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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Admin (del 03/05/2007 @ 22:45:26, in Uranio, linkato 3624 volte)
(02/05/2007) - “E’ Gianluca Anniballi di 28 anni, ex caporalmaggiore volontario in ferma breve dell'Esercito, di Melilli, in provincia di Siracusa, l’ultima vittima da possibile contaminazione da uranio impoverito”. Lo rende noto Francesco Palese, direttore editoriale del network della sicurezza GrNews.it, che sta svolgendo un’inchiesta sul tema. “L’ex militare - spiega Palese - ha operato fino all’ottobre del 2000 a Pec, in Kosovo, dove è stato impegnato per quattro mesi. Conduceva i mezzi del Battaglione Logistico Taurinense della Brigata Alpina di base a Torino, nell'ambito della missione Joint Guardian Kfor della Nato. La località di Pec, quaranta chilometri a ovest da Pristina, secondo i dati forniti dalla Nato, risulta tra le più colpite dai bombardamenti tra i 112 siti indicati, dove furono esplosi 31.000 proiettili all’uranio impoverito. Ma Gianluca, per le sue mansioni, ha effettuato degli spostamenti per centinaia di chilometri in tutta la regione. Nel marzo del 2002, a un anno dal congedo, gli è stato diagnosticato un “astrocitoma cerebellare”, una forma di tumore al cervello che ha scoperto casualmente. Nel settembre 2002 - continua Palese - si sottopone a 11 ore di intervento chirurgico, nella zona del cervello che interessa l’equilibrio, presso il policlinico di Monza. Nel dicembre dello stesso anno la Asl di Siracusa gli conferma un’invalidità permanente, in quanto Gianluca, che ha un diploma da geometra, non può svolgere tutti quei lavori che richiedono il senso dell’equilibrio. Sarà l’avvocato Bruno Ciarmoli, che segue altri casi simili, a chiedere al Ministero della Difesa che gli venga almeno riconosciuta la causa di servizio. Gianluca ha confermato di aver operato senza alcuna protezione contro l’uranio impoverito nonostante le norme emanate dallo Stato Maggiore nel novembre del 1999 nelle quali si affermava, tra l’altro, che “inalazioni di polveri insolubili di uranio impoverito sono associate nel tempo con effetti negativi sulla salute quali il tumore e disfunzioni nei neonati” e si indicavano le precauzioni da adottare. Adesso è senza un lavoro e ha deciso di raccontare la sua storia dopo anni di paura e dopo aver tentato di “rimuovere” l’accaduto. Ma come lui, che secondo i dati della commissione di inchiesta sarebbe il 516esimo ammalato, a fronte dei 46 morti, ce ne sono tanti altri nell’ombra. All’inizio – racconta l’ex militare a Palese – avrei dato l’anima per l’Esercito, per questo decisi di presentare la domanda dopo la leva nel 1998. Sono sempre stato affascinato da tutto quello che sentivo dire dagli altri sulla vita militare, sul cameratismo e sullo spirito di corpo. Oggi sono in questa situazione e mi sento male soprattutto se penso al dolore e alla sofferenza che ho procurato a chi mi è stato e mi sta intorno. Ho sempre scelto di non pensarci, ma ora mi sono deciso, e farò tutto il possibile per ottenere quello che mi spetta. Se lo vorranno, sono disponibile a portare il mio caso alla commissione parlamentare di inchiesta e invito chi è nelle mie condizioni a fare altrettanto. Continuare a tacere non ha senso”.
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Di Admin (del 22/04/2007 @ 22:19:12, in Uranio, linkato 2101 volte)
Giorgio Parlangeli faceva servizio a Udine, di origini pugliesi (Lecce), aveva scelto la vita militare perché il lavoro era “sicuro” e, se andava all’estero, poteva comprarsi anche la macchina.
Una storia dannatamente uguale a quella dei sui 45 colleghi che lo hanno preceduto nel calvario del cancro prima e nella morte poi, nel caso di Giorgio in ospedale a Milano. Sarebbe bello se, per questi ragazzi, ci fosse un riconoscimento almeno uguale a quello fatto dal Capo dello Stato ai tanti operai extracomunitari che muoiono nei nostri cantieri per mancanza di misure di sicurezza. Evidentemente i datori di lavoro dei militari italiani devono essere “trattati” in modo diverso e non possono essere messi sotto accusa. Non sappiamo se sono più deboli i costruttori che costringono le maestranze a lavori pericolosi oppure sono troppo forti i poteri della Difesa che possono permettersi il lusso di occultare direttive di tutela per i militari senza essere neanche indagati. Centinaia di ragazzi malati dimenticati da tutti.
