L’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa Graziano si inchina a Juncker. Un inchino che molti hanno letto come una dimostrazione molto chiara della sudditanza anche psicologica dell’Italia nei confronti dell’UE

L’ex capo di Stato maggiore della Difesa, ora presidente del Comitato militare dell’Unione europea, è finito nell’occhio del ciclone per l’eccesso di rispetto mostrato verso il presidente della Commissione

Roma, 11 feb 2019 – di Agostino Corneli su IlGiornale.it – L’ex capo di Stato maggiore della Difesa italiano, Claudio Graziano, è finito nella bufera dopo che sui social è apparsa una foto in cui il generale si inchina (fin troppo vistosamente) al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.

Graziano è stato scelto a fine 2018 come nuovo presidente del Comitato militare dell’Unione europea. L’organismo militare Ue è un dipartimento che riunisce gli alti ufficiali delle forze armate europee ed è sotto il controllo dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune e del Comitato politico e della sicurezza.

Juncker è quindi il nuovo “capo” di Graziano. Ma questo eccesso di rispetto non è piaciuto affatto. Va bene mostrare pieno rispetto verso l’autorità, visto che di fatto Juncker (anche se per poco) è la guida del massimo organo dell’Unione europea. Ma soprattutto dal mondo militare sono arrivate critiche durissime per il fatto che l’inchino così eccessivo del generale rappresenti una mancanza nei confronti della Patria. Specialmente in un momento in cui molti segmenti della Difesa sono già critici nei confronti del suo operato e fortemente orientati a una logica “sovranista”.

Un inchino che molti hanno letto come una dimostrazione molto chiara della sudditanza anche psicologica dell’Italia nei confronti dell’Unione europea in un periodo in cui le critiche all’Europa sono sempre più nette.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/generale-graziano-si-inchina-juncker-e-adesso-bufera-1643390.html

SEGUE ARTICOLO DI LIBEROREPORTER.IT

Le immagini, se non sono fotomontaggi facilmente smontabili, rappresentano la realtà viva di un fatto esprimendolo compiutamente e spesso “parlano” più di tante parole e di altri commenti; riescono, come nel caso in specie, anche senza ricorrere a descrizioni di dettaglio, a stigmatizzare un momento particolare del comportamento opinabile e perfino disdicevole da parte di un Alto vertice militare: non è quindi necessario un corollario di commenti per una corretta interpretazione di quel fatto, così come non sono accettabili giustificazioni o motivazioni per un “inchino di saluto” in quanto non rientra di certo nella sfera dell’etica militare, tanto più se a farlo è un militare con una grossa greca.

La foto incriminata ha creato non poco imbarazzo nei corridoi di via XX settembre, ritraendo il Generale Graziano ex Capo della nostra Difesa, da poco nominato Presidente del Comitato militare dell’Ue, “inchinato” al cospetto di Junker, da sempre notoriamente amico degli italiani.
Non solo; quell’immagine suscita comunque, almeno per chi ha indossato l’uniforme un’intera vita, una naturale serie di considerazioni e riflessioni che, ben lontani da un approccio retorico e bigotto, afferiscono l’etica, il comportamento, la dignità e perfino l’onore del militare. Altro che no comment!

E’ pur vero che stiamo vivendo un periodo storico davvero particolare, una fase “liquida”, in cui tutti sono contro tutti, e sembra prevalere la faciloneria e l’incoerenza con una disconnessione sinaptica anche dei nostri governanti rispetto alla nostra realtà sociale; in questo clima c’è la possibilità che ognuno adegui i propri comportamenti in modo personalizzato e talvolta con devianze del tutto opinabili, ma ciò non autorizza, soprattutto un militare che deve sempre e comunque rispondere ad un Regolamento di disciplina, ad adottare una modalità di saluto del tutto stravagante, umiliante, quanto riprovevole.

Di più; considerato il contesto attuale che registra attacchi sempre più frequenti verso la matrigna Europa che, per converso, con i suoi esimi rappresentanti non manca mai dall’etichettarci superficiali, inaffidabili e perfino come il bubbone della stessa Ue, prostrarsi a costoro, venendo meno a qualsivoglia etica, è vieppiù poco accettabile e poco dignitoso: se il saluto s’ha da fare, lo si faccia con il tratto formale da militare, con il saluto prescritto, senza flettersi e senza inchini! I gesti per un militare hanno un importante significato e sottendono un preciso linguaggio ed il saluto è il primo di questi; non c’è manuale e regolamento che non ne tratti esplicitamente e con chiarezza, e la ragione della sua importanza, sulla base di reciprocità e conformità in una società gerarchica, è del tutto scontata.

