Un sindacato che chiede al datore di lavoro il permesso di esistere non è un sindacato, è altro

Roma, 29 gen 2019 – Da mesi assistiamo ai proclami della ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, sulla questione dei diritti sindacali che per l’effetto della Sentenza della Corte costituzionale n. 120 sono stati riconosciuti anche ai militari. Finalmente, qualche giorno fa, la titolare di Palazzo Baracchini ha firmato il suo primo decreto di assenso alla costituzione di una associazione a carattere sindacale per i soli carabinieri: un sodalizio promosso da un delegato del Cocer della Benemerita che tutto si promette di fare tranne il sindacato perché, come si legge sul decreto, potrà trattare e discutere solo le stesse materie già trattate dagli organi della Rappresentanza militare senza alcuna possibilità, al momento, di contrattazione.

Quindi, la domanda è: “cosa è cambiato?” Secondo i moltissimi commentatori sui social sostanzialmente nulla. L’affermazione dei diritti sindacali per i militari, se non si ha il coraggio di cambiare abbandonando a se stessi i Cocer e la rappresentanza militare nel suo insieme, rischia di trasformarsi in una vittoria di Pirro.

Ecco cos’è il Cocer

Prima di entrare nel merito di questa riflessione occorre ricordare ai lettori che il Cocer è un organismo interno all’Amministrazione militare, gerarchicamente organizzato, con funzioni consultive e propositive verso il vertice militare, non ha alcuna indipendenza economica, decisionale e funzionale, non ha alcun potere di contrattazione, costa ai contribuenti oltre 4,2 milioni di euro all’anno. Il delegato del Cocer percepisce generalmente una indennità di missione che, per chi sceglie il regime forfettario, è di 110 euro al giorno esentasse.

Appare anche utile rammentare che le motivazioni poste a fondamento della decisione della Corte, sull’incostituzionalità del comma 2 dell’articolo 1475 del decreto legislativo 66/2010, nella parte in cui imponeva ai militari il divieto di costituire associazioni sindacali e quindi di aderirvi, non hanno alcun valore di legge. Sono solo una mera indicazione per il legislatore chiamato a porre rimedio al vuoto normativo che si è venuto a creare proprio per l’effetto della declaratoria di incostituzionalità perché attualmente non esiste alcuna norma specificatamente riferita ai militari che regolamenti l’esercizio del diritto sindacale o il funzionamento delle associazioni professionali a carattere sindacale. 

Il vuoto normativo

Lo scorso 1 agosto l’ex Capo di stato maggiore della difesa, generale Claudio Graziano, nel corso di una audizione davanti alle Commissioni Difesa di Camera e Senato, ha evidenziato l’effetto del “vuoto normativo” che rende pienamente legittime le organizzazioni sindacali nate a seguito della sentenza e le vede parimenti legittimate ad agire in aperta contrapposizione alle obsolete Rappresentanze militari (Cobar, Coir e Cocer). Una pericolosa coesistenza che il generale chiede sia scongiurata ad ogni costo con un urgente intervento normativo ad hoc. Detto? Si. Fatto? No. La mancanza di una norma tesa a disciplinare l’esercizio dei diritti sindacali da parte dei militari è diventata quindi, immediatamente, una bella scusa per i legulei di palazzo e i vertici militari per alzare le loro barricate contro la sindacalizzazione.

Il ministro della Difesa

Il piano dei vertici militari è semplice e la riuscita sicura: imporre alla Ministra una interpretazione delle motivazioni poste a fondamento della decisione della Corte costituzionale che soddisfi le loro esigenze per mantenere in vita il Cocer favorendone la trasformazione in una o più associazioni. Il 21 settembre 2018 il capo di Gabinetto della Ministra Trenta firma la prima disposizione di interpretazione della Sentenza della Corte costituzionale. Il dato è tratto.

Dopo qualche giorno una raggiante è fiera Elisabetta sventolerà in faccia all’umano mondo dei social la decisione dei generali. Forse non l’ha neanche letta ma il danno è fatto. Quelle che sono chiaramente solo delle indicazioni che i Giudici hanno voluto dare al legislatore diventano immediatamente norma di legge vigente perché, nella prassi militare, le “circolari” hanno il potere di sostituirsi alla legge o di sopperire alla sua mancanza, spesso con effetti che stravolgono, interpretano, limitano, se non addirittura surrettiziamente cancellano il diritto in questione. Cicero pro domo sua.

Chi comanda i generali?

Alla Difesa comandano i generali e la Trenta sembra incapace di reagire e uscire dall’angolo nel quale l’hanno relegata. I generali hanno definito oltre ogni dubbio il ristretto campo di azione entro il quale la grillina può muoversi riguardo alla sindacalizzazione: può fare solo una sfrenata propaganda sui social. Sulla questione sindacalizzazione non ha alcun potere decisionale. Secondo i vertici della difesa deve essere il datore di lavoro, cioè loro stessi, a decidere a chi, e con quali invalicabili limiti, dare il permesso per poter costituire le associazioni professionali a carattere sindacale, con buona pace dell’articolo 39 della Costituzione che afferma chiaramente: “L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. …”.

