PENSIONI / MENTRE I PENSIONATI COSI’ DETTI D’ORO, MANIFESTANO CONTRO IL TAGLIO DELLE LORO PENSIONI NETTE CHE SUPERANO I 4.500 EURO, ci sara’ anche una stretta sull’indicizzazione degli assegni sopra i 1.500 euro lordi mensili. SE ATTUATO NON SAREBBE UN BEL GESTO DA PARTE DI QUESTO GOVERNO

Roma, 17 dic 2018 – PENSIONATI MALTRATTATI E DIMENTICATI. Non ti mettono le mani in tasca, ma te le mettono direttamente sulla busta paga da pensionato. Si continua sempre a speculare su chi ha lavorato una vita. Si tratta dei pensionati che superando 1.500 euro lorde al mese NON vedranno indicizzata la propria pensione in base al costo della vita (inflazione). Sembra che la norma serva per finanziare i nuovi pensionati che andranno via con la quota 100. Pensionati che devono pagare altri pensionati? Segue articolo di Davide Colombo su IlSole24Ore.it – Un raffreddamento soft dell’indicizzazione delle pensioni all’inflazione per contenere la nuova spesa in arrivo con “quota 100”. Dopo l’ultimo consulto governativo la soluzione è in fase di stesura ed entrerà nell’emendamento alla manovra in Senato.

Si prevede, stando alle fonti politiche direttamente coinvolte, una indicizzazione piena solo per le pensioni fino a tre volte il minimo (1.530 euro lordi al mese), poi un decalage simile ma meno forte rispetto all’attuale schema (che sarebbe scaduto a fine anno) per garantire una minore spesa per 200 milioni l’anno prossimo, 600 nel 2020, 900 nel 2021. Con la conferma dell’attuale schema, reiterato dal governo Letta in avanti e che prevede una indicizzazione del 40% sugli assegni tra 3 e 4 volte il minimo; del 20% tra 4 e 5 volte; del 10% tra 5 e 6 volte; nullo per importi oltre sei volte il minimo, si sarebbero ottenuti risparmi anche maggiori: 350 milioni nel 2019, 800 nel 2020, 1,250 miliardi nel 2021.

La soluzione adottata dovrebbe durare un triennio per poi essere nuovamente riconsiderata. Se non si fosse presa questa contromisura, da gennaio sarebbe rientrato in vigore lo schema di indicizzazione previsto dalla legge 388 del 2000, che prevede una indicizzazione al 100%, per le pensioni di importo fino a tre volte il minimo; 90%, per gli assegni di importo compreso tra 3 e 5 volte il trattamento minimo; 75%, per i trattamenti superiori a 5 volte il minimo. Il ritorno all’indicizzazione su tre fasce era attesa (e rivendicata) ormai da anni dai sindacati, che pure chiedono di individuare un nuovo paniere (elenco delle voci più ricorrenti di spesa) per l’effettivo potere di acquisto di pensionati e cittadini con reddito non ha ancora trovato accoglimento. Ma la necessità di trovare una soluzione capace di garantire minore spesa pensionistica ha prevalso. Vale ricordare che sulla leva della minore rivalutazione delle pensioni si agisce dal 2012, ovvero dal varo della riforma Fornero. Una strada che ha inciso sul potere di acquisto dei pensionati nonostante gli anni di bassa inflazione che hanno accompagnato il dopo-crisi.

La spesa per pensioni e l’inflazione
L’Italia non è l’unico paese occidentale in cui le leve della riduzione o del differimento dell’indicizzazione delle pensioni sono state utilizzate per mitigare la spesa. Basta uno sguardo agli ultimi rapporti dell’OCSE sul tema per scoprire che in almeno altri dieci paesi dell’area, negli ultimi anni, i meccanismi di perequazione sono stati toccati, ridotti o temporaneamente congelati. La ragione è sempre la stessa: tenere bassa la traiettoria di una spesa in costante crescita. Gli interventi sono stati dei più vari, calibrati tenendo conto sia delle esigenze di sostenibilità finanziaria dei sistemi previdenziali sia della dovuta protezione del potere di acquisto di pensioni che, grazie all’allungamento dell’aspettativa di vita, hanno durate sempre più significative. Vediamo qualche esempio recente. In Francia nel 2014 l’adeguamento delle prestazioni all’indice dei prezzi è stato spostato dal mese di aprile a ottobre per le pensioni che sono sopra i 1200 euro al mese, mentre in Grecia il congelamento delle indicizzazioni è iniziato nel 2011 ed è durato quattro anni. Anche in Giappone nel 2015 è stato chiuso un temporaneo stop delle indicizzazioni, mentre in altri Paesi gli interventi sono stati di più lungo termine, con la scelta (già fatta in Italia nel 1992) di indicizzare le pensioni non più ai salari ma ai prezzi o a coefficienti che contengono un mix di inflazione e salari. L’articolo di Davide Colombo continua qui >>> http://amp.ilsole24ore.com

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  1. hanno bloccato i contratti ora vogliono bloccare le pensione minime per pagare un mentalità politica contorta. Forse non si rendono conto che tagliando le pensioni d’oro a questi ultimi non ci dono danni, ma bloccare la crescita delle pensioni minine quoldire aumentare la platea dei poveri e di sicuro perdere voti politici dei partiti del governo in carica

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