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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 



L'organo giudicante ha respinto un ricorso contro una sentenza che riconosceva un'indennizzo ad i familiari di un elicotterista di Orvieto morto dopo varie missioni su teatri di guerra all'estero

 

Anche la Corte d'Appello di Roma è convinta che l’uranio impoverito sia stato una causa determinante nelle morti dei militari italiani impegnati nelle missioni all’estero.

La Corte ha, infatti, respinto il ricorso del ministero della Difesa contro la sentenza di primo grado che riconosceva un risarcimento pari a un miliardo di lire ai familiari di Stefano Melone, l' elicotterista orvietano morto per un tumore.

Il militare orvietano partecipò a missioni all'estero: dall' Albania alla Somalia, dal Medio Oriente al Kossovo.

http://www.iltamtam.it

 
Di Admin (del 11/11/2007 @ 09:50:21, in Uranio, linkato 2310 volte)
Dopo il dramma degli "invisibili" la guerra dei dati sull'uranio impoverito e le sue vittime. Le associazioni dei militari malati contro il ministero della difesa. La nuova polemica scoppia il 9 ottobre quando il ministro della Difesa Arturo Parisi viene ascoltato dalla commissione d'inchiesta che indaga sull'uranio impoverito al senato. «La direzione di Sanità Militare ha operato la raccolta e l'analisi dei dati in questo periodo e oggi mi riferisce le seguenti cifre- dice il ministro-: I militari che hanno contratto malattie tumorali, che risultano essere stati impiegati all'estero nei Balcani, Afganistan, Iraq e Libano, nel periodo 1996-2006 risultano essere un totale di 255: (161 per l'Esercito, 47 per la Marina, 26 per l'Aeronautica e 21 per i Carabinieri). Di questi malati la Direzione di Sanità dichiara un esito letale della malattia per 37 soggetti (29 dell'Esercito, 1 dell'Aeronautica e 7 dell'Arma dei Carabinieri)».

Nella sua esposizione il ministro spiega che «a fronte di questi dati che si riferiscono agli impieghi nei teatri operativi stanno quelli relativi ai militari che si sono ammalati nello stesso periodo 1996-2006 pur non avendo partecipato a missioni internazionali». Ossia, «1427 militari (604 dell'Esercito, 45 della Marina, 49 dell'Aeronautica, 729 dell'Arma dei Carabinieri)». Non è comunque tutto. «La Direzione Generale di Sanità - prosegue ancora Parisi- non è al momento in grado di verificare quanti di questi militari estranei alle missioni all'estero abbiano operato in poligoni di tiro nazionali. Mentre l'elenco dei militari all'estero risulta dai documenti di invio in missione, per il dato nazionale è infatti necessario analizzare i libretti personali. Questa operazione è in corso».

Spiegando poi che non è possibile «desumere un dato sugli esiti letali dei militari che non hanno partecipato alle missioni» il ministro aggiunge che «è di prossima acquisizione» benché nonostante qualche variazione «mi viene riferito che questo è l'ordine di grandezza». Le risposte che il ministro fornisce alla commissione presieduta dalla senatrice Lidia Menapace non convincono però le associazioni che da anni assistono i militari ammalati e le loro famiglie. «È chiaro che nei dati forniti dal ministero c'è un errore - dice Domenico Leggiero - perché su quelle fonti abbiamo lavorato anche noi e abbiamo scoperto nel totale, ripetizioni e situazioni che non rientrano nell'elenco». Leggiero fa una precisazione sul dato sui militari morti. «A noi risulta siano 156 - aggiunge - e si tratta di dati veri già verificati e riscontrati». Pur contestando i dati forniti dal ministero, il rappresentante dell'osservatorio militare non perde le speranze. «In questo momento si sta giocando una grande occasione - aggiunge - e il ministro Parisi ha mostrato tutta la sua volontà per riuscire a trovare una soluzione a questi drammi». E mentre il ministro nel corso della sua audizione dice che «l'Italia non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito, né risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri, a meno di dichiarazioni mendaci degli utilizzatori stranieri, che non voglio neppure ipotizzare. Tuttavia anche qui siamo interessati a stabilire se esistano altri fattori, oltre l'uranio impoverito, che possano causare danni ambientali».

