposizione dell'opinione pubblica statunitense, raggiunsero un tale livello di militanza che nel 1971 il Colonello Robert Heinl, scrivendo per la rivista delle forze armate, 'Armed Forces Journal', avvertì i suoi superiori che le forze statunitensi si trovarono in una condizione di "collasso quasi totale".

Attualmente l'IVAW sta progettando modi per raggiungere militari direttamente impegnati nelle zone di guerra, nella speranza di incoraggiarli a fare come Elia Israel, un soldato scelto che nel 2007, quando gli mancavano solo due settimane per arrivare alla fine della sua missione in Iraq, si è rifiutato di uscire in pattuglia dalla base, esponendosi al rischio delle corti marziali. Il 2 aprile 2008 l'emittente televisiva CBS ha intervistato Casey Porter dell'IVAW a cui un ordine "stop-loss", firmato dal presidente Bush ha prolungato il fermo, costringendolo a ritornare a Baghdad. Porter, però, approfitta della sua presenza in Iraq per denunciare la guerra tra i militari in missione (http://www.ivaw.org/node/3258).

Durante la guerra in Vietnam organizzazioni del movimento pacifista civile come "Beiheiren" o il Comitato per la pace in Vietnam in Giappone lavorarono sistematicamente a fianco dei militari Usa per ideare e portare avanti progetti di opposizione alla guerra. Nel 1969 alla base dei Marines a Iwakuni in Giappone nacque il giornale "Semper Fi" che divenne punto di riferimento per le attività di protesta, e iniziative simili si ebbero presso basi a Tokio, nella Corea del Sud e presso la base aerea di Kadena a Okinawa, dove gli aviatori Usa appoggiarono la richiesta dei cittadini giapponesi per la chiusura delle basi militari straniere. Alla base aerea di Misawa nel nord del Giappone il "Beheiren" contribuì a far aprire il primo "coffeehouse" in Asia.

Attualmente, l'IVAW ha da poco costituito un braccio europeo, che ha il suo centro di operazioni in Germania dove ha ricevuto molto aiuto dal movimento tedesco contro la guerra e contro le basi militari, in particolare dalla "Military Counseling Network", ossia la rete di consulenza per i militari, che fornisce consigli e aiuto legale per militari che vogliono diventare obiettori di coscienza o vogliono informazioni sulle possibili conseguenze qualora disertano. Grazie a una serie di casi di alto profilo pubblico, tra cui la campagna di solidarietà per il medico disertore Agustìn Aguayo, la sezione dell'IVAW in Germania assieme alla MCN ha messo l'attività dei veterani al centro del movimento e l'ha anche integrata con la campagna contro le basi militari Usa, ad esempio ad Ansbach.

Anche in Italia, presso la base a Vicenza della 173esima brigata di risposta rapida, che a maggio 2008 tornerà da un periodo di missione in Afghanistan, ci sono stati casi di dissenso. Ad aprile del 2007, quando la brigata stava per partire, quattro soldati di stanza a Vicenza, più un altro dislocato a Bamberg in Germania, si sono rifiutati di partire per l'Afghanistan. Di questi cinque, tre sono stati arrestati e sottoposti alle corti marziali, per poi finire in carcere a Mannheim in Germania. Il movimento antimilitarista tedesco ha lanciato una campagna di sostegno inviando loro messaggi di solidarietà, nel contesto di un'iniziativa promossa dall'associazione "American Voices Abroad" e dal gruppo tedesco "Connection e-V".

Ma due dei cinque militari, James Circello e Russell Hoitt, sono riusciti a raggiungere gli Stati Uniti e a prendere contatti con associazioni di sostegno come la suddetta "Military Counseling Network", "Courage to Resist" e la stessa IVAW. Attivisti italiani, aiutati dai tedeschi, hanno preso contatti con loro. James Circello ha subito scritto un messaggio di solidarietà al movimento pacifista italiano, mentre, Russell Hoitt è tornato in Italia dove ha lavorato assieme al Comitato Vicenza Est nei loro presidi settimanali davanti alla Caserma Ederle, sede della 173esima brigata nella quale fino ad aprile 2007 era arruolato.