Il riconoscimento di Toninelli

È noto che i generali non amano essere contraddetti, non sbagliano mai e hanno sempre e comunque ragione. Però questa volta il loro piano non ha tenuto conto di un imprevisto che si materializza proprio mentre la ministra Trenta, appare sui social per comunicare al popolo della rete di aver firmato “l’assenso ministeriale alla prima associazione a carattere sindacale delle Forze Armate”. A rompergli le uova nel paniere è il Ministro Toninelli che attraverso il suo Capo di Gabinetto si attiva per informare tutti i militari che lavorano presso il suo ministero, compreso il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia costiera, dell’esistenza del Sindacato dei Militari, costituito si secondo le forme dii legge il 1 dicembre 2018. Un riconoscimento di fatto che dà piena attuazione all’articolo 39 della Costituzione e fa sobbalzare sulle loro sedie non pochi generali.

Le contraddizioni e i limiti

Il 10 gennaio Toninelli ha scelto di seguire la Costituzione, la Trenta i diktat dei suoi generali ma in realtà è solo il successivo 14 gennaio, con la pubblicazione dell’attesa proposta di legge dei deputati pentastellati sulla sindacalizzazione dei militari, che emergono chiaramente tutte le contraddizioni e i limiti di un movimento giunto alla guida del Ministero della Difesa e al governo del paese attraverso il miracolo della rete. Da un lato c’è la Ministra grillina che, come detto, sembra incapace di reagire allo strapotere dei generali. Tant’è che nel firmare il suo primo permesso al delegato del Cocer dell’Arma per consentirgli di fare la sua associazione sembra essersi completamente dimenticata che il Consiglio di Stato, al quale lei stessa si è rivolta per un parere, è stato chiaro nell’affermare la “preclusione ai delegati della rappresentanza militare, di ogni livello, di ricoprire contestualmente incarichi direttivi nelle associazioni professionali a carattere sindacale”.

Il disegno di legge

Dall’altro lato, dopo oltre 5 mesi di annunci, arriva la pubblicazione del testo del disegno di legge sull’esercizio dei diritti sindacali nell’ambito militare, targato M5S. Un vero e proprio colpo di grazia a chi, illuso, sperava ancora in un cambiamento. La proposta dei parlamentari pentastellati è un’accozzaglia di norme senza capo né coda che non solo contrastano con la linea dei generali sposata dalla Trenta, ma, contrariamente ai proclami lanciati sui social, hanno il solo scopo di rinviare sine die l’esercizio di un diritto e mirano all’istituzione di una sorta di surrogato dell’attuale rappresentanza militare che nulla avrebbe da invidiare ai “sindacati gialli”.

È un testo che va bocciato senza alcuna possibilità di appello, assolutamente inadeguato e finanche pericoloso per il democratico esercizio dei diritti sindacali da parte dei militari che, in caso di approvazione, si ritroverebbero ancora una volta fortemente penalizzati rispetto agli appartenenti alle forze di polizia a ordinamento civile la cui lunga storia sindacale, nonostante i recenti e fin troppo evidenti casi di asservimento politico, resta comunque un validissimo esempio da seguire.

Un sindacato che chiede al datore di lavoro il permesso di esistere non è un sindacato, è altro. Per sua natura l’atto di assenso alla costituzione di una associazione professionale a carattere sindacale, rilasciato dalla ministra Trenta è un atto che può essere revocato in qualsiasi momento qualora le attività del sodalizio non siano più ritenute in linea con le disposizioni o gli intendimenti e le politiche dell’amministrazione militare. Questo è il reale limite tra il “sindacato” e le associazione che nasceranno col permesso del datore di lavoro. Associazioni che, se lo vorranno, potrà legittimamente suggerire la scelta delle pere e delle mele nella mensa di quella Stazione o di quel Battaglione o caserma che sia.

Sindacato una questione seria

Il sindacato resta una questione seria che non può e non deve essere rimessa alla decisione del datore di lavoro né tantomeno nelle mani di quelli che da delegati del Cocer non hanno saputo offrire alcuna tutela al personale dal punto di vista della sicurezza e tutela della salute sul luogo di lavoro o hanno contribuito all’approvazione di provvedimenti fortemente contestati dalla base dei militari come, solo per citarne uno di cui si tornerà a discutere nei prossimi giorni, il riordino delle carriere dei ruoli non direttivi che in pratica è servito a mascherare i consistenti aumentati economici per i dirigenti.

Luca Marco Comellini, Sindacato dei Militari

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