Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
L’eccidio di Cefalonia è una di quelle pagine storiche sulle quali si fonda il mito resistenziale e democratico della Repubblica Italiana. L’immagine dei capitani Pampaloni e Apollonio, “eroi” della Resistenza, emersi miracolosamente da un mucchio di cadaveri e riusciti, alla fine, a tornare alle proprie case, è troppo eloquente per poter essere messa in dubbio da chicchessia: una delle poche certezze in un paesaggio storiografico pieno di ombre e di ambiguità.
E invece no.
Loro sono tornati a casa, ma i loro soldati e i loro colleghi ufficiali hanno pagato con la vita il folle avventurismo e l’inqualificabile contegno da essi tenuto nei confronti del comandante della divisione «Acqui», generale Antonio Gandin. Il mito resistenziale di Cefalonia è una delle tante falsificazioni della storia operate, a partire dal 1945, da una ideologia ipocrita e sfrontata, capace di qualsiasi mistificazione pur di accreditare una versione di comodo, che divide il bene dal male con un taglio netto e, guarda caso, sempre in linea con la “verità” dei vincitori.
La Vulgata storiografica resistenziale ha sempre sostenuto che a Cefalonia, dopo l’8 settembre del 1943, la divisione «Acqui», agendo con altissimo senso di responsabilità e con spirito di sacrificio, scelse di combattere contro i Tedeschi anziché arrendersi, ragion per cui fu sottoposta a un massacro indiscriminato dopo la resa, dal quale uscì letteralmente distrutta. Ma le cose non andarono così, anche se questa versione, ripetuta per più di sei decenni, ha finito per imporsi e per entrare a far parte del bagaglio culturale e spirituale del popolo italiano.
Il massacro ci fu, beninteso; e, con esso, la violazione delle norme di guerra internazionali che proibiscono in modo tassativo ogni rappresaglia sui militari che si sono arresi. Ma, a parte il fatto che le cifre sono state enormemente gonfiate - si è parlato di oltre 9.000 fucilati, mentre furono molti di meno, forse non più di 1.700, compresi i caduti in combattimento -, due fatti decisivi sono stati passati sotto silenzio o sono stati soltanto sussurrati a mezza bocca, mescolati ad un fiume incontenibile di retorica, di sacra indignazione e di frasi altisonanti.
Primo: il maresciallo Badoglio, pur sapendo cosa ciò comportava e pur essendo di ciò messo in guardia dal generale Eisenhower, non volle dichiarare lo stato di guerra con la Germania fino alla data del 13 ottobre. Vale a dire che, PER OLTRE UN MESE, lo status giuridico dei soldati italiani, nei confronti dell’ex alleato germanico, rimase intollerabilmente ambiguo, non essendo essi, in teoria, nemici della Germania, e tuttavia trovandosi nella condizione di alleati dei nemici di quella. La conseguenza fu che essi rimasero esposti a subire un trattamento al di fuori della convenzioni internazionali, simile a quello riservato ai franchi tiratori.
Secondo: è vero che il generale Gandin, prima di decidere per la lotta aperta contro i Tedeschi, aveva fatto consultare gli ufficiali e i soldati della divisione, che avevano optato per la resistenza a oltranza; ma è altrettanto vero che quella specie di referendum, peraltro privo di valore giuridico, si svolse in un clima di gravissima intimidazione e che lo stesso generale Gandin era stato fatto oggetto ad atti di sedizione e perfino a delle minacce a mano armata. La disciplina e lo spirito militare, all’interno della divisione «Acqui», erano andati in frantumi; alcuni tenenti e capitani di artiglieria, in collegamento con i partigiani comunisti greci dell’isola, sobillavano apertamente i loro soldati e li incitavano a combattere contro i Tedeschi, quando ancora le trattative erano in corso; e ad opporsi in ogni modo, anche con l’ammutinamento, alle decisioni del loro comandante, se esse fossero state difformi dai loro desideri.
Altro che spirito eroico e altissimo senso del dovere. Fra i soldati della divisione serpeggiava molto più di una semplice insubordinazione: esisteva un clima diffuso di esaltazione, di rancore, di rabbia; si parlava apertamente di mettere a morte gli ufficiali “filotedeschi”, ossia quelli che vedevano nei Tedeschi gli alleati e i compagni di tre anni di lotte, oppure, semplicemente, che intendevano obbedire agli ordini del comando, quali che fossero.
Sì, perché il comandante della XI Armata italiana in Grecia, Carlo Vecchiarelli, il 9 settembre aveva ordinato a tutte le divisioni dipendenti di cedere l’armamento ai Tedeschi, come da essi richiesto; anche se poi, l’11 settembre, un cervellotico ordine di Badoglio era venuto a rendere la situazione insostenibile, prescrivendo che le truppe dovevano opporsi a ogni tentativo di disarmo da parte dei Tedeschi (tre giorni dopo l’ignominiosa fuga da Pescara e quando già l’Italia era di fatto occupata dall’esercito germanico!).
La scintilla che diede fuoco alle polveri, sull’isola di Cefalonia, fu comunque l’arbitraria iniziativa del capitano Amos Pampaloni e del tenente Renzo Apollonio, i quali, il mattino del 13 settembre 1943, fecero aprire il fuoco dalle loro batterie del 33° Reggimento artiglieria, di stanza ad Argostoli, contro due motozattere tedesche, che non tentavano alcuna azione ostile ma trasportavano viveri e altro materiale per il piccolo presidio tedesco di quella località; e ciò mentre erano ancora in corso le trattative fra il generale Gandin e il comandante tedesco, tenente colonnello Hans Barge. L’azione, avvenuta ignorando la disciplina militare e scavalcando l’autorità del generale Gandin, causò sei morti fra gli equipaggi tedeschi e invelenì l’animo dei loro commilitoni, già esasperato dall’annuncio dell’armistizio di Cassibile, da essi considerato alla stregua di un vero e proprio tradimento.
A guerra finita, oltre che nei confronti dei comandati tedeschi responsabili dell’eccidio, vi fu anche - nel 1957 - un inizio di procedimento giudiziario nei confronti di alcuni ufficiali superstiti, per aver aizzato la resistenza contro i Tedeschi e provocato così la loro ritorsione; ma esso venne immediatamente concluso con il proscioglimento dei militari. Se le ricerche di Massimo Filippini non avessero riaperto il caso, almeno sul piano storiografico, oggi ancora il pubblico ignorerebbe il vero contesto in cui si svolse l’eccidio di Cefalonia; senza dimenticare il fatto, di per sé rilevante, che ben 3.000 uomini della sfortunata divisione (secondo le cifre ufficiali) perirono dopo le tragiche vicende sull’isola, a causa dell’affondamento delle navi che li trasportavano in prigionia, ad opera delle forze navali alleate.
