Di Admin (del 15/01/2009 @ 20:54:07, in Estero, linkato 3090 volte)
MADRID - L' obbedienza cieca non potrà più essere un obbligo per i militari sottoposti alla disciplina gerarchica. La nuova legge sulle Forze Armate, che il governo Zapatero prevede di varare in Consiglio dei ministri venerdì prossimo, stabilisce per la prima volta in modo netto che nessun militare potrà essere costretto a eseguire ordini «che siano costitutivi di delitto», in particolare «contro la Costituzione e le persone e beni protetti in caso di conflitto armato». Secondo le anticipazioni pubblicate sul quotidiano El Pais, le nuove «Reali Ordinanze» prevedono anche la possibilità di obiezione rispetto a un ordine dal quale si dissente. Il militare però dovrà attendere ad aver portato a termine la missione prima di mostrare il suo dissenso, nel caso in cui questo potesse compromettere il risultato dell' operazione. Nell' articolo che fissa i «limiti dell' obbedienza», la legge chiarisce che è un ordine legittimo solo «l' incarico relativo al servizio che un militare dà a un subordinato, nella forma adeguata e all' interno delle proprie competenze». Chi dovesse compiere ordini illegittimi o contrari alle leggi, dovrà «assumere la grave responsabilità della sua azione». Una buona parte dei principi indicati nel testo riprendono quelli delle ordinanze militari varate già trent' anni fa, all' epoca dell' approvazione della Costituzione democratica spagnola. Ma il governo Zapatero ha deciso di aggiornare la legge per adeguarla a cambiamenti importanti, come la professionalizzazione delle forze armate, l' incorporazione delle donne, la partecipazione in missioni militari all' estero. Si stabilisce così che i superiori dovranno favorire la convivenza tra tutti i loro subordinati, «senza discriminazioni per ragione di nascita, origine razziale o etnica, genere, orientamento sessuale, religione o convinzioni». Una norma che raccoglie un fondamentale principio costituzionale, ma che il governo sapeva di dover sottolineare con chiarezza fissando le regole di convivenza di un esercito aperto alle donne e agli stranieri, con una forte presenza di militari di religione musulmana e con un gran numero di omosessuali che nascondono ormai più la loro condizione. Una delle novità di maggior rilievo è costituita dal codice di condotta per i militari che partecipano in operazioni, sia di guerra che di pace o di aiuto umanitario in situazioni di emergenza o di catastrofe. Le regole fondamentali: uso graduale e proporzionato della forza; distinguere tra civili e combattenti e tra beni di carattere civile e obiettivi militari; evitare per quanto possibile le «perdite occasionali di vite, sofferenze fisiche o danni materiali». Il codice proibisce poi di «sottomettere a torture o vessazione» i prigionieri o detenuti, che dovranno essere trattati con «umanità e rispetto». I militari in missione all' estero dovranno impegnarsi in particolare nella difesa dei più deboli, «soprattutto donne e bambini», «contro la violenza, la prostituzione forzata o qualunque tipo di aggressione sessuale»
Di Admin (del 12/01/2009 @ 23:39:02, in Uranio, linkato 3128 volte)
Sentenza di un tribunale di Firenze a favore di un ex militare malato di tumore dopo una missione in Somalia
FIRENZE - Maxi risarcimento per un ex militare italiano malato di tumore per presunta contaminazione da uranio impoverito: lo ha deciso il tribunale di Firenze che ha condannato il ministero della Difesa a un risarcimento di oltre mezzo milione di euro, per la precisione 545.061, nei confronti di Gianbattista Marica, ammalatosi di tumore durante la missione 'Ibis' in Somalia, dove era stato per otto mesi, dal dicembre 1992 al luglio '93, come paracadutista di leva.
