VIDEO – SINDROME DEI BALCANI / Servizio Speciale Tg3 del 02 marzo 2019

Roma, 5 mar 2019 – SINDROME DEI BALCANI / Servizio Speciale Tg3 del 02 marzo 2019

Sindrome dei Balcani

Per “sindrome dei Balcani” si intende quella lunga serie di malattie – per lo più linfomi di Hodgkin e altre forme di cancro – che hanno colpito i soldati italiani al ritorno dalle missioni di pace internazionale.

I primi casi segnalati in Italia risalgono al 1999 quando un soldato cagliaritano (Salvatore Vacca) morì di leucemia al ritorno della missione militare in Bosnia. Da allora le vittime sono state 45 e circa 500 i soldati malati.

Un rapporto di causa effetto tra l’esposizione all’uranio impoverito e queste malattie non è ancora stato dimostrato con certezza, ma vi sono forti indizi.

Allo scopo di identificare eventuali responsabilità dei vertici militari italiani e della NATO il Governo italiano ha istituito una commissione d’inchiesta al Senato per far luce sulla vicenda, i cui lavori si sono conclusi nel marzo del 2006.

Analogamente numerossissimi sono i casi di militari americani ammalati a seguito della prima guerra del Golfo (sindrome del Golfo), e in alcuni poligoni militari italiani quali il P.I.S.Q. di Perdasdefogu e di Capo San Lorenzo a Villaputzu, dove si è constatato un aumento allarmante di casi di Linfoma di Hodgkin (sindrome di Quirra).

Fra le varie e numerose ipotesi per spiegare la sindrome dei Balcani e quella del Golfo vi sono studi che indicano nanopolveri inorganiche (non necessariamente contenenti uranio), indipendentemente dalla loro tossicità, come possibili cause delle patologie.

Il caso più recente di tumore, dipendente dall’uranio impoverito e da nanopolveri è quello dell’archeologo Fabio Maniscalco, che ha lavorato nei Balcani come ufficiale tra gli anni 1995 e 1998, e si è ammalato di una forma rara ed anomala di tumore del pancreas.

Per quanto riguarda i reduci della Guerra nel Golfo, in nessun caso sono stati riscontrati segnali di disfunzioni renale, né acuti (durante la guerra) né cronici (dal follow-up dei reduci che continua ancora ora).

Le analisi delle urine danno oggi valori nella norma, come è ovvio vista la velocità di escrezione dell’uranio, con l’eccezione dei reduci con frammenti di proiettile all’interno del corpo. Poiché il rene è l’organo più sensibile all’uranio, la mancanza di patologie renali suggerisce che i livelli di esposizione caratteristici nel caso militare siano talmente bassi da non risultare tossici.

D’altra parte, è molto improbabile che l’esplosione di munizione al DU possano aver provocato concentrazione di uranio nell’ordine di mg/m3, anche per brevi periodi. All’esterno dei veicoli colpiti, il vento ed il successivo fall-out al suolo disperdono molto rapidamente i fumi di qualsiasi materiale.

I vapori possono essere trasportati anche a km di distanza prima di depositarsi nel terreno dove il metallo potrebbe entrare nella catena alimentare o inquinare la falda acquifera. In questo caso, potrebbe esservi un pericolo di contaminazione per la popolazione residente in Iraq. Risulta chiaro che le concentrazioni di uranio volatile sono talmente basse da non poter apparentemente produrre alcuna nefrotossicità.

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