Poi, la retorica.
Uno scrittore inglese, Louis de Bernières, rievocò la vicenda di Cefalonia nel suo romanzo «Il mandolino del capitano Corelli» («Captain’s Corelli Mandolin»), accreditando l’eterno stereotipo degli Italiani “brava gente” e perenni suonatori di mandolino; romanzo dal quale, nel 2001, il regista John Madden ha ricavato un film piuttosto mediocre, reso - però - celebre dalla interpretazione della star hollywoodiana Nicholas Cage.
Nel 2001 il presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, vistando Cefalonia, ha affermato che «la loro scelta [dei soldati della «Acqui»] consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un’Italia libera dal fascismo».
Nel 2005 la RAI ha mandato in onda la serie televisiva «L’eccidio di Cefalonia», per la regia di Riccardo Milani.
Nel 2007, infine, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha festeggiato il 62° anniversario della Liberazione, recandosi anche a Cefalonia; ed è stata la prima volta che ciò è avvenuto al di fuori dei confini nazionali, cosa che ha conferito alla cerimonia una particolare risonanza ed una speciale solennità.
Ora, la domanda che dovremmo onestamente rivolgere a noi stessi è se quella solennità, se quella interpretazione dei fatti, siano conformi al rispetto della verità, in primo luogo per un senso di giustizia verso i morti e, poi, per poterci rapportare serenamente al nostro passato, liberi dai fantasmi di mitologie e strumentalizzazioni che non ci aiutano a vivere il presente in maniera consapevole e pacificata.
In qualunque altro esercito del mondo - o, quanto meno, in qualunque esercito di un Paese serio - insultare il proprio comandante in zona di guerra (oltretutto, una pasta d’uomo che chiamava i suoi soldati, indiscriminatamente, «figli di mamma», e la cui massima preoccupazione, dopo l’armistizio dell’8 settembre, era quella di restituirli, sani e salvi alle loro famiglie); sobillare la truppa alla disobbedienza; intrattenere rapporti di amichevole collaborazione con le forze partigiane nemiche o che tali erano state fino a poche ore prima; aprire il fuoco contro truppe tecnicamente ancora alleate e, comunque, senza averne ricevuto espresso ordine; attentare, addirittura, alla vita dei propri ufficiali, ritenuti “traditori”: ebbene, tutto questo si configura come una serie di reati da corte marziale e da plotone d’esecuzione.
In Italia, invece, le cose vanno altrimenti; in Italia queste azioni diventano nobili impulsi ideali che aprono la strada alla Resistenza e, come tali, vengono circonfuse da una luce di gloria, additandone gli autori non alla pubblica riprovazione, ma all’ammirazione incondizionata.
Strano paese, l’Italia.
Ma perché questa ricostruzione dei fatti non appaia viziata da spirito di parte, ci limitiamo a riportare alcuni stralci da una pubblicazione apparsa in data non sospetta, l’ormai lontano 1970 - vale a dire, quarant’anni fa giusti -, significativamente intitolata «Il massacro di Cefalonia era proprio inevitabile?», apparsa per i tipi de Gli Amici della Storia all’interno della collana «I grandi enigmi degli anni terribili», diretta da Franco Massara (Ginevra, Editions de Crémille, vol. 1, pp. 178-183):
«Nel giro di poche ore [l’11 settembre 1943], “l’amatissima divisione” era ormai irriconoscibile. I reparti sono traumatizzati; le coscienze disorientate; i legami che annodavano nella disciplina i soldati agli ufficiali e gli ufficiali ai comandanti di Corpo, i comandanti di Corpo al generale di Divisione sembra che stiano per sciogliersi. Lo choc dell’8 settembre stato violento. L’anarchia dilaga. La ribellione serpeggia. La propaganda dei patrioti greci attizza il fuoco di tutti i risentimenti e rancori. I soldati sono agitati. Gridano. Urlano. Accusano. Recriminano. Una vera e propria insubordinazione sta covando sotto le ceneri. Si mormora che il generale voglia “vigliaccamente” disarmare l’intera divisione per consegnarla a “a uno sparuto gruppo di Tedeschi. Lo si taccia nientemeno che di tedescofilo. Verso le 18, appena dopo il rapporto ai cappellani [che Gandin, uomo assai religioso, aveva convocati per riceverne un parere], scoppi di bombe e colpi di moschetto si odono nell’abitato di Argostoli. Fuggi fuggi generale. Le strade diventano cupamente silenziose. Che cosa sta succedendo?
Colpo di testa tedesco verso le 17. Gli artiglieri germanici puntano un semovente contro un dragamine italiano munito di due mitragliere da 20 mm. Attraccato alla banchina. L’ufficiale che lo comanda, sfila gli otturatori che consegna al comando di artiglieria. Informato dell’accaduto, il capitano Apollonio, eccitatissimo, si reca immediatamente sul posto con due autocarri di artiglieri armati fino ai denti, sale a bordo del dragamine, smonta le due mitragliere, le fa caricare sugli autocarri; fermato da un sottufficiale tedesco ed invitato a seguirlo dal comandante germanico, scrolla le spalle, risponde che di comandanti ne conosce uno solo, ed è quello “italiano”. Punto e basta.
Intanto sta per scadere l’ultimatum. Il tenente colonnello Barge e il tenente Fauth si recano al Comando di Divisione. “Sta bene - risponde il generale - accordo di massima a cedere le armi collettive e i pezzi” [era stato questo anche il parere dei cappellani convocati dal generale.]
All’alba del 12 settembre la situazione precipita improvvisamente. Notizie allarmanti, diffuse durante la notte, esasperano gli animi. Un sergente maggiore, fuggito con un’imbarcazione da Santa Maura, riferisce che nell’isola il presidio italiano è stato proditoriamente assalito dai Tedeschi, disarmato; soldati e ufficiali incolonnati e avviati in campi di concentramento. Il trucco aveva funzionato: prima i Tedeschi avevano preteso solo le artiglierie e le armi collettive; una volta queste cedute, avevano preteso quelle individuali. Una volta queste consegnate, la truppa era stata brutalmente sospinta dietro i reticolati.
La notizia incendia gli animi. I Tedeschi si servono dell’inganno; le trattative in corso servono loro soltanto per guadagnare tempo. L’agitazione è grande. Prorompono grida: “Abbasso i Tedeschi! Morte ai tedescofili!”.