NESSO DI CAUSALITÀ - La sentenza è stata diffusa da Falco Accame, presidente dell'Anavafaf, un'associazione che assiste le vittime arruolate nelle Forze armate, cui lo stesso Marica si era rivolto nel 2001 per rendere pubblico il suo caso. Nel provvedimento giudiziario, datato 17 dicembre 2008, viene riportato il parere di un consulente tecnico che afferma l'esistenza di un nesso di causalità tra il Linfoma di Hodgkin (la malattia riportata dal militare, ora in fase di «remissione definitiva») e l'esposizione all'uranio impoverito. Ad avviso dell'esperto designato dal tribunale, le conclusioni dell'indagine scientifica compiuta dalla Commissione Mandelli, secondo cui tale nesso non può essere accertato, «sono destituite di fondamento per l'erronea procedura di ricerca utilizzata». Il tribunale ha dunque condannato il ministero della Difesa per non aver disposto l'adozione di adeguate misure protettive per i partecipanti alla missione in Somalia, nonostante fosse «sotto gli occhi dell'opinione pubblica internazionale - si legge nella sentenza - la pericolosità specifica di quel teatro di guerra, sotto il profilo eziopatogenetico che qui interessa, e nonostante l'adozione da parte di altri contingenti di misure di prevenzione particolari». Secondo i giudici, «al di là delle raccomandazioni che erano o dovevano essere note al ministero, il fatto che ai militari americani fosse imposta l'adozione di particolari protezioni, anche in mancanza di ulteriori conoscenze, doveva allertare le autorità italiane».
CAUTELE IGNORATE - C'è stato dunque «un atteggiamento non ispirato ai principi di cautela e responsabilità da parte del ministero della Difesa, consistito nell'aver ignorato le informazioni in suo possesso, già da lungo tempo, circa la presenza di uranio impoverito nelle aree interessate dalla missione e i pericoli per la salute dei soldati collegati all'utilizzo di tale metallo; nel non aver impiegato tutte le misure necessarie per tutelare la salute dei propri militari e nell'aver ignorato le cautele adottate da altri Paesi impegnati nella stessa missione, nonostante l'adozione di tali misure di prevenzione fosse stata più volte segnalata dai militari italiani». «Marica denunciò subito il fatto che i militari Usa in Somalia, anche a 40 gradi all'ombra, operavano con tute, maschere, guanti e occhiali, mentre i soldati italiani erano in calzoncini corti e canottiera» afferma Accame, che parla di sentenza storica e ricorda che «i reparti italiani non seppero del pericolo che il 22 novembre 1999, quando apparvero le norme di protezione destinate ai militari nei Balcani». Sul numero delle vittime, sottolinea Accame, l'incertezza è ancora totale: si oscilla, a seconda delle rilevazioni, tra i 77 e i 160 morti, e tra i 312 e i 2.500 malati. http://www.corriere.it/
Di Admin (del 06/01/2009 @ 19:48:24, in Estero, linkato 1473 volte)
Israele usa bombe a grappolo al fosforo bianco. Si tratta di armi che in base alla Convenzione di Ginevra e ai relativi protocolli internazionali del 1980 non possono essere utilizzate contro la popolazione civile e in aree densamente popolate.
Dell’impiego massiccio di queste bombe, con il loro caratteristico effetto tracciante simile a un fuoco d’artificio, se viste da lontano, esiste una vasta documentazione fotografica nei reportage delle principali agenzie del mondo che arrivano in questi giorni dalla Striscia di Gaza.
A parlarne, a denunciarne l’uso durante l’avanzata terrestre dell’esercito israeliano dopo aver visto queste foto, sono stati soprattutto i blogger. Una denuncia che corre sul web da un capo all’altro del mondo ma che finora non ha trovato finora molto spazio sulle pagine dei giornali cartacei. Se ne parla però su alcuni forum di quotidiani inglesi, da "The Guardian" al "Times" di Londra.
Il capitano Ishai David, portavoce dell’esercito israeliano, si è comunque preoccupato di rispondere ai dubbi, affermando che «Israele usa munizioni che sono accettate dalle leggi internazionali». Lo stesso "Times" ha ricordato che le bombe a grappolo – a conchiglia, shells, si chiamano in inglese – al fosforo bianco non sono illegali se usate solo come proiettili traccianti per indicare la direzione e coprire l’avanzata delle truppe terrestri. Gli inglesi lo sanno bene perché le hanno utilizzate con questo escamotage in Iraq.
I dubbi sulla liceità di questi bombardamenti al fosforo però restano tutti. Anche in considerazione del fatto che Tel Aviv ha dapprima negato ma alla fine ammesso di aver usato armi illegali come le cluster bombs durante la guerra nel Sud del Libano, nell’estate di tre anni fa.