Non si fa attendere la replica di Falco Accame ammiraglio in congedo, ex deputato e presidente dell'associazione Anav Faf che decide si esprimere il suo dissenso con una lettera di sei pagine inviata direttamente al ministro. «I casi sospetti iniziano da ben prima del 1996 e non terminano nel 2006 – scrive Accame -. I casi sospetti, per quanto riguarda attività allŽestero, credo debbano essere fatti risalire alla guerra del Golfo del 1991. Successivamente vanno considerati quelli verificatisi in Somalia nel 1993, poi in Bosnia nel 1994. In tutte queste aree operative abbiamo avuto morti e malati». La presa di posizione dellŽammiraglio non si ferma qui. «Dopo il 2006 vi sono stati altri casi. Per quanto riguarda lŽ'attività in Italia vi sono stati rischi per il personale che ha operato nei poligoni e nei depositi. Per quanto riguarda questa attività, si può risalire indietro nella data a metà degli anni 80 e probabilmente a metà degli anni 70, epoche in cui sono iniziate in molti Paesi le sperimentazioni sullŽuranio impoverito. Il primo caso sospetto vi è stato nel 1977 e riguarda il militare Lorenzo Michelini. In proposito vi è anche stato un processo in cui è stato deciso un risarcimento». Quanto allŽuranio impoverito Accame scrive che «risulta che le corazze e le blindature dei nostri mezzi siano state testate con armi allŽuranio, in Italia, come ovviamente del tutto necessario.

Tempo fa è stato dato risalto, sui giornali, della presenza di uno stock di armi allŽuranio, acquistati da Israele nellŽ85, che venne depositato in parte nel deposito di Bibbona presso Cecina. Presso il poligono di Nettuno è stata sospettata la presenza di armi allŽuranio». E dopo le prese di posizione delle associazioni arriva la replica conclusiva del ministero che respinge al mittente le contestazioni. «Riguardo le continue illazioni sulle cifre dei malati delle Forze Armate che hanno partecipato alle missioni all'estero nei quattro teatri principali di Balcani, Iraq, Afghanistan e Libano, - si legge nel comunicato diffuso dal ministero della Difesa - il Ministero della Difesa ribadisce che i casi nel periodo del 1996-2006 non hanno superato l'ordine di grandezza di qualche centinaio di unità. L'elenco nominativo di detto personale, soggetto alle ultime verifiche per la precisione delle diagnosi, è in corso di trasmissione alla Commissione parlamentare di inchiesta». Non è tutto: «Le altre cifre che spesso compaiono sulla stampa, superiori al migliaio attribuite alle missioni, citando fonti della Difesa, si riferiscono alla totalità di malati che hanno prestato servizio nelle Forze Armate, anche mai inviati all'estero e quindi mai stati a contatto con i particolari ambienti operativi di dette missioni.

Il Ministero ribadisce anche che non vi è alcuna classifica di segretezza militare su tale elenco se non le procedure previste dalla tutela della privacy, che consentirà l'accesso agli elenchi a chi ne abbia titolo. La continua disinformazione sulle cifre risulta sconfortante per chiunque abbia a cuore la chiarezza sul fenomeno delle gravi malattie che non è una questione di numero. Infatti anche se i numeri risultano molto più contenuti di quelli a volte esaltati dalla stampa, la Difesa intende proseguire in un'opera di attenta e approfondita indagine su circostanze e cause delle malattie. Il Ministero della Difesa per primo ritiene indispensabile un'opera di chiarezza per la salvaguardia del proprio personale».
www.unita.it
 
