Afghanistan, l’analista Bertolotti: “Ritiro? L’ufficializzazione di una sconfitta di cui avevamo certezza già nel 2012”

foto e articolo: ilfattoquotidiano.it

Ma se la notizia ha portato entusiasmo nelle diplomazie occidentali, la realtà dice che, a oggi, le due missioni “resolute support” (della coalizione) e “freedom sentinel” (americana) lascerebbero un Paese in cui i Taliban controllano il 35% del territorio ed esercitano la loro influenza su un altro 10%, livelli mai raggiunti dall’inizio del conflitto, nel 2001

Roma 2 gen 2019 – “Abbiamo una bozza che deve essere arricchita per diventare un accordo” con i Taliban. L’annuncio al New York Times dell’inviato americano per il processo di pace in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, apre all’ipotesi di un ritiro della coalizione occidentale che dal 2001 è impegnata in Afghanistan, tanto che anche il ministro della Difesa italiano, Elisabetta Trenta, ha dato disposizioni al Comando operativo di vertice interforze (Coi) di pensare alle operazioni di ritorno dei circa 800 militari italiani che svolgono attività di addestramento alle forze di sicurezza afghane.

Ma se la notizia ha portato entusiasmo nelle diplomazie occidentali, la realtà dice che, a oggi, le due missioni “resolute support” (della coalizione) e “freedom sentinel” (americana) lascerebbero un Paese in cui i Taliban controllano il 35% del territorio ed esercitano la loro influenza su un altro 10%, livelli mai raggiunti dall’inizio del conflitto, nel 2001. Un Paese in cui i gruppi estremisti si stanno diffondendo attirando l’attenzione dei combattenti più giovani, con la delegazione talebana di Doha che non rappresenta la totalità delle parti coinvolte nella lotta per il territorio. “Un ritiro entro 12 o 18 mesi come è stato ipotizzato – commenta a Ilfattoquotidiano.it Claudio Bertolotti, analista esperto di Afghanistan per CeMiSS (Centro Militare di Studi Strategici) e Ispi – non sarebbe che l’ufficializzazione di una sconfitta di cui avevamo certezza già nel 2012”.

Che qualcosa sui tavoli di Doha si stesse muovendo lo si era capito già dal 25 gennaio, quando l’organizzazione guidata da Hibatullah Akhundzada ha nominato a capo dell’ufficio qatariota mullah Abdul Ghani Baradar. Questo cambio al vertice aveva lo scopo di lanciare un messaggio preciso. Baradar è cofondatore del gruppo insieme al mullah Omar e da sempre ricopre incarichi di primo livello tra gli “studenti” coranic. Esponente di una fazione più moderata, è lui che alla fine del 2001, durante l’assedio di Baghran, avrebbe caricato il mullah Omar ferito su una motocicletta portandolo in salvo oltre il confine pakistano. È sempre lui che nel 2010 si mise a capo di una fazione favorevole ai negoziati con Kabul.

Una scelta che non piacque al Pakistan che, ancora intenzionato a esercitare la propria influenza sugli islamisti afghani, lo incarcerò mandando su tutte le furie l’allora presidente, Hamid Karzai, che vide così sfumare l’opportunità di avviare un tavolo di pace. Dal carcere, Baradar è uscito solo a ottobre scorso, pochi mesi prima di essere messo alla guida della delegazione di Doha, dove i Taliban svolgono i loro incontri diplomatici. Una coincidenza che dimostra il cambio di strategia di Islamabad. CONTINUA A LEGGERE>>>>>ilfattoquotidiano.it

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