IL MARTIRIO DI LONGINO NEL DIBATTITO SUI SINDACATI MILITARI (di Cleto Iafrate)

Roma, 25 nov 2019 – Pubblichiamo di seguito un interessantissimo intervento di Cleto Iafrate, su: “La democratizzazione delle caserme produce più sicurezza per i cittadini e un miglioramento qualitativo delle indagini di polizia.”

1. Introduzione

“Lo studio della storia e della teologia cristiane è indispensabile per la comprensione della nostra contemporaneità, delle sue dominanti categorie culturali e politiche, delle sue attese, contraddizioni, decisioni”[1].
Il cattolico Caravaggio diceva: “O il Vangelo è attuale, è in grado di parlare all’uomo di oggi, oppure non è”. Questo insegnavano anche i decreti sulle arti promulgati dal concilio di Trento.

Alla luce di questa convinzione, si cercherà di offrire un contributo al dibattito in corso sulla sindacalizzazione dei militari e delle forze di polizia ad ordinamento militare.

2. Il dibattito sui sindacati militari

Il passaggio che la nostra giovane democrazia si accinge a compiere è epocale.

Lo scorso anno i Giudici delle leggi hanno decretato che i lavoratori con le stellette fino ad oggi hanno vissuto in una condizione di “incostituzionalità di fatto”, in quanto privi di quelle tutele sindacali che la Carta Costituzionale riconosce e garantisce a tutte le altre categorie di lavoratori.
Si è aperto, ed tuttora è in corso, un dibattito parlamentare. Gli Stati Maggiori, auditi in Commissione difesa, hanno sostenuto la necessità di prevedere una serie di limiti e deroghe all’esercizio dei diritti sindacali dei militari; ciò allo scopo di tutelare coesione interna e unicità di comando dei corpi militari e di polizia ad ordinamento militare. Ci si chiede: è giusto che l’interesse alla coesione interna e all’unicità di comando prevalga sui diritti costituzionali dei militari?

Dal momento che in gioco non ci sono solo i diritti del fante e dell’alpino, ma anche del finanziere e del carabiniere a cui sono delegate le indagini giudiziarie, prima di cercare nella parola di Dio eventuali spunti di riflessione, è opportuno fare alcune considerazioni sulla storia giudiziaria della nostra giovane Repubblica.

3. Le stragi impunite

A cominciare dall’immediato dopoguerra la storia dell’Italia è attraversata da una serie di stragi rimaste impunite, che vanno dalla strage di Portella della Ginestra, considerata la madre di tutte le stragi, in cui furono trucidati contadini inermi che manifestavano contro i latifondisti, fino alle morti di Falcone e Borsellino; passando per Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna e rapido 904. In particolare, i 15 anni che vanno dal 1969 al 1984 sono passati alla storia come il periodo dello “stragismo” che ha condizionato la vita democratica dell’intera nazione fino ai giorni nostri.
Si tratta di stragi i cui esecutori materiali sono stati, almeno in parte, individuati, ma i cui mandanti sono rimasti occulti. Secondo Ferdinando Imposimato, già presidente onorario della Corte Suprema di Cassazione, “Furono tutti eventi che ebbero come scopo comune quello di cambiare gli assetti istituzionali in modo violento. I crimini più feroci che scandirono la vita del Paese si verificarono alla vigilia o all’indomani di eventi politici cruciali”.
In tutti questi fatti di sangue la costante è stata sempre l’azione di depistaggio delle indagini; indagini che sono state inquinate da omissioni e coperture per nascondere verità inconfessabili.

Per esempio:
– Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana c’è stato sulla strage di via d’Amelio. In quella occasione qualcuno aveva incaricato servitori dello Stato di imbeccare piccoli criminali, costruendo una falsa verità sugli autori dell’attentato al giudice Borsellino.

– All’indomani della strage di Bologna ai magistrati giunsero notizie in base alle quali i sospetti dovevano essere indirizzati oltre confine. L’ipotesi scaturita da quelle indicazioni era quella di un complotto internazionale che coinvolgeva terroristi stranieri e italiani latitanti all’estero con collegamenti in Italia. Tutto questo risulterà essere un montaggio costruito a tavolino utilizzando vecchie informazioni presenti negli archivi di polizia e notizie completamente inventate.

– Nel caso Moro si ritiene, addirittura, che i depistaggi non siano stati ancora portati alla luce nella loro interezza, nonostante sei processi, innumerevoli libri ed interviste dei protagonisti e una marea di sedute delle Commissioni Parlamentari.

– E ancora, nelle motivazioni della sentenza con cui è stato rimesso in libertà, dopo ben 16 anni di prigione, Omar Hassan, accusato di aver ucciso i giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i giudici hanno scritto di “attività di depistaggio di ampia portata” culminata nella condanna di un “capro espiatorio”.

