LA LEGGE SUI SINDACATI MILITARI?! – FACITE AMMUINE

Roma, 29 mar 2019 – (di Rosario A. Leonardo) – Terminate le audizioni in Commissione Difesa dei massimi vertici delle Forze Armate e del Corpo della Guardia di Finanza in materia di diritti sindacali dei militari, ascoltati gli interventi dei rappresentanti delle associazioni sindacali attualmente riconosciute, si possono registrare due emergenti atteggiamenti attribuibili alle parti in causa.

I vertici militari sono un coro unanime di un unico spartito interpretato ed eseguito da diversi ed alterni musicanti. Emerge che sono tutti attenti alle esigenze del personale, tutti aperti al massimo dialogo e votati all’apertura ed al soddisfacimento dei diritti del personale e pronti ad intavolare confronti anche sulle materie di cui non si potrebbe parlare. Comprensibile l’atteggiamento tenuto dalle varie amministrazioni audite che, ovviamente, non hanno intenzione di cedere quelle “rendite di posizione” non diversamente giustificabili se non dalla posizione dominante attribuita dalla condizione militare.

Gli stessi “tutti”, però, vogliono continuare a lavorare mantenendo i divieti a cui soggiace l’attuale rappresentanza militare che viene, comunque, lodata in ogni occasione. Questi oscuri desideri non ci devono preoccupare: la condizione di essere umani, ancorché militari, ci spinge a sperimentare ciò che ci viene negato, perché abbiamo bisogno di conoscere l’ignoto e di valutarne le conseguenze. Per citare Oscar Wilde “l’unica maniera per liberarsi di una tentazione è cedervi”. Mi viene in mente, però, anche un noto aforisma di Albert Einstein: “La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”.

Dall’altra parte, taluni neo sindacalisti – alcuni dei quali dirigono sindacati restando delegati – annunciano (com’è giusto che sia) la necessità che la Rappresentanza Militare termini il proprio mandato, affermando che la rappresentanza non è mai servita a nulla e che nulla continua a fare se non sperperare, tra l’altro, il denaro delle Amministrazioni.

Anche qui non c’è da preoccuparsi: potremmo essere di fronte una sorta di Sindrome di Stoccolma, quel particolare stato di dipendenza psicologica che si manifesta in alcuni casi in vittime di violenza non solo fisica. Il soggetto affetto da tale sindrome, nel subire i maltrattamenti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore fino a spingersi all’amore totale e alla totale sottomissione volontaria al proprio carnefice, anche quando ha la possibilità di fuggire da esso.

Venendo ai temi, però, in occasione delle audizioni, si è assistito ad una timidezza dialettica a tratti imbarazzante, difficilmente votata alla richiesta dei “veri” e reali diritti da riconoscere ai lavoratori militari. Per non finire di essere un “sindacato giallo”, o meglio ancora a tinte fosche, è indispensabile chiedere con vigore di poter essere parte attiva nei procedimenti amministrativi connessi agli arruolamenti ed avanzamenti, trasparenza e motivazione delle scelte operate dalle amministrazioni, piani di edilizia agevolata, piani formativi, garanzia di tutela della famiglia, garanzia di assistenza ai soggetti con disabilità, indagini sui suicidi tra le forze armate e le forze di polizia e così via. Tutti temi in cui i sindacati devono essere parte attiva, ad iniziare dai criteri organizzativi in generale, per finire, ove necessario, alla tutela individuale.

In mezzo ai due fronti, dialetticamente contrapposti, vengono auditi professori universitari che tentano garbatamente di dispensare pareri in ordine ai principi sindacali che regolano – in generale – il mondo del lavoro, convergendo, sostanzialmente, sul concetto fondamentale che il sindacato deve essere scevro da ogni forma di condizionamento, libero, autonomo e svincolato da ogni forma di controllo datoriale.

Poi c’è l’Avvocatura dello stato che, nonostante abbia fornito parere contrario all’apertura dei sindacati al mondo militare in occasione della controversia da cui è nata la sentenza della Corte Costituzionale 120/2018, continua a sostenere tesi e teorie difficilmente perseguibili proprio in ragione della soccombenza davanti alla Suprema Corte. Forse, sarebbe stato opportuno, invece, interrogarsi su come si evolve il diritto – anche internazionale – in tali delicati ambiti, evitando imbarazzanti comparsate dove si rischia di apparire come quei partiti politici che avendo perso disastrosamente le elezioni, rilasciano interviste – come se le avessero vinte – dispensando consigli su come proporsi agli elettori.




Peraltro, vista la soccombenza, l’audizione avrebbe potuto rappresentare quell’utile occasione per fornire un parere motivato da una interpretazione o da un criterio di valutazione strettamente ispirati dal senso indicato dalla Corte Costituzionale proprio nella sentenza 120/2018.

In questo “chiarissimo” quadro che si propone loro davanti, i membri della Commissione Difesa devono trarre le decisioni che porteranno al varo della agognata Legge sui Sindacati militari i cui effetti impatteranno su oltre 350.000 uomini e donne in uniforme.

Non vorrei che in questo clima confuso e confusionario, quello che viene definito da tutti unanimemente un “cambiamento storico” si risolvesse nel famoso detto napoletano “facite ammuine”.

Anche questo è storico, ma un falso.

Rosario A. Leonardo

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