Di Admin (del 29/10/2007 @ 10:01:10, in Uranio, linkato 2688 volte)
Carlo Calcagno è una delle tante vite cambiate dalla missione in Bosnia del 1996
Capitano elicotterista dell’aviazione leggera dell’esercito, Carlo Calcagno arriva in Bosnia nel gennaio del ’96, “Le vaccinazioni me le hanno fatte una settimana prima di partire”, dice Calcagno all’epoca tenente. Vi giunge subito dopo i bombardamenti americani con il munizionamento all’uranio impoverito. E rimane per tutta la durata della sua missione, fino a luglio dello stesso anno.
E’ inquadrato nella Brigata multinazionale “Sarajevo nord”, alloggiato nell’ex ospedale della capitale, ormai ridotto ad un ammasso di macerie dai bombardamenti. “Mancavano le pareti. Noi abbiamo sistemato teloni e assi di legno per farci un riparo. E ti mettevi nel sacco a pelo vestito. La notte si stava anche a 20° sotto zero”.
A fianco dell’ospedale c’erano dei capannoni che i commilitoni chiamavano “la Volkswagen“, tutt’altro che una fabbrica di automobili: era, invece, una delle più grandi polveriere dell’ex Jugoslavia, protetta dalle montagne circostanti, in una posizione strategica. Evidentemente uno dei bersagli più colpiti dagli americani.
arriva in nel gennaio del ’96, “Le vaccinazioni me le hanno fatte una settimana prima di partire”, dice Calcagno all’epoca tenente. E’ inquadrato nella Brigata multinazionale “Sarajevo nord”, alloggiato nell’ex ospedale della capitale, ormai ridotto ad un ammasso di macerie dai bombardamenti. . E ti mettevi nel sacco a pelo vestito. La notte si stava anche a 20° sotto zero”. A fianco dell’ospedale c’erano dei capannoni che i commilitoni chiamavano ““, tutt’altro che una fabbrica di automobili: era, invece, una delle più grandi , protetta dalle montagne circostanti, in una posizione strategica. Evidentemente uno dei bersagli più colpiti dagli americani
Prende servizio al reparto con il compito di pianificare le operazioni: dalle ricognizioni, all’acquisizione di un obiettivo, al recupero dei feriti. Il supporto aereo è a carico dei francesi, perché il nostro contingente non ha inviato elicotteri sul posto. In volo, però, Calcagno è seduto dietro, a cassone come si dice in gergo. “E proprio per questo che spesso mi sono trovato a dover aiutare, a mani nude, i feriti. Il più delle volte erano civili, gente saltata sulle mine, che è stata presa e messa di peso sull’elicottero, mentre ci sparavano addosso. Sono stato a contatto con sangue, urine e feci dei feriti, ma l’ho fatto volentieri, altrimenti non avrei scelto questa vita”.
Carlo Calcagno porta a termine la sua missione in Bosnia e quindi rientra in Italia. “A me, i controlli previsti al rientro dalla Bosnia, non sono stati mai fatti”. Contrariamente a quanto previsto dal regolamento, il servizio sanitario militare non effettua nessun accertamento sui soldati rientrati dalle missioni all’estero. Passano alcuni mesi e da Salerno l’ufficiale pilota è richiesto a Viterbo come istruttore di volo. Lì si sposa e prende casa. È uno sportivo. Ama la bicicletta. È uno che va forte. Vince tantissimi trofei, anche un mondiale in Austria con la squadra. Un atleta serio che allo sport sacrifica molto anche della sua vita privata. “Qualche settimana prima di partire per la Bosnia ho fatto delle analisi alla medicina dello sport: negativo”.
, gente saltata sulle mine, che è stata presa e messa di peso sull’elicottero, mentre ci sparavano addosso. ma l’ho fatto volentieri, altrimenti non avrei scelto questa vita”. Carlo Calcagno porta a termine la sua missione in Bosnia e quindi rientra in Italia. “. Contrariamente a quanto previsto dal regolamento, sui soldati rientrati dalle missioni all’estero. . Lì si sposa e prende casa. È uno sportivo. Ama la bicicletta. È uno che va forte. Vince tantissimi trofei, anche un mondiale in Austria con la squadra. Un atleta serio che allo sport sacrifica molto anche della sua vita privata. “Qualche settimana prima di partire per la Bosnia ho fatto delle analisi alla medicina dello sport: negativo”.
Scoprire di essere malato gravemente, senza sospettare nulla, gli stravolge la vita per sempre. Le cure sono costosissime, anche trecento euro a dose. In convalescenza lo stipendio è ridotto perché perdi tutte le indennità. Dopo un anno te lo riducono al 50 percento. Dopo 18 mesi non ti danno più niente. “Dopo due anni ti riformano. Vai a casa. E se non hai ottenuto la causa di servizio, arrivederci e grazie”. , anche trecento euro a dose. In convalescenza lo stipendio è ridotto perché perdi tutte le indennità. Dopo un anno te lo riducono al 50 percento. . “Dopo due anni ti riformano. Vai a casa.