Durante la guerra in Vietnam, alla base aerea "Clark" nelle Isole Filippine, un progetto di consulenza per i militari fu il punto di riferimento per l'opposizione al bombardamento aereo del Vietnam. Aiutati da attivisti del movimento filippino contro la guerra, i militari si diedero voce con il giornale "Cry Out", approfittando dall'aiuto di legali del movimento per sostenere soldati che militavano a favore del movimento. Analogamente agli inizi di marzo 2008, il Comitato Vicenza Est ha fatto nascere un progetto di consulenza per "militari che vogliono lasciare l'esercito", in collaborazione con la Military Counseling Network nella Germania e il sindacato CUB di Vicenza (http://www.comitatoviest.org/centro-diserzioni/). L'iniziativa è appoggiata da Pax Christi e dall'IVAW in Germania. L'intento è di sondare, come fecero quegli attivisti nelle Isole Filippine nel lontano 1971, il dissenso che si sta sicuramente accumulando fra i militari di quella 173esima brigata che a maggio ritornerà dalla guerra in Afghanistan con tutti i suoi incubi in testa.

Purtroppo il sostegno delle attività di James e Russell e rimasto finora scarso nel movimento italiano. Russell è stato costretto per motivi economici a tornare negli Usa e James Circello attende ancora la possibilità di venire. Entrambi fanno parte di un movimento di opposizione alla guerra tra i militari in forte crescita. Per favorirlo ci vuole più attenzione e impegno da parte nostra, nel ricordo di come simili iniziative contribuissero in passato a porre fine alla Guerra del Vietnam.

