Mobbing militare: cos’è e come difendersi

Roma, 30 gen 2019 – Il mobbing militare è una nuova categoria di mobbing che pian piano sta trovando riconoscimento della giurisprudenza italiana. Si tratta di una delle possibili diramazioni del mobbing, ed ha delle peculiarità che lo differenziano dalle condotte vessatorie che possono verificarsi negli altri ambienti di lavoro: infatti i rapporti gerarchici intercorrenti e le punizioni disciplinari rendono ancor più difficile dimostrare in giudizio la condotta di mobbing militare e, quindi, ottenere il risarcimento del danno.

Quando la condotta integra gli estremi di un reato, la vittima può sporgere una denuncia o presentare una querela, tuttavia fornire delle prove non è affatto semplice.

Cos’è il mobbing militare

Il mobbing militare è una categoria di mobbing che sta prendendo sempre più piede anche in Italia. Si tratta una diramazione del più generale mobbing sul luogo di lavoro ed ha delle peculiarità che ne rendono ancor più difficile l’individuazione e quindi la richiesta di risarcimento.

Infatti, come noto, la vita militare è scandita da rapporti di gerarchia che spesso vengono ribaditi attraverso rigide condotte e severe punizioni disciplinari. Per questa ragione, prima di parlare di mobbing militare, occorre verificare che ci siano tutti i presupposti individuati dalla Corte di Cassazione:

  • la reiterazione nel tempo dei comportamenti persecutori;
  • il danno alla salute, sia fisico che psichico, della vittima;
  • il nesso causale tra la condotta mobbizzante ed il danno alla salute;
  • l’intenzionalità persecutoria dell’autore.

Sottolineiamo che il mobbing militare si può verificare anche quando il singolo comportamento non è di per sé un reato, ma lo diventa nel momento in cui viene reiterato nel tempo con lo scopo di arrecare un danno.

La giurisprudenza

Per quanto riguarda il mobbing militare, occorre prendere in considerazione un’importante sentenza del Tar Lombardia che si è recentemente espresso sulla materia.

In particolare, la sentenza n. 310 del 2018 del Tar di Milano, Sezione III, ha negato il riconoscimento del mobbing militare ed il suo risarcimento in quanto il ricorrente non aveva prodotto in giudizio delle prove significative dei comportamenti vessatori.

Il giudice ha argomentato la decisione riconoscendo la peculiarità del lavoro militare, dove le conflittualità ed i rapporti di forza sono condotte fisiologiche, necessarie ad affermare il principio della superiorità gerarchica.

Ciò non toglie che anche in ambito militare esistano dei limiti: le peculiarità dell’attività militare non possono sfociare in comportamenti persecutori e mirati ad arrecare un danno psicologico o psicofisico al militare. Tuttavia fornire una concreta prova in giudizio può essere molto difficile, per questo si consiglia di munirsi di testimoni.

A chi rivolgersi

Il mobbing militare è un fenomeno difficile da inquadrare ed interpretare a causa della mancanza di una precisa definizione normativa. Come abbiamo visto, anche se parte della giurisprudenza ne riconoscono l’esistenza e l’autonomia, ci sono anche studiosi di diritto e di psicologia che non ne riconoscono l’indipendenza.

Non aiuta poi il fatto che dimostrare le condotte di mobbing, quindi le discriminazioni, le umiliazioni prolungate nel tempo, non è semplice e, di conseguenza, diventa difficile fornire alle autorità la prova del fatto.

Nel nostro Paese non esiste ancora una disciplina autonoma del reato di mobbing, tuttavia, anche se non esplicitamente contenuto nel Codice Penale, è possibile denunciare il mobbing quando la vittima subisce dei comportamenti riconducibili a fattispecie di reato (per esempio lesioni personali, violenza verbale, ingiurie, e così via).

Quindi, se la condotta costituisce un illecito penale, la vittima potrà sporgere una querela o una denuncia presso gli uffici delle Forze dell’ordine, dare impulso alle indagini investigative ed eventualmente al processo.

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