A proposito della sua missione nei Balcani, Carlo Calcagno racconta: “Dal 29 marzo al 27 giugno del ’96 ho svolto un totale di 50 ore di volo effettivo in zone di guerra. Se consideriamo che in Italia un pilota in media riesce a farne 60 in un anno, sono tante. La cosa che mi ha fatto rabbrividire”, aggiunge, “è quando Leggiero – responsabile dell’Osservatorio Militare - mi ha detto ma lo sai che di quei piloti francesi della Brigata Salamandra, che sono stati con te in Bosnia, il 65% si sono ammalati?”. Di solito un reparto di elicotteri è composto da una dozzina di piloti, che può arrivare a quindici. Il 65% equivale a dieci persone su quindici. “Però - dice - a loro è stata riconosciuta la causa di servizio e sono stati risarciti con l’equivalente di cinque miliardi di vecchie lire ciascuno. Resta che sono malati”, accentua. “Probabilmente, noi piloti eravamo sicuramente quelli che giravano più di tutti e il fatto stesso che l’elicottero durante il decollo e l’atterraggio alza un polverone, sicuramente anche questo ha influito”.
La bioingegnere Antonietta Gatti, coordinatore della Comunità Europea degli studi sulle nano-patologie, rende evidente la presenza di un’elevata quantità di particelle uniformi, della misura di un manometro cioè un milionesimo di millimetro, di materiale estraneo al corpo umano e non bio-compatibile, presente nei tessuti fatti analizzare. Per esempio, nano-particelle di metalli pesanti come ferro, mercurio, cadmio, stronzio e zinco e altri, normalmente non si trovano nell’ambiente. “La presenza di queste particelle in certe aree del corpo umano e la forma sferica delle stesse – afferma la dottoressa Gatti -, lascia desumere che si tratta di ingestione o di inalazione, che deriva dall’esposizione dei militari a zone bombardate”.
Ora, il capitano Carlo Calcagno è assegnato alla Scuola di Cavalleria dell’Esercito a Lecce. Convalescente. È stato il primo al quale hanno riconosciuto la causa di servizio e lo status di vittima del dovere, ma lui continua a battersi per indurre i legislatori ad introdurre in finanziaria la parificazione delle vittime del dovere alle vittime del terrorismo e far rientrare nel ricorso tutti quanti i colleghi ammalati e i parenti delle vittime. “Mi sono chiesto – dice Calcagno - come hanno fatto a risarcire i familiari delle vittime di Nassirya nel giro di poche ore? Con l’indennizzo di 200mila euro e poi anche altro? Intanto subito hanno ricevuto d’ufficio questa cosiddetta speciale elargizione. Come hanno fatto? Sono andato a vedere e guarda caso è la stessa legge che è prevista per noi”. Il capitano Calcagno non si arrende. La sua pratica giunge sul tavolo del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito che ne prende atto e manda a Lecce rappresentanti del COCER, il consiglio centrale di rappresentanza dell’esercito, per un’audizione dell’ufficiale. È la prima volta che succede in Italia. All’incontro hanno partecipato anche rappresentanti e genitori di militari vittime della cosiddetta sindrome dei Balcani, “non siamo stati ufficialmente invitati ad essere ascoltati – lamenta Salvatore Antonaci, papà di Andrea, sergente maggiore dell’esercito deceduto il 12 dicembre 2000 - , ma ci siamo rivolti al Prefetto per essere ascoltati anche noi”. L’interessamento dello Stato Maggiore dell’Esercito avvia la pratica per il riconoscimento della causa di servizio che si conclude il 12 aprile scorso con la firma del decreto legge. La quale legge impone che questo provvedimento deve essere chiuso entro quattro mesi dall’emissione.
Ma la vertenza è tutt’altro che chiusa per i circa trecento soldati malati di tumore e per i famigliari dei trentasette che non sono sopravvissuti alla malattia. Infatti, agli aventi diritto riconosciuti, il risarcimento non è ancora arrivato e c’è chi lamenta ogni sorta di difficoltà al riconoscimento dello status di vittima del dovere. Altri, infine, secondo lo Stato Maggiore dell’Esercito, non rientrerebbero nelle condizioni di aventi diritto alla causa di servizio:
“ Prima ho avuto il rigetto della domanda della speciale elargizione ”, dice Guido il papà di Corrado Di Giacobbe, di Vico del Gargano (FG), caporalmaggiore degli Alpini, deceduto, “e poi della causa di servizio. Perché loro non accettano!“. La legge consente al signor Di Giacobbe di fare ricorso al Presidente della Repubblica. “Ho fatto ricorso anche al Capo dello Stato e la pratica è passata al Consiglio di Stato, dal Consiglio di Stato al Ministero, il Ministero ha risposto al Consiglio di Stato e poi non ho saputo più niente”.
La cosa che mi ha fatto rabbrividire”, aggiunge, “è quando Leggiero – responsabile dell’Osservatorio Militare - mi ha detto Di solito un reparto di elicotteri è composto da una dozzina di piloti, che può arrivare a quindici. Il 65% equivale a dieci persone su quindici. “Però - dice - a loro è stata riconosciuta la causa di servizio e sono stati risarciti con l’equivalente di cinque miliardi di vecchie lire ciascuno. Resta che sono malati”, accentua. La bioingegnere , coordinatore della Comunità Europea degli studi sulle nano-patologie, rende evidente la presenza di un’elevata quantità di particelle uniformi, della misura di un manometro cioè un milionesimo di millimetro, di materiale estraneo al corpo umano e non bio-compatibile, presente nei tessuti fatti analizzare. Per esempio, nano-particelle di metalli pesanti come ferro, mercurio, cadmio, stronzio e zinco e altri, normalmente non si trovano nell’ambiente. “La presenza di queste particelle in certe aree del corpo umano e la forma sferica delle stesse – afferma la dottoressa Gatti -, lascia desumere che si tratta di ingestione o di inalazione, che deriva dall’esposizione dei militari a zone bombardate”. Convalescente. È stato il primo al quale hanno riconosciuto la causa di servizio e lo status di vittima del dovere, ma lui continua a battersi per indurre i legislatori ad introdurre in finanziaria la parificazione delle vittime del dovere alle vittime del terrorismo e far rientrare nel ricorso tutti quanti i colleghi ammalati e i parenti delle vittime Con l’indennizzo di 200mila euro e poi anche altro? Intanto subito hanno ricevuto d’ufficio questa cosiddetta speciale elargizione. Come hanno fatto? Sono andato a vedere e guarda caso è la stessa legge che è prevista per noi”. Il capitano Calcagno non si arrende. La sua pratica giunge sul tavolo del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito che ne prende atto e manda a Lecce rappresentanti del COCER, il consiglio centrale di rappresentanza dell’esercito, per un’audizione dell’ufficiale. All’incontro hanno partecipato anche rappresentanti e genitori di militari vittime della cosiddetta sindrome dei Balcani, “non siamo stati ufficialmente invitati ad essere ascoltati – lamenta Salvatore Antonaci, papà di Andrea, sergente maggiore dell’esercito deceduto il 12 dicembre 2000 - , ma ci siamo rivolti al Prefetto per essere ascoltati anche noi”.. La quale legge impone che questo provvedimento deve essere chiuso entro quattro mesi dall’emissione. . Infatti, agli aventi diritto riconosciuti, il risarcimento non è ancora arrivato e c’è chi lamenta ogni sorta di difficoltà al riconoscimento dello status di vittima del dovere. Altri, infine, secondo lo Stato Maggiore dell’Esercito, non rientrerebbero nelle condizioni di aventi diritto alla causa di servizio: “ Prima ho avuto il rigetto della domanda della speciale elargizione ”, dice Guido il papà di Corrado Di Giacobbe, di Vico del Gargano (FG), caporalmaggiore degli Alpini, deceduto, “e poi della causa di servizio. Perché loro non accettano!“.
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Di Admin (del 28/10/2007 @ 15:42:18, in Uranio, linkato 2646 volte)