http://www.peacelink.it
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Di Admin (del 15/04/2008 @ 00:00:50, in News, linkato 4018 volte)
Caro Generale Del Vecchio,
sono stato spinto soprattutto dalla dichiarazione che ha fatto qualche giorno fa... ed alla fine mi sono deciso, probabilmente per l'Amore e la Passione che provo per il mio lavoro; per la mia Italia o forse per il rispetto che ho nei confronti delle Istituzioni , o ancora, per il popolo Italiano...non so, quale di questi motivi m'hanno spinto a farlo...
Ma di una cosa sono certo, della ferita' che mi ha provocato!
Innanzi tutto specifichiamo qual'e' il mio lavoro: sono un militare professionista.
Mi permetta a tal proposito di descriverLe in breve la mia storia. Entro come volontario nell'Esercito Italiano (vincitore di concorso pubblico, classificandomi tra i primi su circa 3.000 persone idonee) nel aprile 2004, affascinato ed incuriosito dai racconti dei miei amici e di mio padre sulla vita militare.
Presentai la domanda anche perché' ero ancora in differimento per motivi di studio, considerata la mia frequenza all'università' e a tal proposito rischiavo all'eta' di 26 anni di dover partire per il servizio di leva.
Era dal 2001 che m'ero trasferito in pieno centro di Roma, a due passi dalla mia facoltà, per "spirito di libertà'" ma soprattutto per cominciare a costruire la mia Vita, utilizzando esclusivamente le mie forze (sa, a 21 anni di forza e di speranza, se ne ha da vendere...)
Mi presento al reparto addestrativo con la mia vita in una borsa. Iniziammo immediatamente con le procedure burocratiche ed in meno di tre giorni si ritrovammo tutti al piazzale per cominciare l'addestramento, il duro ma sconvolgentemente formativo addestramento.
Se dovessi raccontarLe che cosa m'e' rimasto di quell'esperienza le potrei dire sicuramente la consapevolezza che dovevo adattarmi a quei ritmi e a quel tipo di "sopravvivenza": alzate all'alba, giornate intere a marciare e a studiare nei minimi dettagli il Manuale del Combattente, ad imparare a maneggiare un'arma, ma soprattutto dividere la stanza il bagno e tutto il resto con altre persone.
Ebbene, a distanza di mesi rimasi esterrefatto degli obiettivi raggiunti: non immaginavo minimamente che avrei raggiunto limiti di sopportazione e dispirito d'adattamento cosi' elevati.
In definitiva e' stato indescrivibile il "bagaglio" umano raccolto, ricco di emozioni, sofferenze, discussioni, momenti di totale gioia vissuti con la mia squadra, con la squadra composta dai miei colleghi ma soprattutto amici, con i quali ho condiviso di tutto, i momenti traumatici ed intensi
dell'addestramento, i momenti strepitosamente divertenti e folli dei nostri pomeriggi di libera uscita e delle sere trascorse a raccontarsi la vita seduti di nascosto sul davanzale delle finestre a fumarci la nostra bella sigaretta. Signor Generale mi vengono i brividi a raccontarLe questi momenti vissuti...
Ma comunque, finita l'esperienza addestrativa, mi viene comunicato il reparto di impiego.
Per il mio percorso di studi vengo assegnato, pur avendo istituzionalmente altro incarico, in un ufficio del Comando, a svolgere essenzialmente attività impiegatizia, senza però tralasciare periodicamente le attività specifiche dell'Uomo militare.
Saprà benissimo che durante il periodo di servizio, noi militari siamo sottoposti a delle valutazioni e a delle prove tra cui quelle dell'efficienza operativa. Ebbene in questi 4 anni di servizio, le mie
valutazioni sono sempre state ECCELLENTI, molto spesso elevate anche da VIVISSIMI COMPIACIMENTI, per l'alta professionalità dimostrata, anche dal punto di vista formale (e comprende benissimo l'importanza di tale aspetto per un militare...), un alto senso civico e del dovere, una fattiva e concreta collaborazione con i superiori e una piena disponibilità con i colleghi.
Note caratteristiche, senza essere presuntuosi, assolutamente invidiabili, tenendo anche presente che non ho mai ricevuto nessun tipo di provvedimenti disciplinare e nel mia carriera ho avuto soltanto 5 giorni di convalescenza per un piccolo infortunio accaduto in servizio.
Lei si porrà probabilmente una domanda...perché sono arrivato a questo punto...perché Le sto scrivendo questa lettera?
Semplice, sono Gay, si sono un militare professionista impiegato da mesi nel teatro operativo Kosovaro, idoneo a tutti gli effetti, valutato dai miei superiori da anni con ECCELLENTI note caratteristiche!
Incredibile? Probabilmente si, visto che, a parte il fatto di condividere il letto e i sentimenti con un uomo, faccio semplicemente con ONESTA' E SERIETA' il mio lavoro, quel lavoro che Amo e rispetto.
Perché per me INDOSSARE L'UNIFORME CON LE STELLETTE, non è semplicemente un ripiego, una fonte di sostentamento, come per la maggior parte dei Nostri collegh,i Signor Generale, è molto di più...
Indossare le "Stellette" ha una duplice RESPONSABILITA', l'essere Cittadino Italiano, messo a disposizione della Nostra Repubblica Italiana.
Provi a chiedere ad un militare qualsiasi, quali sono i tre PRINCIPI per i quali le Forze Armate esistono, quali sono cioè le funzioni principali.
Scoprirà che il 4, forse il 5% (e sono ottimista...) risponderà correttamente!
Allora quello che mi domando è:
Quale militare riuscirebbe a portare avanti e difendere tali funzioni al miglior modo, un militare per così dire dal Suo punto di vista "normale", spinto nell'Esercito da mere questioni occupazionali ed economiche o un militare "diverso" come lo definisce Lei INADATTO alla vita militare, ma spinto da una Reale, Concreta e Sentitissima questione ISTITUZIONALE-MORALE ???
E poi, mi perdoni Signor Generale, crede realmente che il principale problema sia l'omosessualità nelle Forze Armate?
Allora a tal proposito Le vorrei far notare alcuni "problemi", reali e molto piu' concreti, che vivono radicati all'intero dell'Esercito Italiano, che Le ricordo fa parte della Pubblica Amministrazione...finanziata cioe' da soldi PUBBLICI!!!
Mi spiega perche' la maggior parte degli Ufficiali sono figli d'Arte (figli cioè di Militari...)?
E perche' all'interno degli uffici dei palazzi del potere e nelle stanze dei comandi dei reparti avvengono fughe di notizie?
E mi spiega anche perche' si parla in maniera disinvolta di "favori" di vario genere senza considerare i reati di corruzione e di concussione?
Per poi non parlare della diffusissima pratica dei favoritismi "clientelari/familiari/parentali"?
Ed infine, non ha mai fatto caso all'altissima percentuale di militari FISICAMENTE e INOPINATAMENTE INADATTI e INIDONEI alla Vita Militare...?
Forse sarebbe piu' opportuno parlare di questi "piccolissimi" dettagli...piuttosto che d'altro...
La ringrazio Signor Generale del tempo che m'ha dedicato.
Con profonda Stima e Rispetto,
un Militare Professionista Gay
PS
Mi piacerebbe firmare la lettera con il mio grado nome e cognome, ma è'evidente che non posso farlo per eventuali reazioni omofobe nei miei confronti (che, è evidente, Lei ha alimentato...)
http://www.digayproject.org
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Di Admin (del 12/04/2008 @ 11:44:49, in Estero, linkato 7879 volte)

