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Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
 
BOLOGNA — «Lusingato», dice. Ci so­no voluti quarant’anni, ma alla fine il mondo si è ricordato di lui. Giorgio Ro­sa sorride. Il salone della sua casa affac­ciata sui giardini Margherita è inondato di luce. I modi e le parole di questo anzia­no signore dal bell’incarnato sono quelli di un gran borghese, che ancora oggi, a 84 anni, riceve gli ospiti in giacca. Ma in fondo agli occhi, nello sguardo che ac­compagna una frase maliziosa, «gran fa­tica, però ci siamo divertiti», si intrave­de qualcosa. Una scintilla, residuo di quella energia che lo portò a realizzare una delle più bizzarre esperienze del Ses­santotto. «Insulo de la Rozoj», la Repub­blica dell’Isola delle Rose. Erano due anni che i sub del Dive Pla­net di Rimini ne cercavano i re­sti. Li hanno trovati all’ini­zio di luglio. E con i re­sti della piattaforma che a poche miglia dalle spiagge ro­magnole si fece nazione indipen­dente, è come se fossero riemerse anche le sugge­stioni di quell’av­ventura. Curiosa, questa riscoperta del­­l’Isola delle Rose.
I re­perti subacquei che diven­tano meta di pellegrinaggio co­stante, un bel documentario di succes­so, «Insulo de la Rozoj, la libertà fa pau­ra », uno spettacolo teatrale nel 2008, un altro in allestimento, un paio di blog te­matici, un gruppo su Facebook («A war that Italy forgot-long live Insulo de la Ro­zoj »), una installazione al museo di Van­couver che la mette a confronto con l’Utopia di Tommaso Moro, alcuni no­stalgici che progettano una nuova libera Repubblica dal nome Isola di Eden. Co­me se all’improvviso la voglia di fuga e di libertà avessero trovato un piccolo sfogo nell’evocazione di un episodio or­mai dimenticato. «Davvero strano. Per 40 anni non mi ha cercato nessuno. All’improvviso, a partire dal 2008, tutto uno squillar di te­lefono. Forse perché sul piano delle li­bertà individuali, non è cambiato poi molto. Ad essere sinceri, il mio progetto iniziale era questo: costruire qualcosa che fosse libero da lacci e lacciuoli e non costasse molto. Sulla terra ferma la buro­crazia era soffocante. Così mi venne un’idea, durante la villeggiatura a Rimi­ni ». Una struttura di tubi in acciaio salda­ti a terra e appoggiati sul fondale, sulla quale poggiava un piano in laterizio, 400 metri quadrati di superficie a disposizio­ne. Undici chilometri al largo della costa italiana, la piattaforma confinava con ac­que internazionali ad eccezione del lato sud-ovest. «Volevamo aprire un bar e una trattoria. Mangiare, bere e guardare le navi da Trieste che passano vicine, a volte anche troppo. Il ricordo più bello è la prima notte sull’isola in costruzione. Venne un temporale che sembrava por­tasse via tutto. Ma al mattino tornò il so­le, ogni cosa pareva bella e realizzabile. Poi cominciarono i problemi».