Chi sono i tedescofili? Tutti coloro che invitano alla calma. Si comincia a sospettare persino della buona fede del generale. “Il generale - si dice - è d’accordo coi Tedeschi”.
Che cosa resta da fare?Il generale Gandin ha ormai dato la sua parola ai Tedeschi. Come tornare indietro? Alle quattro del mattino era già partita per il comando tedesco la lettera di conferma degli accordi presi verbalmente la sera prima.
Ci potevano essere ancora dei dubbi sulle intenzioni reali dei Tedeschi? Bastava d’altra parte guardarsi attorno: nella zona di Lixuri era tutto un andirivieni di colonne germaniche; rifornimenti venivano paracadutati ai presidi isolati. Sbarchi erano segnalati sulle coste. Intanto il capitano Pampaloni ha già stabilito contatti con i partigiani greci dell’isola. Entra in scena il tenente dell’esercito greco Agesilao Migliaressi. Avvicina il capitano Pampaloni e il capitano Apollonio, prende accordi direttamente con entrambi in vista di un’azione combinata contro i Tedeschi. Entrano in scena altre figure di resistenti greci: sono il tenente colonnello Kavadias, il capitano Lazarotos e il tenente Georgopulos. Riunione segreta di costoro sotto la tenda del capitano Apollonio: i resistenti greci provvederebbero alle informazioni, a controllare l’isolato presidio tedesco di Capo Munda, ad iniziare azioni di guerriglia lungo la rotabile Karadacata-Argostoli, ad attaccare le autocolonne tedesche in marcia, a colpire. Ad assicurare il collegamento tra Italiani e Greci è incaricato il tenente Dionisio Georgopulos. Sarà distaccata presso i “ribelli” una stazione radio. La dirigerà il radiotelegrafista Fedeli. Si distribuiscono armi. Un capitano dei carabinieri si incarica di rimettere in libertà i detenuti “politici” greci e di distruggere tutti i documenti compromettenti relativi ad azioni tentate o progettate dai componenti dell’E.L.A.S. nell’isola di Cefalonia.
Si arriva così al pomeriggio del 12. Verso le ore 16, altro incidente. Questa volta siamo arrivati al punto di rottura. Il generale comandante tiene un nuovo consiglio di guerra. Esamina la situazione drammatica che si è venuta a creare nelle ultime ore, sempre allo scopo di trovare un compromesso qualunque, pur di portar fuori i suoi undicimila “figli di mamma” da una tragedia di cui calcola già tutte le conseguenze, quando…
La notizia cade sul tavolo del generale col fragore di una bomba: i Tedeschi hanno ritto gli indugi, gettato la maschera, sono passati all’azione, e tanto per cominciare, hanno circondato le batterie di San Giorgio e di Kavriata: disarmate, intimato quindi ai soldati di consegnare le armi.
S.O.S,. disperato degli ufficiali. La risposta del comando è burocraticamente semplice: “Di fronte a forze preponderanti, cedere”.
E le batterie cedono. L’affronto è grave. Umiliante. Soprattutto sospetto. Si sospettano infatti complicità penose, impossibili, di cui non si vorrebbe nemmeno sentir parlare, ma di cui intanto si mormora. Comincia a serpeggiare per la prima volta la parola tradimento. La propaganda greca fa di tutto per eccitare gli animi, per mettere i soldati contro gli ufficiali, gli ufficiali inferiori contro gli ufficiali superiori, per “caricare” gli animi dei soldati di risentimento contro i Tedeschi, per creare malintesi, provocare incidenti. Chi non è contro i Tedeschi, è con i Tedeschi, e come tale tacciato di vigliaccheria.
Grave incidente nella piazza principale di Argostoli. Poiché la situazione sta diventando sempre più critica, e potrebbe precipitare da un momento all’altro, il Comando di Divisione aveva ordinato lo sgombero delle Suore Missionarie italiane. Se ne era incaricato il capitano Piero Gazzetti, addetto all’ufficio propaganda del comando divisionale: con un autocarro le sta trasferendo al 37° ospedale da campo. Nella piazza di Argostoli, l’autocarro è fermato da un maresciallo di Marina il quale intima all’ufficiale e alle suore di scendere: l’autocarro è requisito, sarà destinato al trasporto di armi e munizioni. Il capitano risponde che deve eseguire un ordine del generale. È un attimo. Il maresciallo urla: “Allora anche voi appartenete alla schiera dei traditori”. Estrae la pistola, spara a bruciapelo all’ufficiale, che cade riverso. Morirà il giorno appresso, dopo un’atroce agonia.
Ancora incidenti nel pomeriggio. Mentre si reca al comando di artiglieria dove ha convocato un consiglio di guerra, il generale Gandin è fatto segno a un attentato prima, ad insulti poi. Una bomba è lanciata contro la sua macchina, fortunatamente senza conseguenze. Oltre, un soldato si para decisamente davanti alla macchina costringendo l’autista a rallentare; un altro militare ne approfitta per strappare la bandierina tricolore dal cofano gridando al generale che on è più degno di portarla. Ammutinamento vero e proprio in un reggimento di fanteria: il colonnello, fatto segno a un colpo di moschetto, è costretto a rifugiarsi in una casetta. Sarà liberato da alcuni civili greci.
Che cosa aveva fatto il generale Gandin per meritare un simile trattamento dai suoi soldati? Che cosa aveva fatto per sentirsi chiamare “traditore”? Niente. Voleva soltanto portare a casa, indenne, la divisione che la Patria gli aveva affidato, assieme a tutti i “figli di mamma” che la componevano. Egli è forse il solo uomo degli undicimila della “Acqui” che vede chiaramente la situazione. “I Tedeschi ci schiacceranno con i loro Stukas” dice nel corso di un rapporto con alcuni ufficiali di artiglieria che avevano chiesto di essere ricevuti. Tra questi, il capitano Apollonio, il capitano Pampaloni e il tenente Ambrosini sono i più agitati. il movimento di rivolta era in realtà partito dalle batterie del 33° artiglieria e della Marina. Il comandante, il colonnello Romagnoli, pur parteggiando idealmente coi suoi subalterni, non pere mai il senso della misura. “Siamo soldati - dice - e dobbiamo obbedire”. Impossibile, gi rispondono.