L’ultima battaglia è scoppiata il sabato di Pasqua, con i soldati italiani che dirigevano il fuoco degli elicotteri americani Apache contro i talebani. Ma era l’ultima di una lunga serie. A piedi, con i muli, nei mezzi che assomigliano a gatti delle nevi blindati, gli alpini paracadutisti dell’avamposto di Surobi, 70 chilometri a sud-est di Kabul, ce la mettono tutta. Centoquaranta uomini a cominciare dai corpi speciali, i ranger del reggimento Monte Cervino, con i paracadutisti della Folgore e gli esperti Cimic degli interventi umanitari e di ricostruzione. Tutti in prima linea nella guerra degli italiani in Afghanistan.

Assassinio Pezzullo: parlano i capi villaggio afghani

Gli alpini del reggimento di artiglieria di Fossano stanno di vedetta sulla postazione Olimpo in trincee fatte di pietre, come sul Carso nel 1915-18. I soldati italiani, sferzati dal vento e con la faccia bruciata dal sole, raccontano che all’orizzonte “passano gli elicotteri, sfrecciano i caccia e si sentono le esplosioni dei bombardamenti nella valle di Tagab”. Una roccaforte talebana dove gli americani pestano duro. La postazione Olimpo è un cocuzzolo che domina Camp Tora, la base avanzata italiana. La presenza sovietica negli anni Ottanta è segnalata dai resti di alcuni bunker. Anche il mullah Omar, il capo guercio dei talebani, aveva usato la base come alloggio.

I soldati italiani sono arrivati lo scorso dicembre e hanno già sostenuto otto conflitti a fuoco. L’ultimo il 22 marzo, sabato di Pasqua, quando un velivolo senza pilota americano ha perso il segnale ed è atterrato intatto nella famigerata valle di Uzbeen, sotto controllo italiano. Si trattava di un Predator warrior, armato per attacchi mirati contro i vertici nemici. Un obiettivo ghiotto per i talebani.

La postazione Olimpo che domina Camp Tora

Quando gli alpini paracadutisti sono piombati sul posto, assieme ai soldati afghani, è scoppiato l’inferno. Dalle montagne circostanti lanciavano razzi da 107 millimetri e sparavano con armi automatiche. I soldati italiani hanno risposto al fuoco chiamando l’appoggio aereo. Quattro fra poliziotti e militari afghani sono stati feriti e soccorsi dal tenente medico della task force Surobi. Dopo i caccia sono arrivati gli elicotteri e gli americani. I paracadutisti del 185esimo reggimento acquisizione obiettivi hanno guidato da terra l’attacco degli Apache, con razzi e cannoncino di bordo, sulle postazioni talebane. La zona di competenza italiana comprende tre valli compresa Jagdalek, che ai tempi dell’invasione sovietica era una roccaforte dei mujaheddin.