La capitaneria di porto ordinò la fine dei lavori sostenendo che quel tratto di mare fosse in concessione all’Eni. Il gran­de traffico verso la piattaforma inquieta­va le autorità. «Ci avrebbero fermato. Al­lora si studiò la possibilità di rendersi in­dipendenti. L’unico modo per non aver più a che fare con l’Italia». L’ingegnere fa una pausa, alza le mani che tiene sem­pre conserte in grembo. «E poi, diciamo­lo, ogni essere umano libero sogna di fondare uno Stato indipendente». Il pri­mo maggio 1968, con atto unilaterale, nasce la Repubblica dell’Isola delle Rose. «Insulo de la Rozoj», perché la lingua uf­ficiale è l’Esperanto, a rimarcare la diffe­renza con l’Italia. Il nuovo Stato fa in tempo a stampare i suoi francobolli, che oggi valgono una fortuna. Vuole battere moneta, ma non ne avrà modo. L’Italia reagisce con inusi­tata velocità. In Parlamento, l’Msi lamen­ta la violazione del suolo patrio, il mini­stro dell’Interno Paolo Emilio Taviani parla di «grave pericolo», il Servizio se­greto militare si dice convinto che l’Isola sia in realtà una base camuffata per l’at­tracco dei sommergibili sovietici, il par­lamentare comunista Renato Zangheri, futuro sindaco di Bologna, sostiene inve­ce che sia una una manovra destabiliz­zante del leader albanese Enver Hoxha. Mentre Rimini si riempie di giornalisti da tutto il mondo, il 24 giugno dieci pilo­tine con a bordo poliziotti e carabinieri circondano l’isola e ne prendono posses­so. L’appello di Rosa al presidente Sara­gat per la restituzione non trova rispo­sta. «Non avevamo risorse, eravamo so­li. Quando il Consiglio di Stato diede pa­rere favorevole alla demolizione, non fe­ci ricorso. Meglio lasciar perdere. Non sono più tornato a Rimini». Il 13 febbra­io 1969 gli artificieri della Marina milita­re minano i piloni con 1.080 chili di di­namite. Le esplosioni piegano la piatta­forma. Dieci giorni dopo, una tempesta fa inabissare l’Isola delle Rose.
La guerra è finita. «L’unica che l’Italia sia stata ca­pace di vincere» dice caustico l’ingegne­re. Ha lavorato fino al 2003, progettista con studio a Bologna. Dalla distruzione dell’Isola, ha smesso di esercitare i suoi diritti di cittadino. «Capii definitivamen­te che in Italia è impossibile essere libe­ri, far le cose da so­lo. Sono rimasto qui perché non vole­vo tradire gli ideali della mia famiglia. Ma non ho mai più votato. Due eccezio­ni: Berlusconi nel 1994, Guazzaloca nel 1999. Anche lo­ro mi hanno delu­so ». Nell’anno che do­veva cambiare il mondo con la fantasia al potere, in Italia l’uomo che più si è avvicinato alla realiz­zazione dell’utopia e che oggi viene ri­scoperto come simbolo di una indoma­bile volontà anarchica, è stato un prag­matico ingegnere bolognese, discenden­te di una famiglia di militari giunta in Italia nel 1400, figlio di un ufficiale del Regio esercito, ex soldato di Salò, poi di­sertore e in quanto tale condannato dal tribunale della Rsi. «Sono un liberale, un indipendente che non crede nelle re­ligioni e nei partiti. Quindi, anche oggi, l’Italia non è il posto giusto per me». Al momento dei saluti, torna quella scintilla negli occhi, l’espressione si fa divertita. «Giovanotto, quando esce di qui dia un’occhiata alle mappe su Inter­net. Troverà una sorpresa». Su Google map digitiamo il nome del suo Stato. Ap­pare una bandierina rossa in mezzo al blu del mare, proprio di fronte a Bella­ria- Igea Marina. L’Isola delle Rose vive ancora.
http://www.corriere.it
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Di Admin (del 22/08/2009 @ 12:12:46, in News, linkato 2811 volte)
 