Quella gestualità non può essere lasciata alla scelta o all’iniziativa del singolo perché è parte di una etica condivisa ed accettata che ha una decisa e forte potenzialità di segnale nei rapporti fra le persone: ciascuno deve attenersi ad un preciso Regolamento di disciplina ben noto fin dai tempi dell’Accademia.
E quel Regolamento parla chiaro “il saluto militare è manifestazione di disciplina e di osservanza dei doveri derivante dai rapporti gerarchici ed è dovuto, nelle forme prescritte, dal militare in uniforme” precisando altresì che ogni variante è un’infrazione disciplinare che va sanzionata, in quanto, come nel caso in specie, è espressione di un’etica difforme e personalizzata che non può essere adeguata nè modificata in rapporto ad un qualsivoglia contesto e tanto meno di fronte a particolari personaggi.

Se infine il saluto sconfina in una sorta di inchino, quel gesto può interpretarsi come un atto servile che, oltre ad infrangere l’etica militare nei suoi valori più pregnanti, contiene specifiche informazioni di totale asservimento e disponibilità a prescindere, nei confronti del destinatario.
L’inchino, una manifestazione palese di sudditanza e di ipocrita riverenza, va di moda evidentemente in questo nostro Paese; come se non fosse bastato quello del Concordia, ci vuole fegato e altro per inchinarsi a quell’astemio di Junker che oltre ad un doveroso e formale saluto militare guardandolo negli occhi, come prescritto dai più elementari manuali militari, non si doveva fare; ciò tenuto conto delle molteplici occasioni in cui quel “ signore”, peraltro, ha espresso giudizi assai negativi quando non ostili nei confronti dell’Italia. Sembra, quella foto, un’istantanea di una sceneggiata nel teatrino dell’assurdo in cui il suddito si prostra davanti ad un monarca chiedendo la sua clemenza; peccato che qui si tratta di un militare che al massimo può inchinarsi alla propria bandiera, ma non certo flettersi davanti ad un irriverente individuo.

Quella scena desta meraviglia, sgomento e stupore; quella riverenza appare anacronistica e del tutto ingiustificata per un qualunque militare, figuriamoci quando a farla è un Generalissimo, il Generale Graziano, destinato a Bruxelles a dirigere la Difesa europea che come noto è inesistente e che ha vinto una bambolina, con la acquiescenza della Ministra della Difesa pro-tempore purché si fosse prodigato per portare a termine quell’insano progetto connesso al Libro Bianco, per fortuna naufragato.

Tale nuovo incarico destinato a costruire nonché gestire le Forze armate europee, è una missione “impossibile” viste le diatribe fra i Paesi membri e considerato che per farla, manca il postulato fondamentale dell’esistenza di una unione politica dell’Ue che è là da venire: l’importante è che sia confermata la posizione tabellare e soprattutto che sia foriera di lauti compensi, con buste paga comparabili a quelle date a quattro mani a individui come Junker, Mogherini and company.

Bruxelles val pure una messa o un inchino se ci sono poi dei buoni ritorni: l’animo dei pitocchi e degli zerbini sorvolano su quelle regole imposte dall’etica e dall’onore, perché ritenute del tutto ancillari rispetto ai compensi dovuti, alla ambizione di potere e quindi al posting appena assegnato per indiscussi meriti! Mah! D’altronde in questa nostra società, e anche nel mondo militare l’ingordigia verso il potere ed il vil denaro spesso impongono la piena riverenza nei confronti del Capo, con la totale genuflessione fisica e mentale per essere valutati idonei agli avanzamenti ed alle nomine super: coloro che invece non sono proni e non si flettono alle balzane idee del superiore creandogli delle contrapposizioni, ancorché sacrosante, vengono isolati e sacrificati sull’altare del (de)merito.