Il distretto di Surobi è sempre stato terreno di battaglia tra fazioni. La più famosa è l’Hezbi i Islami, il partito fondamentalista armato fondato da Gulbudin Hekmatyar. Ossia uno dei peggiori signori della guerra oggi alleato dei talebani. Il paffuto comandante della polizia di Surobi, Yardil Khan, sostiene che fra i monti si annidano pure cellule di Al Qaeda. All’inizio di marzo, nella valle di Tizin frequentata dalle pattuglie italiane, due pachistani sono saltati in aria mentre preparavano una trappola esplosiva.

I soldati della task force Surobi stanno applicando in Afghanistan una specie di dottrina Petraeus, dal nome del generale americano che ha ottenuto qualche successo in Iraq. Le pattuglie in ricognizione s’infilano nel paesaggio lunare delle valli di Surobi. Percorrono tortuose mulattiere dove i blindati Puma e Lince passano a stento.

Al controllo del territorio si affiancano attività umanitarie e di ricostruzione a favore della popolazione. Gli uomini del Cimic di Motta di Livenza, la cooperazione civile-militare, vanno nei villaggi di fango e paglia, incastonati sulle pendici delle montagne, assieme con i corpi speciali italiani. Il medico apre un ambulatorio volante per gli abitanti e il veterinario controlla il bestiame. Il Cimic costruisce un pozzo o ristruttura la moschea.

La distruzione delle armi ritrovate

Talvolta, con l’aiuto di infermiere francesi, si fanno visitare anche le donne coperte dal burqa color turchese. Le chiamano missioni Pink (rosa) Medcap. Se c’è bisogno di generi di prima necessità e la neve non permette di portare gli aiuti con i mezzi normali gli alpini noleggiano asini, come facevano con i muli durante la Seconda guerra mondiale. La colonna si inerpica per ore fra i monti. L’obiettivo è raggiungere i villaggi sperduti a oltre 2 mila metri di quota con viveri e medicinali. A dorso di mulo arrivano i pacchi famiglia tricolori con 5 litri di olio e altrettanti di riso, zucchero, grano e piselli.

La dottrina Petraeus all’italiana prevede di farsi amici i malek, i capivillaggio, e anche i mullah. “Una volta ci hanno permesso di entrare in moschea. Spesso sacrificano un montone e sempre ci offrono il chai, il tè afghano con l’aggiunta di latte di capra” racconta il maggiore Nicola Piasente, comandante della task force. Biondino, nato a San Giorgio di Nogaro in provincia di Udine, ha tre figli. Nell’ultimo anno è stato dieci mesi in missione all’estero.

Non sempre fila tutto liscio. Il 13 febbraio il primo maresciallo Giovanni Pezzulo, del reparto Cimic, è stato ucciso nella valle di Uzbeen “con colpi di arma da fuoco portatile”. In realtà, come Panorama ha scoperto, si è trattato di un omicidio in nome della guerra santa. Ecco com’è andata. Gli italiani hanno appena concluso l’attività giornaliera di pattugliamento e aiuto alla popolazione nel villaggio di Qaleh ye Kalan. Il mezzo cingolato sul quale viaggia Pezzulo, in colonna con due fuoristrada dell’esercito afghano, finisce in un’imboscata. Gli italiani rispondono subito al fuoco. Al secondo colpo di Rpg (lanciarazzi russo) un mezzo afghano inchioda bloccando la colonna. A questo punto il maresciallo Pezzulo scende dal blindato, che lo protegge. Il maggiore Piasente se ne accorge. Assieme al maresciallo Enrico Mercuri, degli alpini paracadutisti, scende dal mezzo correndo per recuperare Pezzulo sotto il fuoco indemoniato dei talebani.