– Addirittura, i rapporti giudiziari sulla morte di Peppino Impastato conclusero che l’attivista fosse morto mentre piazzava una bomba sui binari della ferrovia. Ma in un casolare a pochi passi dalla ferrovia c’era una grande pietra sporca di sangue di cui non si fece cenno negli atti d’indagine; non si esclude che qualcuno abbia ordinato di non farne menzione. Del ritrovamento della pietra insanguinata parlò un necroforo comunale alla Commissione di inchiesta parlamentare[2].
Meglio fermarsi qui, per ragioni di spazio, ma ci sarebbero tanti altri esempi da aggiungere, da cui emerge come la storia giudiziaria italiana sia costellata di depistaggi.

4. I protagonisti del primo depistaggio della storia

Pare che l’attività di depistaggio, le cui tracce risalgono all’anno zero, faccia parte della nostra cultura giudaico-cristiana.

Il primo tentativo di depistaggio della storia è stato messo a verbale dal protettore della Guardia di Finanza. L’episodio è descritto al cap. 28, 11-14, del Vangelo di Matteo: “alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del Governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione»”. Parola di Dio.
Questo Vangelo ci dice, innanzitutto, che non esistono poteri buoni[3], pertanto è antievangelica qualsiasi tesi contraria (mi riferisco, in particolare, all’ordinamento militare che si fonda sulla regola dell’onore militare[4]; si fonda, cioè, sulla negazione della Parola di Dio). Inoltre, il Vangelo ci esorta a vigilare perché in qualsiasi epoca storica gli uomini potenti e prepotenti faranno di tutto per seppellire ogni verità scomoda. I militari, infatti, riferiscono una verità storica, ma i capi dei sacerdoti ordinano loro di sostenere una tesi processuale; cioè di essersi addormentati, permettendo che i seguaci di Gesù ne trafugassero il corpo.
Secondo una tradizione cristiana, solo Longino, il capo delle guardie, non si lasciò corrompere e si rifiutò di sostenere quella tesi. I sommi sacerdoti, dunque, chiesero a Pilato di condannarlo a morte per alto tradimento. Longino, scoperto il “complotto”, lasciò l’esercito assieme a due commilitoni. Ma dopo qualche tempo vennero raggiunti dai soldati inviati da Pilato con l’ordine di catturarli e riportare indietro le loro teste, che Pilato fece esporre alle porte di Gerusalemme, come monito per tutti, affinché a nessuno venisse in mente di seguire le loro orme.
La tradizione narra che Longino, prima del martirio, diede disposizioni sul luogo della sua sepoltura ed indossò una veste bianca, simbolo della purezza “di coloro che erano stati uccisi a motivo della testimonianza che avevano resa”[5].
E’ opportuno, a questo punto, procedere ad una breve analisi dei protagonisti del primo depistaggio di cui si ha memoria.

I capi dei sacerdoti erano i membri delle famiglie più ricche e influenti del tempo[6]. Essi provenivano principalmente dai gruppi dei Sadducei e dei Farisei e costituivano una vera e propria aristocrazia che aveva una grande influenza politica. Durante il processo a Gesù i sommi sacerdoti “non entrarono nel pretorio per non contaminarsi”[7], laddove il solo imputato venne introdotto.
La contraddizione dei capi sacerdoti emerge quando Pilato disse: “mettetelo voi a morte, io non trovo in lui alcuna colpa”. E loro risposero: “noi non abbiamo il potere di mettere a morte nessuno”. Però volevano che fosse Pilato a farlo. Volevano, cioè, realizzare i loro progetti criminosi senza però esporsi, per non compromettersi.

Per questo loro modo di agire, i capi dei sacerdoti potrebbero essere considerati i progenitori degli attuali poteri forti. Il corso della storia è costellato dalla presenza di “poteri forti” che si oppongono ai grandi cambiamenti politici ed economici, per mantenere posizioni di privilegio, tradendo anche le tradizioni più antiche dei popoli. Si tratta di grumi[8] di potere dediti a macchinazioni opache e perciò impermeabili all’azione della giustizia. Essi sono le lobbies finanziarie e industriali, esponenti del mondo bancario, delle imprese a partecipazione statale, dell’alta burocrazia statale; si tratta di oligarchie che con le loro ramificazioni sono capaci anche di scampare e pilotare indagini giudiziarie, senza però mai esporsi. Proprio come i capi dei sacerdoti che riescono a condizionare, senza contaminarsi, le decisioni del Sinedrio.