A Pisco, in Perù, vengono preparate ed impiegate le unità cinofile aviolanciate: cani soldato (e quelli italiani sono i meglio addestrati) che seguono i padroni anche col paracadute.
 
Altro che asini che volano. I cani lo fanno meglio: usano il paracadute. E saltano dall'aereo senza essere in braccio ai padroni. La questione dei cani-parà è un braccio di ferro, ad esempio fra le associazioni animaliste e il governo britannico che ha annunciato di volerli utilizzare, che da oltre un anno tiene banco senza trovare risposte. Amici a quattro zampe che saltano da migliaia di metri d'altezza per scopi militari, umanitari, missioni di soccorso. Un paracadutista parmigiano ci ha fornito l'incredibile video girato a Pisco, di cui proponiamo una sintesi, del cane paracadutista.
 
E là, in Perù, che si trova la sede delle Forze Speciali peruviane. E’ una base di addestramento utilizzata per corsi di sopravvivenza dai militari di tutto il mondo, perché la conformazione del territorio (montuoso, con forti pendenze, zone aride e zone di foresta intricata) permette di sperimentare l’adattamento a diverse tipologie ambientali.
 
Tuttavia a Pisco non si formano solamente militari “bipedi”: da alcuni anni sono attivi reparti cinofili aviolanciati, vale a dire cani addestrati a compiere prestazioni a terra (individuazione di aree minate, riconoscimento di sostanze stupefacenti o recupero e soccorso di dispersi) con l’ulteriore capacità di lanciarsi dagli apparecchi in volo per atterrare nei punti più impervi e coadiuvare il lavoro delle pattuglie.
 
La preparazione dei “soldati a quattro zampe” segue un iter preciso: in Italia, nel Centro militare veterinario di Grosseto, i cani possono conseguire il “titolo” di Edd ( Explosive detection dog), Mdd (Mine detection dog) o Scout (cani-guida per le pattuglie in territori montuosi, in grado di rintracciare sia esplosivi che mine) e non tutti sanno che gli eroici quadrupedi nostrani sono quelli che più si distinguono nelle missioni militari in Afghanistan, Iraq, Libano.
 
Quello che avviene in Perù, ossia l’addestramento all’aviolancio, è uno step successivo riservato a cani che hanno già un ottimo rapporto col proprio conducente. Ciò che i cani temono, infatti, non è tanto il salto nel vuoto (che è invece l’attimo più ansiogeno per l’uomo) quanto il corollario del volo: l’accesso tramite le rampe e soprattutto il forte rumore a bordo, che procura tachicardia e forte stress all’animale. Dopo aver abituato gradualmente il cane a questi elementi, il momento del lancio diviene semplicemente l’esecuzione di un comando del padrone, o meglio l’emulazione spontanea di quel che il padrone fa; in queste operazioni, infatti, il conducente non si separa mai dal cane e, quando l’uomo si butta, l’amico fedele lo segue. Potere della cieca fiducia di un cane.
 
Occorrono circa 6 mesi per formare un cane paracadutista, un “war dog” (cane soldato) disposto a farsi imbragare e a balzare giù da un elicottero sopra i panorami inospitali del Perù, dell’Ecuador o della Colombia, paesi in cui si impiegano unità cinofile aviolanciate soprattutto per individuare contrabbandieri, narcotrafficanti e piantagioni di oppio. Vista la bravura dei militari quadrupedi nel guidare le pattuglie avvisando in anticipo dei pericoli nascosti, è probabile che presto in altri paesi si adotti questa pratica (l’esercito britannico sta incontrando però le rimostranze degli animalisti). In Italia esiste un nucleo di cani Edd dati in dotazione alla Folgore: hanno sperimentato la preparazione all’aviolancio, ma non hanno ancora provato l’ebbrezza del volo.
http://parma.repubblica.it
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Di Admin (del 18/08/2009 @ 19:19:06, in News, linkato 5589 volte)
 
Napoli, 17 ago (Velino/Velino Campania) - Withdrawal. Ovvero ritiro delle truppe. Questo, in estrema sintesi, è quanto sta avvenendo nella provincia di Caserta, al confine con la parte Partenopea, dove in poco meno di un anno quasi quaranta famiglie di militari americano hanno lasciato le loro abitazioni. A causare l’improvvisa smobilitazione dei marinai dell’Us Navy, presenti a Napoli perché in città vi è sia il cervello della Sesta Flotta Usa e sia il Joint Force Command della Nato, sono stati i risultati pessimi delle analisi ambientali riguardanti il territorio compreso tra Casal di Principe, Castel Volturno e Caserta. Le ricerche, condotte dagli specialisti del centro salute della marina a stelle e strisce, hanno evidenziato la presenza di elevate percentuali di sostanze chimiche solventi nelle acque dei rubinetti domestici. I rischi legati a tale sostante tossiche, secondo quanto si apprende, sono di solito associati alla presenza di coliformi fecali, nitrati e tetracloroetilene, sostanza chimica prodotta dal’'uomo e ampiamente utilizzata per il lavaggio a secco e per lo sgrassamento dei metalli.
 