I Tedeschi hanno catturato alcune nostre batterie: che cosa aspetta il generale Gandin ad attaccare? Di quale altra provocazione tedesca ha bisogno per iniziare le ostilità? La discussione assume toni insoliti. Gandin cerca di far capire la gravità della situazione. Quale? Essa è uin una sola parola, e dice: “isolamento”. “Siamo isolati”. Ma ormai le menti sono sconvolte, l’ubbidienza distrutta.
Gandin insiste nel voler far comprendere le ragioni delle sue decisioni, di trattare sino all’ultimo coi Tedeschi. Gli ribattono che tale atteggiamento è contrario all’onore militare. Si arriva all’assurdo: di protestare perché il generale aveva preso delle decisioni senza consultare prima i subalterni. Pare che un ufficiale, tra i più scalmanati, lo abbia accusato addirittura di essere un ribelle agli ordini del governo legittimo e servo di Farinacci.
“Generale - esclama il capitano Apollonio - non vi chiediamo che di lasciarci morire accanto ai nostri cannoni”.
Fuori è il tumulto, l’insubordinazione è ormai scatenata. I più irrequieti sono proprio i tutori dell’ordine, i carabinieri, Gli artiglieri, credendo che i loro ufficiali siano stati arrestati, puntano i pezzi delle batterie contro il Comando Divisione. Qualcuno parla di arrestare nientedimeno che il generale. Ufficiali e truppa, aizzati dai Greci, gridano che il generale è un traditore…»
Da questa ricostruzione dei fatti, che era di pubblico dominio in Italia prima che la retorica resistenziale avvolgesse il dramma della «Acqui» in un alone sacrale che ne rende difficilissima, ora, una spassionata valutazione storica, risulta, fra le altre cose, che un semplice capitano, agendo di propria iniziativa e alle spalle dei propri superiori diretti, nonché del generale di divisione che stava prendendo tutt’altre decisioni, stabiliva rapporti di collaborazione operativa con i partigiani greci, ossia con il nemico del giorno innanzi, fin dal 13 settembre, vale a dire appena cinque giorni dopo l’armistizio dell’Italia con gli Alleati.
Già lascia pensosi il fatto che, su di una piccola isola come Cefalonia (781,5 kmq.: cioè, pressappoco, tre volte e mezzo l’isola d’Elba), una forza italiana di 11.000 soldati, più duemila Tedeschi, convivesse con forti nuclei della resistenza greca, come se fra le due parti si fosse giunti, e da tempo, a una sorta di tacito armistizio. A questo punto, forse, l’intero episodio di Cefalonia andrebbe inserito nel più ampio contesto del disfacimento morale di una parte degli eserciti italiani disseminati nei Balcani e particolarmente demoralizzati dopo che, con la caduta della Tunisia e con la conquista angloamericana della Sicilia, essi cominciavano a sentirsi tagliati fuori dalla Patria in pericolo e privi di ogni prospettiva di vittoria.
Solo in un simile contesto si possono collocare azioni come quelle di alcuni ufficiali della «Acqui», i quali, infrangendo la disciplina e screditando pubblicamente l’azione di comando dei propri superiori, instaurano rapporti con i partigiani locali, aprono il fuoco di propria iniziativa sulle truppe germaniche, istigano i propri soldati - con toni esaltati e con profonda irresponsabilità - a una azione che costerà innumerevoli vittime innocenti.
Ed ora, proviamo a metterci onestamente, per una volta, da parte dell’ex alleato tedesco, già ferito dalla notizia dell’armistizio di Cassibile e dalle sue prevedibili conseguenze per la sicurezza della Germania medesima. Che cosa doveva pensare di quei soldati, di quegli ufficiali; quanto poteva fidarsi delle loro assicurazioni, della loro parola; che cosa doveva aspettarsi da loro, e come avrebbe dovuto regolarsi nei loro confronti, con una guerra tuttora in corso contro le maggiori potenze mondiali e con la flotta britannica sempre pronta a sferrare un colpo di mano contro Cefalonia, così come contro le altre isole greche?
Ancora.
Prima che abbia inizio la battaglia fra Italiani e Tedeschi sull’isola, il generale Gandin è minacciato e insultato dalle sue stesse truppe, che strappano la bandiera italiana dal cofano della sua automobile e gli gridano che non è degno di essa. Un colonnello della «Aqui» viene preso a fucilate dai suoi stessi soldati ed è tratto in salvo dai civili greci. E chi aveva autorizzato l’immediata scarcerazione dei partigiani greci detenuti dai carabinieri?
Si tratta di scene normali presso una divisione combattente, in un teatro di guerra? Qualcuno si immagina che situazioni del genere avrebbero potuto verificarsi presso gli eserciti alleati, non che presso il disciplinatissimo esercito tedesco, che pure si sentiva, ed era, circondato da nemici da ogni parte, ivi compresi i partigiani che colpiscono stando nell’ombra? Oppure qualcuno si immagina che, se si fossero verificate, la disciplina non sarebbe stata drasticamente ripristinata; o, ancora, che un tribunale militare non avrebbe sanzionato i gravissimi reati commessi, e sia pure in condizioni di normalità, vale a dire a guerra finita?
Per vedere scene simili a quelle di Cefalonia nei primi di settembre del 1943, bisogna risalire indietro agli ammutinamenti dell’esercito francese nel 1917 o all’insurrezione della flotta tedesca negli ultimi giorni della prima guerra mondiale. Meglio ancora: bisogna risalire alla Rivoluzione d’Ottobre e alla dissoluzione dell’esercito russo, fra il 1917 e il 1918, fomentata dagli agitatori bolscevichi e dagli agenti provocatori austro-tedeschi; non si dimentichi mai che Lenin tornò in Russia con l’aiuto di Parvus, agente dei servizi segreti tedeschi, che disponeva dei fondi segreti stanziati dallo Stato Maggiore germanico.
Vi è infatti, riconoscibilissima, una particolare tecnica di matrice comunista, nei gravissimi fatti verificatisi presso la divisione «Acqui» di Cefalonia, prima che divampasse la battaglia fra Italiani e Tedeschi, dal 14 al 22 settembre (giorno della resa del generale Gandin), ispirata alla nota filosofia leninista del «tanto peggio, tanto meglio»; e di cui è traccia, fra parentesi, anche nell’attentato di Via Rasella, a Roma, l’anno dopo. I partigiani comunisti greci, addestrati presso quella scuola, ne sapevano ben qualcosa: essi non ebbero scrupoli, non solo a fomentare l’odio fra Italiani e Tedeschi, ma anche a istigare la ribellione dei soldati italiani contro i loro ufficiali e contro il loro comandante.