By Franca Rame
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APPROFONDIMENTI
Di Admin (del 22/04/2007 @ 22:11:40, in Uranio, linkato 1546 volte)
Di Admin (del 19/04/2007 @ 22:16:43, in Uranio, linkato 1630 volte)
BARI – Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari Chiara Civitano ha respinto la richiesta di archiviazione e ha ordinato alla Procura nuove indagini su casi di leucemie e tumori (anche mortali) contratti da una ventina di militari italiani che hanno operato in Serbia e Kosovo durante la guerra nei Balcani. La Procura aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo d’indagine, ritenendo mancante il nesso di causalità tra l’utilizzazione dei proiettili all’uranio impoverito e l’insorgenza delle malattie.
Alla richiesta di archiviazione, firmata dal Pm inquirente Ciro Angelillis nell’autunno 2005, si era opposta un’associazione pugliese che aveva chiesto al giudice di non archiviare il fascicolo: il giudice, dopo aver ascoltato le parti in camera di consiglio, si era riservata la decisione e solo oggi ha sciolto la riserva respingendo la richiesta di archiviazione e ordinando al Pm nuove indagini.
Il Pm Angelillis aveva deciso di archiviare le indagini anche a seguito dei risultati cui era giunta la commissione presieduta dal prof. Franco Mandelli (l'ematologo che ha coordinato un gruppo di ricerca istituito dal ministro della Difesa) che nel 2002 «assolse» i proiettili all’uranio impoverito.
L'inchiesta conoscitiva del Pm barese riguarda la presunta presenza di proiettili e bombe all’uranio impoverito in terra di Bari e nel Basso Adriatico e le eventuali conseguenze sull'ambiente. L’indagine fu avviata negli anni scorsi, dopo il deposito di un esposto firmato dall’allora deputato dei Verdi Vito Leccese, all’epoca dei fatti vicepresidente della commissione esteri alla Camera.
Leccese chiese ai magistrati penali e militari di Bari (anche questi ultimi avviarono un’inchiesta conoscitiva) di compiere accertamenti sul rilascio in mare, per motivi di sicurezza, di proiettili e bombe all’uranio impoverito dagli aerei che tornavano, dopo le missioni di guerra nei Balcani, nelle basi militari pugliesi. Aveva chiesto, inoltre, di verificare se nei due aeroporti militari di Gioia del Colle (Bari) e Amendola (Foggia) fossero stati custoditi proiettili all’uranio impoverito.
Nel corso delle indagini la magistratura avrebbe stabilito che effettivamente proiettili all’uranio impoverito sarebbero stati caricati sui 22 aerei A-10 americani, decollati dalla base di Gioia del Colle, durante il conflitto in Kosovo.
Di Admin (del 20/02/2007 @ 00:11:47, in Uranio, linkato 6195 volte)
Un giovane militare di 30 anni, Amedeo D’Inverno nativo di Acerra e già in servizio presso il 19° Reggimento Guide di Salerno, unità incardinata nella Brigata bersaglieri di Caserta è morto tre giorni fa a Roma per un tumore dovuto ad una presunta contaminazione da uranio impoverito. L’infausta notizia è stata resa nota da Domenico Leggiero, dell'Osservatorio militare, secondo il quale salgono così a 45 le vittime della cosiddetta Sindrome dei Balcani, mentre i malati sono 513. Il giovane, riferisce Leggiero, era un volontario dell'Esercito, che ha espletato missioni nell'area balcanica, dalla quale era tornato affetto da Linfoma di Hodgkin. Il linfoma di Hodgkin è un tumore maligno del sistema linfatico. Anche se le cause esatte del linfoma di Hodgkin sono tuttora sconosciute, la ricerca in questo senso prosegue incessantemente e molti la fanno risalire all’uranio impoverito di cui erano impregnati i proiettili che gli americani hanno sparato in grande quantità nei Balcani dal 1995 in poi. “Gli era stata riconosciuta la causa di servizio” - ha aggiunto l’ex sottufficiale – “ma non aveva ancora preso un soldo”. La morte è arrivata dopo una lunga malattia e quattro trapianti. I funerali di Amedeo D’Inverno, che avrebbe compiuto 30 anni il prossimo 16 marzo si sono già svolti ad Acerra, dove il militare era nato. La sua attività professionale si è svolta nel 19° Reggimento “Guide” di Salerno e “la missione nella Caserma “Tito Barrak” di Sarajevo” – ha sottolineato Leggiero – “gli è stata fatale”. Amedeo D’Inverno lascia la fidanzata ed i genitori, “che hanno dato fondo a tutte le già scarse risorse economiche che avevano per curare e stare vicino al loro caro fino all'ultimo momento”.
http://www.caserta24ore.it
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