Le analisi, concluse a maggio scorso, confermano la presenza dei batteri nelle acque tanto da far emettere al comando americano, guidato dall’ammiraglio Mark Fitzgerald, la raccomandazione del comando della Us Navy di non bere acqua del rubinetto. Il documento finale, già inviato ai ministeri della Salute e dell’Ambiente e alla protezione civile, conferma quanto emerso dalle prime indagini, portando la marina militare ad invitare tutta la comunità militare e civile Usa residente in Campania all’uso esclusivo di acqua minerale in bottiglia per bere, cucinare, produrre ghiaccio e lavarsi i denti. A causa di questi dati allarmanti, seppur è bene sottolineare che il comando abbia tentato di tenere la situazione sotto controllo, sono stati i numerosi nuclei familiari americani che hanno deciso di abbandonare la zona per cercare una sistemazione più “sicura”.
Fonte: www.ilvelino.it
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Di Admin (del 12/08/2009 @ 18:31:28, in Articoli, linkato 8898 volte)

Viaggio nel paradosso delle pensioni. I giovani sono a rischio povertà, i commessi del Senato ricchissimi
Il tracollo delle pensioni sarà evitato. No, le pensioni non sono destinate a crescere nei prossimi anni ma aumenterà invece la vita media. Vivremo di più, saremo più produttivi e soprattutto una schiera di immigrati pagherà i contributi anche per noi.
Non c'è, però, da stare allegri. I figli se la passeranno peggio dei padri. Per far si che il proprio assegno sia almeno vicino a quello dei genitori, i giovani dovranno rassegnarsi ad andare in pensione più tardi, almeno dieci anni più tardi. Nessuna illusione: l'assegno previdenziale sarà assai più basso dell'ultima busta paga ricevuta. L'unico sistema per evitare rendite troppo povere sarà quello di ricorrere alla previdenza integrativa.
Sono questi i risultati di uno studio compiuto dal Cnel e dal Cer, svolto intersecando le linee della demografia, del Pil, dell'occupazione e della durata della qualità del lavoro, che ci dipingono il triste scenario di come sarà la nostra previdenza da oggi al 2050.
In questo periodo di tempo la tenuta dei conti dovrebbe restare salda, il Pil continuerà a crescere fino al 2010 ma poi si stabilizzerà fra il 13,6 ed 14%, grazie anche al passaggio tra sistema retributivo e sistema contributivo.
Chi può già avvalersi oggi del sistema retributivo va in pensione con il 67% dello stipendio, chi invece abbandonerà il lavoro tra il 2020 ed il 2030, invece, potrà contare su un assegno tarato sul 62% dell'ultima retribuzione. Numeri che sono destinati a ridursi sempre più. Un neo-pensionato del decennio successivo partirà da una base del 55%. Andrà ancora peggio a coloro che lasceranno la propria occupazione tra il 2040 ed il 2050 che dovranno accontentarsi solo del 48%. In poche parole, per poter godere dello stesso tenore di vita dei propri padri, un giovane lavoratore dipendente dovrà lavorare rispettivamente un anno di più, tre anni di più e cinque anni e mezzo in più, da sommare ai sessantuno già considerati età minima pensionabile.
Il quadro negativo non si ferma qui. L'assegno, infatti, è indicizzato alle pensioni ma non al Pil e, di conseguenza, diventeremo inevitabilmente più poveri. Un esempio? Chi andrà in pensione nel 2024, il caso dei cinquantenni di oggi, avrà un assegno che varrà il 57% dell'ultimo stipendio. Ma per coloro che diventeranno pensionati solo vent'anni dopo la stessa rendita, tenuto conto di svalutazione e perdita del potere d'acquisto, varrà solo il 37% di quello che sarà il salario medio. I giovani quindi vivranno di più, cominceranno a lavorare più tardi e andranno in pensione molto dopo aver raggiunto l'età minima pensionabile, ma la loro pensione sarà a serio rischio povertà.
Il caso del Senato