Bisogna avere il coraggio di dirlo: la divisione «Acqui» era in stato di dissoluzione, anzi, in stato di rivolta: non rispondeva più al proprio Comando e si comportava come una mina vagante, che avrebbe potuto esplodere nelle mani di chiunque le si fosse avvicinato. Quegli artiglieri che puntano i propri cannoni contro il comando della divisione, contro l’edificio ove risiede il generale Gandin, sembrano appartenere ad una scena surreale o a un cattivo film di ammutinamento e ribellione. Una scena del genere non è concepibile in nessun esercito degno di questo nome.
I partigiani greci, astuti e calcolatori, se ne resero conto benissimo e riuscirono a “lavorarsi” alcuni ufficiali inferiori, istigandoli non solo contro i Tedeschi, ma anche contro i loro superiori e contro il loro stesso comandante. A loro non importava nulla della sorte di quegli sprovveduti; gli bastava seminare zizzania tra Italiani e Tedeschi, per metterli gli uni contro gli altri. Certo, era nel loro diritto di resistenti di un Paese occupato: ma per carità, non facciamone degli eroi e non continuiamo a dipingere una storia che non esiste, dove tutti i “buoni” sono da una parte sola e tutti i “cattivi” sono dall’altra, senza sfumature.
Comunque, sul ruolo svolto dalla Resistenza greca in questa e in altre vicende dell’esercito italiano dopo l’8 settembre del 1943, ci riserviamo di ritornare altra volta, in maniera più specifica. Per ora ci basta aver evidenziato come la decisione della «Acqui» di resistere ai Tedeschi non nasce, come vorrebbe la Vulgata storiografia oggi imperante, da una serena discussione e da una cameratesca assunzione di responsabilità reciproca fra tutti gli uomini: ma dal sospetto, dall’odio, dall’esaltazione, dall’incompetenza, dalla faciloneria; mescolati - come avviene nel mistero dell’animo umano - al senso dell’onore ferito, al coraggio personale, a un innegabile spirito di sacrificio; il tutto manipolato da alcuni mestatori, in buona parte stranieri ed ex nemici - i partigiani greci - i quali hanno tutto l’interesse a far scoppiare l’irreparabile fra i due eserciti di occupazione presenti nell’isola.
Così, anche in questo caso - come in molti altri, a cominciare dall’attentato di Via Rasella che provocò la strage delle Fosse Ardeatine - ciò che ci viene raccontato dalla Vulgata oggi dominante non è precisamente la verità e nemmeno un onesto tentativo di avvicinarvisi, ma una deliberata manipolazione di essa, il cui scopo è fondare un mito intangibile, all’ombra del quale le stesse forze finanziarie, industriali, militari, che avallarono il fascismo e la guerra e ne ricavarono grossi vantaggi, potessero riciclarsi per continuare a spadroneggiare, stavolta in versione democratica.
fonte: www.politicamentecorretto.com
Eco-bombs, cinica definizione per la ricerca dell'Università di Monaco. Con sostanze alternative a tritolo e ciclonite potranno ammazzare in modo "pulito".
Continueranno a uccidere, ma senza turbare l'ambiente naturale. Sono le "Eco-friendly bomb", armi esplosive dotate di sensibilità ecologica. La definizione, cinica e contraddittoria (gli esseri umani non sono parte integrante dell'ambiente?), pubblicizza una ricerca condotta dall'Università di Monaco di Baviera con fondi europei e americani per la produzione di sostanze alternative al Tnt (il tritolo) e al Rdx (la ciclonite).
Composti che, come è noto, presentano un tragico ventaglio di effetti collaterali: sviluppano emissioni cancerogene, inquinano terreni e falde acquifere e, laddove non dovessero detonare (in ambito industriale) o esplodere completamente, rappresentano minacce vaganti pronte a ripetere l'infausta missione.
Ecco dunque le "bombe verdi"; gli scienziati tedeschi sostengono che, se riempite con una forma recentemente scoperta di tetrazolio - composto già usato in campo farmaceutico - e fatte esplodere con l'azoto in luogo del carbonio, rilasciano una quantità minore di sostanze tossiche. Meno piogge acide, ma certo non aria pulita.
"In laboratorio - ha spiegato il ricercatore chimico Thomas Klapötke - abbiamo registrato tracce di cianuro di idrogeno. Ma siamo convinti che, mescolando questi composti con un ossidante, eviteremo la produzione di gas letali e miglioreremo le performance. Soprattutto - ha aggiunto Klapötke - per quanto riguarda gli armamenti pesanti di carri e navi".
L'unico dato effettivamente incoraggiante è che i due ordigni, battezzati con le sigle Hbt e G2zt, avrebbero dimostrato, a differenza dei loro cugini politicamente scorretti, una minore attitudine a saltare in aria accidentalmente. Evento diffuso non solo sul fronte militare, ma anche su quello civile: basti pensare agli esplosivi utilizzati per le demolizioni edili o per l'industria mineraria.
Le "eco-bombe" ricordano - per la loro capacità di discernimento - le bombe al neutrone, progettate per uccidere senza onda d'urto, graziando così palazzi e altre strutture architettoniche, o le smart bomb (dette anche "intelligenti"), in grado di selezionare tra tanti la loro preda.
Lo sforzo di limitare gli effetti collaterali della guerra - o di renderla mediaticamente meno insopportabile - ha prodotto in passato notizie al limite del grottesco. Come riportò qualche anno fa il sito della Bbc, nel 1994 il Dipartimento della difesa americano investì circa 8 milioni di dollari per sviluppare armi non letali. La "gay bomb", per esempio: avrebbe dovuto rilasciare un gas afrodisiaco tra le fila nemiche, invogliandole a festini in tuta mimetica. O le "sting me/attack me" (pungimi/attaccami): un po' di chimica e i militari sarebbero diventati cibo irresistibile per api e ratti affamati. O ancora, le "who? me?" (chi? Io?): bombe che avrebbero dovuto simulare flatulenza tra le truppe, demoralizzandole. Poi si scoprì che in molti paesi quel cattivo odore non è offensivo, e l'idea fu ritirata.
Progetti sperimentati fino al 2000. Poi arrivò l'11 settembre, e le bombe furono liberate da ogni velleità.
(3 giugno 2008)
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/scienza_e_tecnologia/eco
-bombe/eco-bombe/eco-bombe.html
Notte brava in discoteca per il principe Harry: diserta la marcia militare.