Alcuni esperti militari britannici intervistati in forma anonima dal "Daily Mail" sostengono che sia assai dubbia la liceità dell’impiego di queste armi anche come «cortina fumogena» in una zona tra le più densamente popolate del pianeta qual è la Striscia di Gaza. E sostengono che ci troveremmo di fronte ad un pesante crimine di guerra.
«Se fosse provato l’utilizzo di bombe al fosforo verso postazioni civili densamente popolate Israele potrebbe essere chiamata risponderne davanti al tribunale dell’Aja», ha detto al "Times" Clarles Heyman, tenente colonnello dell’esercito britannico.
Poi ci sono le foto che circolano in Rete di bambini uccisi nei bombardamenti su Gaza. Foto raccapriccianti che vengono da siti arabi, probabilmente legati ad Hamas. I bambini morti hanno i volti, la testa completamente nera, sembrano ustionati ma hanno i lineamenti ancora visibili e il resto del corpo quasi intatto. Cadaveri simili a quelli che si sono visti durante la guerra in Libano.
Nei blog circola poi la denuncia di un operatore sanitario di un ospedale della Striscia di Gaza. Si chiama Jawad Najem. E dice di essersi trovato di fronte a centinaia di persone con ferite da bombe al fosforo. «Sono arrivati tutti domenica», il giorno dell’attacco terrestre dei soldati di Tshal.
Ahmed Al Dabba, un ragazzo di 26 anni che vive nella parte orientale della Striscia ha postato il suo racconto delle prime ore dell’attacco, quando ancora funzionavano le reti telefoniche e telematiche ora tagliate. Racconta di essere salito sul tetto della sua casa non lontano dal valico di Karni e di aver visto centinaia di bombe a conchiglia al fosforo bianco lanciate nella notte. «Ne ho contate almeno duecento in un’ora, purtroppo non sono riuscito a vedere bene gli obiettivi che venivano colpiti».
Di Admin (del 06/01/2009 @ 19:35:51, in News, linkato 7533 volte)
Il «regalo» di Natale del governo al ministro Ignazio La Russa si chiama «Difesa-Servizi spa». Una società a capitale interamente pubblico. Ma anche una rivoluzione per la burocrazia ministeriale. «Ci consentirà - dice il ministro della Difesa - di avere fonti di introito. In genere guardiamo alla pubblica amministrazione come un soggetto di spesa. Noi vogliamo farne un soggetto in grado di creare risorse».
Un esempio? «S’è già detto dei marchi storici della difesa. Finora erano privi di tutela. Chiunque poteva fare una maglietta con la scritta “Folgore” e venderla. Ora i marchi delle forze armate saranno tutelati. Ma non ci fermiamo qui. Qualche idea già ce l’ho. Perché non vendere attraverso Internet, per dire, i vecchi fucili dismessi? Prima li rendiamo inutilizzabili, ovvio. Poi li piazziamo ai collezionisti di tutto il mondo». Chi l’avrebbe detto, ci voleva La Russa per svuotare gli arsenali... In verità, la «Difesa-Servizi Spa» è una cosa seria. Maneggerà l’enorme patrimonio immobiliare del ministero e quindi sarà la cassaforte attraverso cui gli introiti delle vendite di caserme e terreni potranno restare in casa. Proteggerà, vendendoli a caro prezzo, i marchi storici. Infine, stipulerà i contratti di sponsorizzazione. Ultimo passo, curerà l’approvvigionamento garantendosi le migliori condizioni di mercato sul modello della Consip (la società del Tesoro che gestisce gli acquisti dei ministeri).