Non tutti, però, piangono per il loro futuro. Ci sono ambiti che rendono assai bene nonostante il lavoro non sia di grandissimo prestigio o impegno psicologico e fisico. È il caso della pensione che spetta ai commessi del Senato. Ottomila euro lordi al mese per quindici mensilità. Impossibile? Assolutamente no, è quanto è recentemente accaduto ad un neo-pensionato cinquantaduenne che da poco ha lasciato il suo incarico. Non solo, leggendo il bilancio di previsione 2009, approvato dal Consiglio di previdenza di palazzo Madama lo scorso 21 aprile, si scopre che negli ultimi due anni i costi per pagare le pensioni hanno subito un incredibile boom.
Nessun errore, i numeri parlano chiaro. Nel biennio tra il 2007 ed il 2009 tali costi sono passati da 77,9 milioni a quasi 90 milioni di euro, una crescita del 14,3%. Non considerando le pensioni di reversibilità, quelle cioè corrisposte ai superstiti, l'incremento è stato ancora maggiore: +15,6%, ovvero 10 milioni e 800 mila euro in più.
Quest'anno, se le previsioni verranno rispettate, la spesa per le pensioni “dirette” sfiorerà gli 80 milioni, 79 milioni e 950 mila euro per l'esattezza. Una cifra da dividere tra i 598 dipendenti pensionati a cui spetterà la clamorosa cifra di 133.695 euro a testa. Quindici volte e mezzo l'importo di una pensione media dell'Inps.
Somme difficilmente pensabili per i comuni mortali ma non per i dipendenti del Senato, i cui stipendi seguono la dinamica di quelli pagati ai senatori. Un caso unico che non si rispecchia in quelli di Camera e Quirinale che hanno intrapreso misure per l'adeguamento all'inflazione programmata del prossimo triennio. In Senato, infatti, l'aumento della spese per le pensioni ha risucchiato la maggior parte dei tagli previsti per il bilancio di palazzo Madama.
Per parlare di cifre concrete, come evidenzia il Corriere della Sera, la maggiore spesa previdenziale rappresenta più del doppio del risparmio sui contributi ai gruppi parlamentari ottenuta con la riduzione del numero dei partiti presenti in Senato.
Anche a Montecitorio non se la passano male. Tra il 2007 ed il 2009 l'aumento della spesa previdenziale è stato del 14,2% e, solo quest'anno, le pensioni dirette e di reversibilità peseranno sul bilancio della Camera per 191 milioni, 24 milioni in più rispetto a due anni fa.
Due pesi e due misure, quindi, tra dipendenti di Camera e Senato e comuni mortali. In Senato, per esempio, chi è stato assunto prima del 1998 può ancora oggi andare in pensione a cinquant'anni (non i sessantuno previsti per gli altri) con una minima penalizzazione del 4,5% se ha raggiunto quota 109 tra la somma dell'età anagrafica, degli anni di contributi e dell'anzianità al servizio dello Stato.
Chi invece preferisce aspettare i cinquantatré anni, con la stessa quota 109, godrà di una pensione pari all'80% dell'ultimo stipendio senza alcuna penalizzazione.
Altri dettagli vanno sottolineati. I dipendenti del Senato assunti prima del 1998 sono la stragrande maggioranza, 609 su 1.004, e la loro pensione si calcola sulla base di un sistema retributivo puro, cioè in percentuale dello stipendio e non in rapporto ai contributi effettivamente versati come avviene con il sistema contributivo.
Del sistema retributivo si gioveranno anche i 395 dipendenti assunti dopo il 1998, anche se per loro, il consiglio di previdenza ha fissato un limite minimo all'età pensionabile di cinquantasette anni. Per godersi una pensione dorata, quindi, dovranno aspettare ben sette anni di più dei loro colleghi più anziani. L'equità, però, è arrivata anche al Senato tanto che tutti i dipendenti assunti dopo il 2007 saranno costretti ad accontentarsi del sistema contributivo. Ah, giusto, e quanti sono questi “sfortunati”? Zero per ora.
Fonte : www.progressonline.it
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Di Admin (del 09/08/2009 @ 12:42:22, in Estero, linkato 3641 volte)