Il secondogenito di Carlo e Diana, 22 anni, ha fatto infuriare gli altri allievi dell'accademia militare per aver saltato l'addestramento dopo una notte
in discoteca con la fidanzata
Londra, 20 gennaio 2007 - Ha sangue blu ma vizi da comune mortale il principe Harry (nella foto). Il figlio di Carlo d'Inghilterra e Lady Diana, secondo quanto riporta il "Sun", ieri ha saltato l'addestramento militare dopo una "notte brava" in discoteca con la fidanzata.
Un comportamento che ha fatto infuriare gli altri allievi della prestigiosa accademia militare di Sandhurst. Harry, 22 anni, ha disertato alle 6 di mattina una marcia durata un'ora e quaranta minuti con 160 'Blues e Royals' (il suo reggimento) a Windsor Great Park.
Ma alle 3 di notte era stato avvistato al "Cuckoo", uno dei locali più trendy dell'esclusivo quartiere londinese di Mayfair, insieme alla compagna Chelsy Davy. Suo fratello William, 24 anni, ha regolarmente partecipato alla dura marcia.
Il Sun ha raccolto le confessioni di uno dei commilitoni di Harry, che partirà per l'Iraq a maggio: "Che razza di esempio sta dando? E' popolare fra i suoi uomini, ma se vuole conquistare il loro rispetto questo è il genere di situazioni che deve evitare. Deve partecipare con il resto di noi".
Ad Harry erano stati concessi dieci giorni di licenza un mese dopo l'arrivo nella divisione di fanteria per trascorrere una vacanza con Chelsy, che ha 21 anni. La sua ultima bizza conferma secondo molti che non partirà per la guerra come gli altri uomini.
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Il riscaldamento globale potrebbe costare all' Europa migliaia di vite e miliardi di euro entro i prossimi 70 anni. E' impietoso lo studio sulla situazione climatica e ambientale elaborato dalla Commissione europea e pubblicato oggi dal Financial Times. Tanto impietoso da lasciare pochi margini al dubbio, tra cifre e prospetti che delineano un quadro da film del terrore. Se non saranno presi provvedimenti sulle emissioni dannose, ammonisce infatti Bruxelles, l'effetto serra e il relativo surriscaldamento del pianeta andranno avanti a passi veloci. E le prime avvisaglie del clima bizzarro, d'altra parte, sono sotto gli occhi di tutti.Le possibili conseguenze per l'Europa, secondo il rapporto, investono ogni settore e andrebbero a colpire in particolare le aree meridionali del continente, con l'Italia in prima fila. Mentre il Nord Europa avrebbe un clima più mite e la possibilità di un' agricoltura più generosa, altrove si avrebbero siccità, gran caldo, inondazioni e colture depresse.Sulla base dello studio ambientale, elaborato anche con sistemi satellitari, il rapporto Ue evidenzia due possibili scenari di riferimento. Il primo prevede un innalzamento della temperatura di 2,2 gradi; il secondo, più tragico, prevede un innalzamento di 3 gradi. In entrambi i casi, entro un decennio, circa 11.000 persone in più potrebbero morire ogni anno a causa del caldo, mentre l'innalzamento del livello del mare causerebbe danni per un valore di miliardi di euro. Successivamente, nel caso del primo scenario (+2,2 gradi), quasi 29.000 persone in più potrebbero morire ogni anno nel Sud Europa dal 2071.Il quadro più grave riguarda proprio l' Italia che, insieme alla Spagna, potrebbe essere destinata a soffrire maggiormente questa situazione catastrofica a causa, si legge nel rapporto, di "siccità, riduzione della fertilità del suolo, incendi e altri fattori dovuti al cambiamento di clima". Ma lo studio non risparmia flora e fauna: "piante e animali tipici di certe aree geografiche moriranno o si sposteranno verso altre zone".Il riscaldamento porterà ovviamente anche all' innalzamento del livello del mare che, secondo lo studio della Commissione europea, potrebbe crescere fino a un metro con costi ingenti per far fronte al fenomeno. Già nel 2020, in caso di innalzamento della temperatura di 2,2 gradi, la spesa per far fronte al disastro delle coste potrebbe essere di 4,4 miliardi di euro; nel caso del secondo scenario (+3 gradi) la spesa aumenterebbe a 5,9 miliardi e potrebbe crescere a 42,5 miliardi nel 2080.Ma il riscaldamento globale non risparmierà, secondo lo studio, neppure altri settori come la pesca. Dal rapporto emerge infatti una tendenza alla migrazione degli stock di pesce verso le aree più a Nord. E c'è poi il problema delle inondazioni, sempre più intense un pò in tutta Europa. In proposito l' allarme riguarda soprattutto i grandi bacini fluviali, come il Danubio che già negli ultimi anni ha fatto sentire i suoi effetti interessando con gravi danni circa 240.000 persone.E il turismo? Nota dolente ancora una volta per l'Italia e per gli altri Paesi del Mediterraneo. Il rapporto Ue non fa mistero sulle conseguenze drammatiche del cambiamento climatico. Sono circa 100 milioni le persone che ogni anno trascorrono le vacanze nel Sud Europa, per un giro d'affari di circa 130 miliardi di euro. Se non si porrà fine all' effetto serra, ammonisce lo studio, entro i prossimi 70 anni quel turismo mediterraneo non ci sarà più, per il Sud sarà soltanto desertificazione e la nuova riviera europea si sposterà inevitabilmente molto più a Nord.Vegetazione già impazzita. Le temperature al di sopra della media confondono la vegetazione con uno sfasamento stagionale, è quanto afferma la Coldiretti, sono infatti già comparse le fioriture primaverili di primule sugli Appenini, di mimose in Liguria e di mandorli nel centro Sud. Il rischio, sempre secondo la Coldiretti, è che la fioritura anticipata di mimose e altri fiori li renda indisponibili per le ricorrenze tradizionali di San Valentino e della Festa della donna.I ghiacciai si ritirano. La glaciologa Augusta Cerutti ha rivelato al Tg3 che negli ultimi anni i ghiacciai del Monte Bianco si sono ritirati di circa 30 metri. L'esperta ha poi sottolineato che il massiccio più alto d'Europa "è meno sfortunato, per la sua altezza, di altre montagne in quanto vi sono maggiori possibilità di deposito della neve". Augusta Cerutti conclude con una triste previsione: "Se la temperatura aumenterà con i ritmi attuali, nel 2100 la Valle d'Aosta non avrà più ghiacciai."L'allarme dei Verdi. Il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, chiederà al seminario di Caserta la delega per definire una legislazione sulla tutela del territorio e del mare. "Lo studio della Commissione Europea conferma le nostre previsioni" afferma il ministro, "il cambio climatico è una priorità italiana e mondiale". Il deputato dei Verdi e sottosegretario all'economia, Paolo Cento, invita a "non sottovalutare il rapporto elaborato dall'Unione Europea" e sottolinea che "l'Italia è uno dei paesi europei più a rischio per gli effetti del riscaldamento globale. E' necessaria, prosegue Cento, una presa di coscienza e una forte iniziativa politica per ridurre le emissioni inquinanti".Turismo: "L'Italia resisterà". Per Costanzo Jannotti Pecci, presidente della Federturismo-Confindustria, il turismo italiano saprà resistere perché "non è solo legato a fattori climatici. Le nostre peculiarità, insiste Jannotti Pecci, sono la storia, la cultura, le bellezze del paese, l'arte e il cibo". Il turismo, che genera il 6 per cento del Pil italiano saprebbe dunque, secondo gli esercenti, superare le difficoltà provocate dal peggioramento del clima ipotizzato dalla Commissione ambientale di Bruxelles.