Dopo molti anni al Tg1 si parla del caso

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Di Admin (del 09/10/2007 @ 20:45:05, in Uranio, linkato 1812 volte)
ROMA - Secondo i dati del sistema sanitario militare sono 255 i soldati che hanno contratto malattie tumorali - le cui cause non sono state accertate - e che sono stati impegnati nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq e in Libano nel periodo 1996-2006. Di questi militari, 37 sono morti. Numeri, quelli forniti oggi dal ministro della Difesa Parisi alla Commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito del Senato, contestati da alcune associazioni. "Le vittime sono molte di più", dicono. Per chiarire queste "divergenze", la Commissione farà una verifica.
 
PARISI, 255 MALATI - In dieci anni di missione, ha affermato Parisi, si sono ammalati di tumore 255 militari (161 dell'Esercito, 47 della Marina, 26 dell'Aeronautica e 21 Carabinieri) e 37 di questi sono morti (29 dell'Esercito, 7 dell'Arma, uno dell'Aeronautica). Sono stati invece 1.427 i militari malati che non hanno partecipato ad operazioni 'fuori area', ma ancora non si sa quanti di questi abbiano operato nei poligoni, né quanti siano morti. A questi dati vanno aggiunti quelli che si stanno ancora raccogliendo negli ex distretti e quelli dei militari congedati da anni, ma che non hanno chiesto la causa di servizio: si cercherà di risalirvi tramite il servizio sanitario nazionale.
 
'2.536 MALATI, 164 DECEDUTI' - Domenico Leggiero, dell'Osservatorio militare, dice di essere in possesso di "un documento della sanità militare dello Stato maggiore della Difesa" in cui si parla di "2.536 militari affetti da patologie tumorali, di cui 164 deceduti". "Siamo rimasti basiti dalle parole di Parisi - aggiunge Leggiero - ma siamo pronti a mettere immediatamente a disposizione della magistratura il documento'. Anche secondo Falco Accame, presidente dell'Anavafaf, quelli di Parisi sono dati "incompleti e al ribasso".
 
VERIFICHE - Le divergenze con i dati della Difesa dunque ci sono "e i nostri stessi esperti - ha detto Lidia Menapace, presidente della Commissione d'inchiesta - sono preoccupati da questo divario. Per questo stanno chiedendo di confrontare i criteri con cui i dati sono raccolti, perché le variazioni possono essere determinate da questo". Ma anche se il numero fosse quello, "sarebbe comunque una cosa drammatica".
 
CAUSE NON ACCERTATE - Numeri a parte, resta il fatto che non c'é alcuna certezza sulla causa delle patologie, come ha ribadito Parisi. "Ci muoviamo in un settore della conoscenza umana - ha affermato - estremamente incerto, dove la precisa individuazione del nesso causa-effetto è ancora oggetto di verifica". Ma "individuare tutte le cause delle gravi malattie che possono colpire i nostri militari - ha assicurato - è per noi sentita come una priorità assoluta".
 
IL 'CENTRO' - Per questo il ministro ha annunciato che la Difesa intende istituire un apposito 'Centro', presso la Direzione generale di sanità, per la "verifica puntuale e continuativa delle diverse ipotesi sul tappeto". Il Centro "potrebbe ricevere le direttive da un Comitato scientifico formato dai maggiori esperti della materia" e, per la sua attività, può già contare su 10 milioni di euro stanziati in Finanziaria. "In questo quadro sarà possibile avviare un monitoraggio sistematico del poligono di Salto di Quirra", ha detto il ministro, aggiungendo che "l'Italia non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito, né risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri"
 
RISARCIMENTI - E' di 170 milioni di euro per il 2007 lo stanziamento che servirà a risarcire le vittime del dovere, compresi i militari italiani morti o malati per presunta contaminazione da uranio impoverito. Per ottenere il riconoscimento della causa di servizio, ai fini del risarcimento, basta "l'evidenza di partecipazione ad attività in particolari condizioni di ambiente operativo".
http://www.ansa.it
 
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