Tant’è che oggi il militare, pur nella giusta e doverosa obbedienza, si flette e subisce qualsiasi arroganza di fronte al politico di turno perché da lui dipende le nomine di rilievo, e quindi le prebende future: non ci dobbiamo meravigliare se poi assistiamo a comportamenti dei militari che di militare è rimasto poco; non fanno più paura e sono sempre più schierati con le idee del politico, anche se costui, nel comparto della Difesa non saprebbe distinguere un cannone da un missile.
Cosa importa poi se soccombono quei valori fondanti la stessa istituzione militare, l’etica, la dignità e forse anche l’onore che dovrebbero, invece, sempre caratterizzare i comportamenti ed i sentimenti del militare?
Non mi pare attagliato, per usare un eufemismo, neppure il vecchio e antico adagio, risalente all’epoca di Seneca, che tipizzava il vero militare “Frangar non Flectar”, mi spezzerò ma non mi piegherò, indice di una dirittura e coraggio morale anche di fronte alle più difficili prove e alle ostilità; qui invece sicuramente ci si flette, ma non è detto che ci si spezzi, purtroppo stravolgendo comunque il valore di quella massima storica.

Ma anche senza andare troppo lontano nel tempo e rovistare nei motti che hanno indirizzato o per lo meno fotografato la storia nelle varie epoche, basterebbe arrivare a quelli coniati dal Vate D’annunzio, fra cui quello abbracciato dalla Aviazione Navale “Sufficit animus”, basta il coraggio, soprattutto quello morale per opporsi ad un andazzo deteriore e ipocrita e risalire, per contro, fino a quei valori ideali compresi nella sfera etica del militare trasmessi per generazioni quale preziosa eredità, ma oggi in pericolosa deriva.

 Quel coraggio, considerato parte essenziale dell’etica e dell’onore, ed elemento portante di una leadership vera e genuina, viene spesso confuso con forme di arroganza e meschinità che nulla hanno a che fare con la figura del vero leader, come ben rappresentato dal sociologo Kracauer per cui viene elevato a Capo, etica o meno, colui che come il corridore di bici si fa trainare e compiacere ai più forti a cui mostra sempre rispetto e sudditanza pur di arrivare in vetta, ma non si cura dei gregari che lo sostengono schiacciandoli, in quanto più deboli, verso il basso: questa, purtroppo è spesso l’espressione del moderno leader militare che soddisfa, a qualunque costo, le proprie ambizioni, dimenticandosi dei propri dipendenti.

Intendiamoci; il militare, come tale, deve il rispetto, l’obbedienza e la giusta considerazione ai Superiori e al politico sovraordinato, ma mantenendo sempre quei comportamenti etico-morali sia verso l’alto che, parimenti, verso gli inferiori con lo stesso garbo e stile poiché se gli esempi dimostrano il contrario e viene meno l’etica, ne va della stessa tenuta della sua leadership, ammesso che per il resto esista come tale.   Non si può certo dimenticare che nel nostro mondo occidentale esiste per antica tradizione la cultura dell’onore, specifico del militare, ossia sistemi di norme e tradizioni in cui l’etica gioca un ruolo essenziale e regole gerarchiche di forte interdipendenza tra i membri con le stellette fra i quali devono esistere relazioni di forte reciprocità, di riguardo dello status e della reputazione.

L’onore individuale non è certo da considerarsi una sorta di superiorità e non dà diritto a qualsivoglia precedenza, ma mentre ci vuole una vita intera per costruire una figura “onorevole”, ci vuole un nonnulla per incrinarlo con una vera e propria perdita di status, con il rifiuto e perfino ostracismo da parte della comunità di appartenenza.   L’onore è la spinta ad agire in virtù di un ideale, a compiere azioni giuste nonostante queste possono essere impopolari e perfino rischiose con conseguenze anche onerose per chi sa tenere la schiena diritta e non si presta a piegarsi a guisa di zerbino secondo le convenienze o l’aria che tira.