“Mercuri è stato colpito a una gamba e il maggiore lo ha caricato in spalla portandolo al sicuro” racconta un militare italiano. I due alpini paracadutisti raggiungono il grosso delle forze che si battono contro i talebani. Un sergente dei ranger di Bolzano si offre volontario per tentare un’altra sortita. Assieme a quattro uomini chiusi in un blindato, che fila a tutta velocità alla ricerca del disperso. A un certo punto vedono una macchia rossa di sangue e un corpo sprofondato nella neve.

“Appena siamo scesi sibilavano i proiettili” ricorda oggi un militare. Un uomo copre gli altri sparando a raffica con la mitragliatrice Minimi sui talebani nascosti dietro i massi. Quando caricano Pezzulo di peso sul mezzo è già cadavere. “Non ci potevamo credere” sospira un soldato italiano. “Giovanni aveva sempre la battuta pronta. Anche quella mattina avevamo scherzato”.

Nel frattempo arriva l’appoggio aereo con l’ordine di bombardare, ma il pilota, che passa a volo radente per impaurire i talebani, evita di sganciare. Non riesce a individuare il bersaglio e teme di colpire i civili del villaggio. La battaglia dura quasi 45 minuti.

“Il soldato italiano (Pezzulo) è stato ferito una prima volta, mentre stava sparando. Poi lo hanno colpito di nuovo” racconta Haji Harsala Khan, capo del vicino villaggio di Rudbar. Barbone bianco e turbante grigio, vorrebbe che gli italiani tornassero nella valle di Uzbeen a portare aiuti. “Il vostro soldato è stato ucciso dal comandante Sultan. Si è avvicinato e ha sparato all’italiano che era ferito. Poi gli ha preso le armi. Io ero presente”. L’assassinio viene rivendicato dal portavoce dei talebani nella zona, Qari Ezharullah, che Panorama raggiunge via telefono.

Sultan è un tagliagole locale assoldato dai talebani che, prima di essere ferito in uno scontro tra fazioni agli inizi di aprile, si vantava dell’uccisione del soldato italiano. E i suoi scagnozzi hanno cercato di vendere il fucile mitragliatore di Pezzulo al mercato nero per 4 mila euro. Nessuno ne parla, tantomeno durante la campagna elettorale, ma gli alpini paracadutisti nell’avamposto dimenticato di Surobi hanno combattuto con i talebani otto volte dagli inizi di febbraio.

La battaglia del sabato di Pasqua

In gergo militare li chiamano Tic (truppe in contatto). Il 3 febbraio sono iniziati gli scontri con razzi esplosi a 800 metri dalla colonna italiana. Il giorno dopo un altro attacco. “Sulla via del rientro dalla valle di Uzbeen nevicava” racconta un ufficiale. “Non si vedeva nulla, ma i talebani dovevano avere postazioni fortificate sulle montagne. Quando siamo passati, hanno iniziato a sparare sulla strada. Dopo avere risposto al fuoco ci siamo sganciati”.

La notizia non è mai trapelata. Ma fonti militari a Kabul rivelano che nel convoglio c’era pure il generale degli alpini Alberto Primicerj, la più alta carica italiana al quartier generale della missione Nato nella capitale afghana. “Contro le truppe internazionali che ci hanno invaso (compresi gli italiani, nda) e il regime fantoccio di Kabul, la guerra santa continua” minaccia Ezharullah, il megafono talebano nella zona di Surobi.

Aiutare la popolazione per strapparla all’influenza delle bande armate serve anche a creare una rete di informatori. “Molti girano con la valigetta piena di dollari, ma noi non paghiamo un solo centesimo. Piuttosto portiamo un ingegnere per costruire un pozzo, i viveri quando i villaggi sono isolati dalla neve, oppure costruiamo una clinica o una scuola. Così scopriamo i ‘tesori’”. A parlare è il tenente degli alpini paracadutisti Giovanni Carofalo, 28 anni, originario di Roma. Barba d’ordinanza, parla il pasthun, la lingua locale, e anche gli afghani lo chiamano Nanni. I “tesori” sono gli arsenali che gli stessi abitanti del luogo e i malek fanno ritrovare. Domenica scorsa, nella valle di Tizin sono saltati fuori razzi, granate di mortaio, munizioni e dieci mine antiuomo cinesi nuove fiammanti. Il giorno dopo sono stati consegnati 20 chili di tritolo e altre mine. La task force Surobi ha già scoperto 28 arsenali e sequestra in media 150 chili di droga alla settimana.