Il futuro della Difesa, insomma, visti i tagli di Tremonti, passerà dalla capacità di trovare soldi sul mercato. «Per quest’anno - dice ancora il ministro - aggiusto il bilancio grazie al nuovo decreto sulle missioni all’estero. E’ passato il principio che le forze armate non possono svenarsi per finanziare missioni fuori area. Finalmente il Parlamento ci darà una copertura reale dei costi. Il che significa un incremento del trenta per cento degli stanziamenti. E’ una boccata d’ossigeno». Nei prossimi dodici mesi, però, il ministero della Difesa dovrà rifare i conti sul serio. Saranno tagliati i rami secchi. Sarà necessaria una razionalizzazione delle infrastrutture. Si rivedranno i programmi di armamento. S’annuncia anche un Nuovo modello di Difesa, passando da 190 mila uomini e donne in armi a 120 mila circa. E però non basterà. «Ripeto: qualcosa dovremo inventarci. Credo sul serio in questa storia dei collezionisti. Siamo pieni di armi vecchie e superate. Nel mondo c’è chi le pagherebbe bene. Naturalmente, prima, dovranno essere lavorate per bene. Non so, togliendo gli otturatori... Vanno rese inservibili sul serio... Ma a quel punto ci potremmo fare dei soldi». Già, i collezionisti. Sono tanti gli amanti delle armi antiche. Basta farsi un giro su Internet per trovare siti specializzati (eccellente exordinanza.net, armiusate.it, o radicaebaionette.net) con offerte di ogni tipo.
Un moschetto «Carcano 91/38», che ha fatto la Seconda Guerra mondiale e poi è passato per le mani dei partigiani, viene offerto a quattrocentocinquanta euro. Uno splendido modello 91 del 1918 «canna perfetta, ci sparo ancora», che ha fatto la Prima Guerra mondiale, dotato di cinghia in cuoio originale, può arrivare a milleduecento euro. Le pistole Beretta 34, in dotazione già al regio esercito, e passate poi agli ufficiali della Repubblica, costano tre-quattrocento euro a pezzo. Nulla di totalmente nuovo, si dirà. La Difesa aveva già pensato ai collezionisti. E così come un tempo vendeva attraverso aste (a prezzi ridicoli) gli automezzi dismessi, i mobili scassati, e persino i muli, anche le vecchie armi del nostro esercito possono essere acquistate. Esiste persino un listino prezzi. E c’è uno stabilimento, a Terni, la ex gloriosa Fabbrica delle Armi che per oltre un secolo ha sfornato i fucili destinati ai fanti italiani, ora trasformato in Museo e in Polo il mantenimento delle armi leggere che gestisce le vendite al pubblico.
Inutile dire che le procedure sono farraginose. Le richieste vengono smaltite di cinque anni in cinque anni. Occorrono un sacco di permessi. Le fatture vanno pagate negli uffici periferici della Banca d’Italia. E gli introiti fanno ridere. La Marina, ad esempio, che ha uno stabilimento suo e diverso da quello dell’Esercito, a Taranto, ha appena messo sul mercato un fucile Enfield a 91,75 euro. Con altri trenta euro si prendono anche la baionetta e il fodero originale in cuoio. E’ uno Stato che non conosce i prezzi di mercato. Questi Enfield passati per le armerie delle navi viaggiano sui duemila euro a pezzo. Sempre a Taranto, pare che abbiano venduto tutto d’un fiato uno stock di pistole Colt 1911, a novanta euro l’una, che ora troneggiano in molte collezioni private.
Di Admin (del 05/01/2009 @ 17:43:05, in Estero, linkato 592 volte)
(AGI/AFP) - Gerusalemme, 4 gen. - Malgrado l’offensiva di terra inziata ieri passera’ alla storia come l’attacco piu’ annunciato della storia militare gli israeliani avevano adottato alcune precauzioni per evitare fughe di notizie. Sei ore prima dell’inizio delle operazioni i comandi avevano confiscato tutti i telefoni cellulari delle migliaia di soldati schierati lungo la linea di confine. La censura militare aveva anche ordinato ai media israeliani di diffondere qualsiasi notizia sull’attacco fino a due ore dopo l’avvio dell’offensiva. Disposizione non rispettata alla lettera dalle agenzie internazionali Gia il 27 dicembre scorso, il primo giorno dell’attacco aereo, le forze armate avevano gettato fumo negli occhi mandando in licenza a casa normalmente i soldati e preannunciando una riunione di gabinetto che non ci sarebbe mai stata. Sul fronte sono state anche usati stratagemmi per confondere Hamas inviando dozzine di unita’ lungo il confine per non far scoprire prima del tempo i punti esatti attraverso cui le truppe sarebbero penetrate nell’enclave costiera.