la Cassazione, licenziamento confermato per chi usa Facebook nelle ore di lavoro. Al lavoro si lavora, lo dice la parola

Roma, 3 feb 2019 – E’ PROPRIO VERO CHE L’USO SCONSIDERATO DEI SOCIAL, ALLA FINE FA MALE, TI ISOLA DAL MONDO REALE E TI PERDERE ANCHE LAVORO. ALMENO FATELA DA FURBI, USATE I VOSTRI MEZZI DI COMUNICAZIONE (SMART PHONE). COLLEGARSI DAL PC DEL DATORE DI LAVORO E’ COME PARLARE AD ALTA VOCE IN MEZZO ALLA GENTE. Non c’e’ dubbio poi, che l’essere militare, comporta maggiori responsabilita’. Al lavoro si e’ pagati per produrre. Il resto lo si fa fuori dal lavoro. Segue articolo di Marco Toresini su www.corriere.it – Seimila accessi, di cui 4500 al social network: è bastato per convincere il giudice che la segretaria dello studio medico abbia avuto un comportamento «in contrasto con l’etica comune». Galeotto fu quel «like» e chi lo fece. Se per Paolo Malatesta e Francesca da Rimini fu un romanzo d’armi e d’amori a provocare la dannazione eterna, per Michela, un’impiegata di Brescia, segretaria part time in uno studio medico della città, è stata la passione per Facebook e i social network a provocarle un po’ meno aulico licenziamento per giusta causa. 

La cronologia del pc

Una «giusta causa» confermata dal giudice del lavoro del tribunale di Brescia nel giugno 2016 e ribadita ieri con il deposito della sentenza di Cassazione, che ha rigettato tutti i ricorsi presentanti dall’ex segretaria con la passione per la rete. Il caso era finito sul tavolo del giudice del lavoro di Brescia, Laura Corazza, nell’ottobre del 2014, quando l’avvocato Raffaele Marrocco, allora legale della segretaria, chiese il reintegro della donna nel posto di lavoro, spiegando che quel licenziamento altro non era che una ritorsione dopo che la dipendente aveva chiesto all’Inps di poter usufruire dei permessi della legge 104 per assistere la madre malata. La replica del medico e del suo legale, Diana Della Vedova, stava tutta nella lunga cronologia del computer in uso alla segretaria: 6 mila accessi negli ultimi diciotto mesi di lavoro a social network, giochi, musica e altre attività che secondo il datore di lavoro avevano poco a che fare con le sue mansioni. Una mole di attività che i giudici hanno quantificato in 16 accessi al giorno (su 6 mila, 4.500 erano solo a Facebook) che per una media di dieci minuti ciascuno hanno finito per minare seriamente l’efficienza della lavoratrice.

Nessuna violazione della privacy

Liquidato come non provato il fine ritorsivo del licenziamento (le contestazioni sull’uso improprio del computer erano precedenti alla presentazione all’Inps della domanda di 104), i giudici hanno puntato il dito contro la condotta della donna. «Si tratta — si legge nella sentenza — di un comportamento idoneo ad incrinare la fiducia del datore di lavoro, avendo la lavoratrice costantemente e per lungo tempo sottratto ore alla prestazione lavorativa ed utilizzato impropriamente lo strumento di lavoro approfittando del fatto che il datore di lavoro non la sottoponesse a rigidi controlli». Gli accessi ai propri profili social e alle mail personali rendevano anche improbabile che altre persone avessero utilizzato quel terminale. Secondo i giudici del tribunale prima e di quelli d’appello e di Cassazione, poi, il dipendente non può nemmeno contestare la violazione della privacy. L’articolo di Marco Toresini continua qui >>> www.corriere.it

Resta in contatto con noi. Ricevi le news del sito sul tuo smartphone in tempo reale. Scarica da Play Store l'app TELEGRAM, cerca il canale "Forzearmateeu" e unisciti. Siamo oltre 5.000 - Unisciti ai nostri Gruppi/Chat su TELEGRAM, cerca "Militari e Forze di Polizia" e "Graduati Forze Armate" - Ti aspettiamo! ECCO COME FARE>>>

  •  
  • 21
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.