Gli aiuti alla popolazione

“Le armi arrivano soprattutto dal Pakistan e dall’Iran” sostiene il malek Jamil Fedaye, uno dei capitribù più importanti di Surobi, amico degli italiani. L’intelligence della Nato segnala anche armi irachene, soprattutto fucili mitragliatori kalashnikov, attraverso la rotta iraniana.

Se a Surobi gli alpini paracadutisti sono in prima linea, anche nell’Afghanistan occidentale, dove operano 1.300 soldati italiani, non si scherza. Il prossimo mese arriverà a Herat, sede del comando, uno psicologo militare. La missione è avvolta dalla riservatezza, ma il suo intervento potrebbe riguardare la sindrome dell’assedio o lo stress da combattimento. Perché gli italiani in Afghanistan fanno la guerra. Per mantenere la pace.

Fonte: http://blog.panorama.it
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Di Admin (del 08/04/2008 @ 18:11:42, in News, linkato 4050 volte)

La Cassazione boccia gli atti di nonnismo all'interno delle caserme e per la prima volta una sentenza della Suprema Corte conferma la condanna di una donna militare. Con la sentenza 14352 di oggi, ha infatti confermato la condanna inflitta dalla Corte militare d'appello di Roma nei confronti didue caporal maggiori, un uomo e una donna, che, dopo aver ricevuto la richiesta da parte di un militare semplice diliberare il telefono, gli avevano imposto di fare delle flessioni("di pompare") e in più la donna, su ordine del caporale più anziano, lo aveva preso a calci.Il fatto era avvenuto a marzo del 2004 e a ottobre dell'anno successivo il Tribunale militare della Spezia aveva assolto i dueper insussistenza del fatto e perché "la mera richiesta e nonl'imposizione delle flessioni era dovuta a nulla più che ad unintento goliardico, secondo una prassi diffusa ed avente rilevanza soltanto disciplinare".Questo verdetto era stato completamente rovesciato dai giudici militari di secondo grado che lontano dal ritenere il gesto"goliardico" avevano invece condannato i due per concorso in lesioni personali. La Cassazione ha oggi confermato questo verdetto per il quale il caporal maggiore ha preso due mesi di reclusione militare, sostituiti dalla multa di 2.280 euro e lei,invece, ha preso un mese e dieci giorni, sostituiti poi da 1.520euro di multa. Inutile il ricorso della difesa dei militari alla Suprema corte alla quale si richiedeva un riesame degli atti processuali dichiarato dalla prima sezione penale inammissibile.In particolare, si legge nella sentenza, che la decisione di merito va confermata data la evidente inconsistenza dei motivi del gravame, posto che "la corte militare ha escluso l'ingiuria ma, ben guardandosi a ricondurre ad atto ludico, l'ordine impartito, ne ha rammentato la rilevanza disciplinare ed ha pertanto rappresentato un quadro assolutamente compatibile con la istigazione a provocare al malcapitato lesioni personali".

http://notizie.alice.it
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Di Admin (del 03/04/2008 @ 17:58:18, in News, linkato 757 volte)

A differenza del 2006, i militari temporaneamente all'estero, i professori universitari ed i ricercatori temporaneamente all'estero, i diplomatici e le loro famiglie votano od hanno gia' votato per corrispondenza non per le circoscrizioni estere, ma per le circoscrizioni italiane. Questo significa che alcune migliaia di italiani hanno gia' votato per le circoscrizioni italiane del Senato senza la presenza della Dc di Pizza sulle schede. Il Consiglio di Stato, riammettendo la Dc di Pizza, ha quindi gia' creato una prima disparita' fra chi vota in Italia e gli elettori italiani temporaneamente all'estero.
http://www.repubblica.it

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