fonte: repubblica.it
Riformare le forze armate e tagliare i ranghi. A patto che ci siano fondi per il futuro. La sfida del sottosegretario. Parla Giovanni Lorenzo Forcieri
"La base americana di Vicenza? La posizione del governo è chiara: non c'è nessun problema politico nei confronti di una nazione alleata e amica come gli Stati Uniti. Ma bisogna che le amministrazioni locali valutino bene il peso sul territorio delle infrastrutture che il governo statunitense vuole realizzare: attendiamo di conoscere le loro decisioni sull'impatto ambientale e urbanistico". Il sottosegretario Giovanni Lorenzo Forcieri in questi anni è diventato l'uomo forte dei Ds nelle questioni della Difesa. E se sul problema della task force americana destinata a mettere radici in Veneto si trincera sulla posizione ufficiale dell'esecutivo, lancia invece una sfida sul futuro dei militari italiani. Propone una riforma delle forze armate, con un taglio sensibile agli organici e alle spese. Chiede però più risorse a partire già dalla Finanziaria per far fronte alle missioni internazionali e al logoramento dei mezzi. E presenta l'esordio di un sistema paese schierato assieme ai contingenti all'estero. Insomma, sulla carta è una rivoluzione. A partire oggi dal Libano e un domani forse da Gaza.
Con un intervento su 'L'espresso' i generali Buscemi, Cigna e Mini hanno invocato un cambiamento nelle missioni militari, denunciando come spesso vengano mandati e dimenticati i soldati in paesi per i quali l'Italia non ha nessun interesse.
"Il segnale di svolta nell'uso dello strumento militare è proprio il Libano, dove il collegamento tra presenza militare e diplomatica è strettissimo: non c'è mai stata una strategia complessa e complessiva come questa, e se ne sono visti i frutti. Ci siamo posti come obiettivo di governo quello di giocare un ruolo chiave in Europa e, con l'Europa, nel Mediterraneo e in Medio Oriente: un ruolo attivo da 'facilitatori' del dialogo, restando terzi rispetto alle parti per creare le condizioni che permettano l'avvio a soluzione dei problemi. Prima di noi la politica estera ha avuto altre priorità, come dimostra la nostra assenza persino dal gruppo di contatto sull'Iran. Ora dobbiamo giocare la partita con Teheran non perché vi abbiamo interessi commerciali importanti, ma perché possiamo mettere a disposizione della comunità internazionale conoscenze, rapporti e relazioni positive che esistono da tempo. Ma sempre partendo da una delle ragioni per cui in Medio Oriente siamo percepiti positivamente rispetto agli altri: il riconoscimento, cioè, del fatto che non tuteliamo interessi diretti nell'area. Non è un caso se siamo ritenuti un interlocutore sia dal Libano, sia da Israele e sia dai palestinesi".
Ma lo strumento militare è adeguato agli obiettivi della politica estera? Non stiamo facendo correre troppi rischi ai soldati in missione?
"Credo che la riposta esatta sia dire che oggi il nostro strumento militare è adeguato, ma stressato fino al limite. Nel periodo tra il 2002 e il 2006, mentre il nostro impegno aumentava con le missioni in Iraq e in Afghanistan, la spesa per beni e servizi della Difesa si è dimezzata, mentre quella di tutti gli altri ministeri è aumentata. Adesso non ci sono più margini. Ripeto, la situazione non è più sostenibile: le spese per la funzione difesa sono passate da 14,1 miliardi di euro del 2004 ai 12,1 del 2006. Così non solo non saremo più in grado di produrre sicurezza per gli altri, ma non saremo nemmeno capaci di garantire un livello adeguato di sicurezza per i nostri stessi militari. E questo un paese serio non se lo può permettere".
Quali sono le priorità di intervento?
"Anzitutto le somme necessarie a mantenere l'addestramento e l'efficienza operativa. A partire da quei mezzi dalla cui efficacia dipende la vita dei nostri soldati in missione: veicoli blindati moderni e mezzi di trasporto che resistano alle bombe, sistemi di difesa elettronica. E poi quei programmi internazionali strategici come, per esempio, il caccia Efa, le fregate Fremm il nuovo aereo da combattimento Jsf".
Tutti i ministri chiedono risorse nella Finanziaria. Ma è chiaro che tutti dovranno tagliare.
"Certo, questa Finanziaria nasce da una volontà di contenere le spese e trovare le risorse per il rilancio del paese. Dobbiamo però lavorare perché vengano garantiti fondi adeguate per quei settori che in passato hanno subìto tagli indiscriminati che ne hanno compromesso le capacità operative. Noi siamo anche disposti ad affrontare il tema delle dimensioni dello strumento militare, anche se quelle attuali sono adeguate ed in linea con il resto d'Europa. Siamo pronti ad accettare la sfida su questo fronte e, anzi, a lanciarla noi stessi: riprendiamo con forza la via di un'ulteriore riforma delle forze armate. Siamo pronti a creare uno strumento militare che a regime, entro la fine della legislatura, sia più piccolo e con costi minori. A patto che ci siano garantiti fin dall'inizio i fondi necessari per la realizzazione di questo progetto".
Forze armate più piccole? Si discute spesso dell'ultima eredità della leva: 30-40 mila marescialli, sottufficiali che erano la colonna vertebrale della burocrazia della coscrizione ma adesso come età e come funzioni sono alieni alla realtà operativa delle forze professionali.