Esplode ordigno, veicolo «Lince» danneggiato seriamente. Polemico il generale Tricarico
 
ROMA - Un convoglio di militari italiani, di pattuglia nel settore della valle di Musahy, vicino a Kabul è stato investito dall’esplosione di un ordigno lasciato sul ciglio di una strada. Nessun paracadutista è rimasto ferito mentre il veicolo «Lince» ha riportato seri danni. Lo riferisce il comando del contingente italiano a Kabul. L’attentato è avvenuto questa mattina, intorno alle 8.30, a circa 15 chilometri a sud della capitale Afghana. La deflagrazione ha interessato il terzo mezzo della colonna composta da quattro veicoli.
 
IL GENERALE TRICARICO - «Siamo sicuri che i blindati Lince non siano stati dotati di protezioni migliori per mancanza di fondi?». Nel giorno dell'ennesimo attacco ai militari italiani, è il dubbio che solleva il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, secondo cui «bisogna capire - dice all'Ansa - se, e in che misura, sulla sicurezza dei nostri soldati in Afghanistan pesa la carenza di risorse». «Siamo sicuri che l'addestramento dei nostri è adeguato, o invece - si chiede ancora Tricarico - è vero che non sono state fatte esercitazioni perché mancavano i soldi per comprare le munizioni?». Ad avviso dell'alto ufficiale, «bisogna vedere se non si può finanziare meglio la sicurezza dei nostri soldati, magari con iniziative di finanza creativa». Più in generale, secondo Tricarico, sulla questione occorre «una complessiva rivisitazione di carattere politico e tecnico: solo dopo si potrà andare ai funerali - anche se tutti speriamo che non ce ne siano più - senza piangere lacrime di coccodrillo». «Far fuoco con i cannoncini dei Tornado non solo è inutile, ma anche pericoloso perchè in scenari come quello afgano il rischio di danni collaterali è certo». Il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, già consigliere militare di tre presidenti del Consiglio, boccia senza riserve il piano di potenziamento delle dotazioni al contingente italiano in Afghanistan messo di recente a punto. «Colpire un talebano con le armi di bordo di un Tornado è facile come vincere al superenalotto, mentre il rischio di centrare bersagli diversi, civili innocenti, è altissimo», dice Tricarico all'Ansa. «Tecnicamente è così, tutti lo sanno. Proprio per questo le armi di bordo dei caccia non sono state mai usate neppure nei 78 giorni di operazioni aeree sui Balcani», aggiunge il generale, che coordinò quell'attività dal quartier generale alleato, a Vicenza. Secondo Tricarico, invece, c'è «un modo diverso e certo più efficace per contrastare gli 'insortì in Afghanistan: quello di armare i velivoli senza pilota Predator. I nostri possono essere dotati di missili Hellfire in grado di essere diretti senza margine di errore sull'obiettivo. Durante il Governo Prodi questo velivolo, che si sta rivelando utilissimo per la ricognizione, non venne impiegato neppure disarmato perchè, come osservò ad esempio il leader di Rifondazione Giordano, 'con quel nome volete che sia uno strumento di pace?'. Oggi credo sia giunto il momento di dotare i Predator di missili di precisione».
 
Fonte : www.corriere.it
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07/09/2010 @ 14.01.43
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