Ma l’etica militare che è un pilastro dell’onore può adattarsi ai tempi attuali e giustificare delle deviazioni a seconda del contesto?
L’etica militare si estrinseca sia nei rapporti fra i soldati che in quelli relativi ai civili, essendo comunque un complesso morale unico i cui principi non possono venire modulati in funzione del destinatario, essendo ancorati –se ci si crede- alle più elevate delle idealità che non mutano col tempo, anzi caso mai si rafforzano. La Patria, quella vera e immutabile a prescindere dalle possibili “unioni”, la disciplina e l’onore rappresentano i fondamenti dell’etica militare, ma non sono i soli a raffigurare le realtà motivazionali dell’uomo con le stellette; se ne affiancano molti altri in qualche modo derivati che costituiscono un valido corollario come il coraggio fisico e morale, il comportamento da gentiluomo, l’abnegazione e l’amor proprio che afferiscono il caso in esame, per tacere di altri.

In altre parole l’etica è l’accettazione e la condivisione di quei principi e valori che debbono manifestarsi nel comportamento quotidiano da parte del militare; è anche quel complesso di doti e qualità personali ben inquadrate nell’ambito di specifici regolamenti, interiorizzate e poste in essere in ogni occasione, su cui si fonda la pubblica considerazione: il militare deve percepire l’etica come un “habitus mentale” che non deve cambiare a seconda del contesto e degli interlocutori.

Va da sé che nel caso di Graziano-Junker quelle regole su cui si incentra l’etica del militare siano state ampiamente disattese con un comportamento irregolare, lascivo e censurabile non solo agli occhi del militare ma anche da parte della più vasta pubblica opinione: per evitarlo, al di là delle circostanze, bastava richiamare i significati insiti nella formula del Giuramento, capirli ed applicarli senza circonlocuzioni, né perifrasi. Punto.


Se è vero, o quanto meno assai probabile, che l’etica militare e la stessa organizzazione della Difesa non siano del tutto impermeabili alle evoluzioni dei tempi e dei costumi ed in ragione di ciò riflettono in maniera non marginale lo sviluppo e l’evoluzione-involuzione dei comportamenti, è oggi accettabile una cesura sui principi e pilastri dell’etica militare pur nella consapevolezza assai diffusa di essere in presenza di una società “liquida e opzionalmente libera” e fortemente individualista e nichilista?

Nonostante i cambiamenti del quadro di riferimento generale, anche dei valori civici e sociali, certi principi ideali debbono resistere con una giusta resilienza a certe sirene allettanti quanto deteriori; ancora oggi esiste e dovrà esistere un articolato sistema di precetti etici e morali a presidio della stessa sopravvivenza del comparto militare e di un sistema che crede nel servizio alla collettività e nella tutela delle istituzioni: atteggiamenti e comportamenti non allineati ad una precisa etica e a motivazioni di ordine superiore, assai difficilmente anche nel futuro potranno contemperare con abnegazione e senso del dovere a tutelare la nostra sicurezza.

La dirittura morale del militare dovrà sempre misurarsi sia in servizio che all’esterno, avendo riguardo ad un contegno e ad una condotta esemplare che non può essere “a perimetro variabile” a seconda dei casi, ma che dovrà rispondere responsabilmente e con rigore ai regolamenti vigenti: esiste un’etica complessiva condivisa ed espressa dai singoli vincolata dall’ambiente gerarchico, altrimenti si dà la stura a spiriti liberi che non possono albergare fra i ranghi, pena il caos.

La scommessa sarà quella di riuscire a mantenere una forte stabilità morale derivante dalla tradizione, dai principi e dai valori espressi anche dall’attuale società, evitando nei limiti del possibile di farla diventare solo una pigra conservazione dell’esistente con il pericolo che al posto dell’etica vera ne subentri una “pseudo” che tolleri, anche solo sommessamente, interessi personali, arrivismi immotivati di potere individuale o, più in generale, perniciosi disallineamenti.
Ed è proprio per questo che quel saluto difforme dalle norme, sta ad indicare oltre ad un’acclarata, visiva devianza dal Regolamento di disciplina, soprattutto un atto di vassallaggio, di servilismo nei confronti peraltro di un personaggio disdicevole; così l’etica e la dignità, spesso abusate nelle allocuzioni di facciata e nelle cerimonie formali, sono finite a donne perdute; per fortuna resta una inequivocabile testimonianza e, se le parole si disperdono nel vento, le foto e i fatti restano:  “  verba volant, facta (e foto) manent”, che piaccia o meno! – Giuseppe Ligure.

FONTE: LIBEROREPORTER.IT

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