"Non abbiamo nessuna intenzione di accanirci contro una categoria, ma semplicemente di trovare il sistema più equilibrato per favorire un turn over che dia spazio ai giovani. Penso a un processo che favorisca l'uscita di queste figure e ne permetta la sostituzione con un numero più ridotto di giovani. Ma si può risparmiare su altri fronti, eliminando le duplicazioni - che sono numerose - e continuando a combattere sprechi e sacche di inefficienza. Penso anche a una gestione intelligente degli immobili non più strategici, che attraverso permute e cessioni rivaluti questo patrimonio".
Finora non ci sono stati grandi risultati nelle dismissioni. In altri paesi, come in Spagna, le forze armate vendono direttamente i beni in cambio di alloggi per il personale o di fondi per progetti mirati.
"Bisogna realizzare questa capacità anche in Italia, entrando in rapporto con gli enti locali; si tratta di valutare correttamente i beni da dismettere e di utilizzarli al meglio per poter avere quale contropartita finale infrastrutture moderne e strutture residenziali che garantiscano una qualità della vita adeguata agli standard ovunque richiesti da un esercito professionale. Il pieno coinvolgimento della Difesa in questo processo è ragione e condizione del suo successo. In caso contrario sarebbe difficile sfuggire all'impressione di un 'assalto' alle forze armate: prima ci tolgono risorse finanziarie e poi anche quelle patrimoniali!".
E questi fondi per modernizzare andrebbero stanziati nella Finanziaria o pensa a una legge speciale come si è fatto nel passato?
"Penso a una Finanziaria che recepisca il problema, ristabilisca condizioni di equilibrio e avvii un percorso. Poi si dovranno trovare le risorse per un provvedimento che - anche con una crescita temporanea di fondi - arrivi ad ottenere risparmi consistenti a regime, entro la fine della legislatura. Sarebbe un approccio rivoluzionario, ma che ci sentiremmo di poter sostenere".
L'intervento dei tre generali segnalava anche l'assenza di contratti nei paesi dove operano i nostri soldati: noi spendiamo miliardi per dare sicurezza, invece appalti e risorse economiche finiscono nelle mani di altre nazioni.
"Il nostro impegno serve a ristabilire la pace e non a tutelare o promuovere interessi economici: ma quando contribuiamo alla ricostruzione di un paese credo sia giusto che venga creata anche l'opportunità di un ritorno per la nostra economia. Finora non è stato fatto, non si è nemmeno posto il problema di tenere una contabilità dei costi e dei benefici. Ci vuole un po' di pragmatismo; non dico di muoverci come quelle nazioni in cui le imprese seguono i generali e viceversa, ma se le nostre missioni militari possono migliorare l'interscambio commerciale e portare contratti, allora ci deve essere un sistema paese pronto a cogliere l'occasione".
A partire dal Libano? C'è tanto da ricostruire e ci sono molti fondi stanziati, dall'Occidente e dai paesi arabi...
"È prematuro parlarne. Ora è prioritaria l'assistenza umanitaria e bisogna ricordare che proprio l'assenza di interessi in Libano, contrariamente ad altre nazioni europee, ha permesso il nostro ruolo determinante nella soluzione della crisi. Però le questioni aperte in quel paese sono tante, inclusa la ricostruzione, e noi dobbiamo giocare con il peso di un paese che fa sistema e non con militari, diplomatici e imprenditori che agiscono senza coordinamento".
Ormai sono dieci anni che i soldati italiani sono nei Balcani: quanto durerà ancora la missione?
"Ci vorrà ancora tempo, non molto. La separazione pacifica tra Serbia e Montenegro mostra che la situazione è matura per altri passi in avanti. La costruzione democratica in Bosnia e la decisione sullo status del Kosovo rimangono i problemi principali, la cui soluzione andrà sempre più vista in una prospettiva di integrazione nell'Unione europea. Se dovessi fare una previsione, penso che il contingente militare dovrà restare per altri cinque anni".
Nel quadro di interesse geopolitico del governo che lei ha tracciato l'Afghanistan resta lontano. La nostra missione laggiù ha un senso o è una situazione dalla quale cercate solo una via d'uscita?
"Quella afgana è una missione difficile ma doverosa, quanto quella libanese. È una missione decisa dall'Onu e affidata alla Nato. Ma è necessario risolvere quei nodi che possono rendere effettivo il potere del legittimo governo Karzai in tutto il paese: a partire dalla questione della droga. Non si possono semplicemente distruggere i campi di papaveri senza offrire alternative. Credo che oltre al problema del controllo del territorio sia necessario puntare sullo sviluppo economico, l'unica strada per impedire che tutto ritorni in mano alla criminalità e ai terroristi. Bisogna che i paesi donatori mettano concretamente mano al portafogli e tirino fuori i fondi promessi. E bisogna che ci sia una gestione degli interventi di cooperazione che porti a una crescita reale. Un fallimento della comunità internazionale in Afghanistan sarebbe un rischio che nessuno può accettare".
E cosa resterà di Nassiriya? Cosa ci lasceremo alle spalle dopo tre anni di Iraq?
"Anzitutto dobbiamo ricordare che è stato lo scenario più difficile in cui i nostri militari si sono trovati ad operare. Resterà il ricordo positivo per il modo di fare dei nostri soldati, quella differenza di stile rispetto ai contingenti di altri paesi che ci ha fatto sempre mettere al primo posto la salvaguardia della popolazione civile. Resterà il nostro rispetto per la vita e l'uso limitato della forza, anche a costo di correre rischi più alti. Comunque non scompariremo: resteranno i nostri programmi di cooperazione, gestiti da Baghdad senza bisogno di contingenti armati".
È sicuro che ci saranno questi programmi: finora non si è visto nulla...
"Siamo già al lavoro, manterremo le promesse".
E quale sarà la prossima missione militare? Negli ambienti internazionali si ipotizza una presenza italiana a Gaza...
"Io me lo augurerei, perché sarebbe finalmente un segnale di sblocco e di soluzione della crisi. Oggi, dopo il Libano, si è aperta la speranza di trovare degli spiragli anche per la situazione dei palestinesi. È come se un fermento positivo stesse contagiando, dal Libano, anche la Palestina. Ci sono molti segnali di disponibilità, ma sarebbe ancora più bello se la pace a Gaza arrivasse senza bisogno di corpi di spedizione. Se poi dovessero essere necessarie delle forze di interposizione, noi saremmo pronti a giocare il nostro ruolo".
(21 settembre 2006)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Meno-marescialli-piu-missioni/1389709