Il Sinedrio, al tempo di Gesù, era contemporaneamente Corte di Cassazione, Consiglio di Stato e Università teologica. Di sua competenza erano gli affari religiosi, amministrativi e giudiziari della Giudea, poteva emanare sentenze di morte, benché non potesse eseguirle senza il consenso dei romani.

Pilato, Prefetto della Giudea, invece, era un capo militare che aveva il compito di mantenere l’ordine nella provincia occupata. La questione dell’arresto di Gesù gli appare subito come una seccatura politica che rischiava di provocare una rivolta e di rovinare sia le relazioni con l’élite sacerdotale ebraica che la sua reputazione presso i superiori. A Pilato viene quindi consigliato di sacrificare Gesù come il modo più facile per uscire da questa situazione; ma egli esita perché sente nella sua coscienza di stare a commettere un’ingiustizia – “Da questo momento Pilato cercava di liberarlo[9]”.
Purtuttavia, finisce per cedere allorquando i capi dei sacerdoti faranno leva su l’unico argomento che veramente gli stava a cuore: la sua carriera. Gli dissero: “Se liberi costui non sei amico dell’imperatore; chiunque si faccia re si oppone all’imperatore”[10]. Pilato, dunque, vedendo minacciati i suoi rapporti con l’imperatore, sacrificò l’Innocente sull’altare della carriera.
Secondo la tradizione, Pilato morirà suicida durante il primo anno del regno di Caligola; probabilmente, tormentato dal rimorso per non aver impedito la crocifissione di un Giusto.

Il Prefetto, ai tempi di Gesù, era la massima autorità dell’impero romano in terra di Giudea; pertanto, la figura di Pilato oggi potrebbe essere rappresentata da un comandante di Corpo. Un comandante che nell’ambito del suo territorio rappresenta la massima autorità, ma che riceve gli ordini da “Roma”, da cui dipende anche la sua carriera.
I due protagonisti del Vangelo di Matteo (Pilato e i capi dei sacerdoti), l’uno dalla parte del dominatore e l’altro dominato, in fondo, si muovono su binari paralleli perché condividono la stessa visione del potere: entrambi mirano a conservare i loro privilegi.

Lo scontro, dunque – allora e ancora – più che giudiziario è politico.
A proposito della somma di denaro

5. A proposito della somma di denaro

Basterebbe la sorte toccata a Longino per capire che non è stata la “somma di denaro” a convincere le guardie ad obbedire ai sommi sacerdoti; ha influito, certamente, anche la disciplina militare e le regole d’ingaggio dei soldati romani. Nell’antica Roma, infatti, quando un soldato si arruolava nell’esercito romano, giurava solennemente la sua fedeltà al generale e alle istituzioni romane. Il giuramento militare, chiamato sacramentum militiae, aveva una funzione sacramentale e operava la trasformazione del cives in miles. Con il sacramentum il militare si impegnava a soddisfare tutte le condizioni di servizio, in caso contrario sarebbe stato punito anche con la morte. La disciplina nell’esercito romano era estremamente rigorosa, il generale aveva il potere di effettuare un processo sommario ad un qualsiasi soldato alle sue dipendenze e di sentenziarne la morte.
Questa la descrizione delle punizioni militari che fa Giuseppe Flavio durante la prima guerra giudaica: «Presso i Romani, le leggi puniscono con la morte non solo la diserzione, ma anche alcune piccole mancanze e, ancor più delle leggi, incutono paura i comandanti; essi, però, distribuendo anche ricompense ai valorosi evitano di apparire spietati da parte di chi viene punito.»
Tacito riferisce che la figura del centurione in sé era “eterno oggetto di odio per i soldati”, probabilmente a motivo dell’abitudine di ricorrere a metodi spesso brutali per mantenere la disciplina.

Qual è oggi l’approccio dei militari rispetto agli ordini che non andrebbero eseguiti?
Dopo duemila anni, i militari possono rifiutarsi di eseguire un ordine sbagliato?

L’ordinamento militare, oggi come allora, si atteggia come ordinamento autonomo, in esso la regola dell’onore militare ancora occupa (abusivamente) quegli spazi che la Costituzione ha destinato al principio di legalità. Ciò conduce ad una pressoché totale discrezionalità nella comminazione di sanzioni e premi, nella redazione delle note caratteristiche (da cui dipendono carriera e avanzamenti) e all’assimilazione del trasferimento d’autorità a un ordine militare (discrezionale e non soggetto a obbligo di motivazione).
Si tratta, nel complesso, di una normativa profondamente irragionevole. È irragionevole anzitutto perché non assicura affatto, in termini di probabilità, che si possa realizzare il principio dell’obbedienza leale e consapevole e lo scopo a cui esso mira, ossia una maggior garanzia che l’azione delle forze di polizia a ordinamento militare avvenga nel rispetto della legge e nel quadro dei valori costituzionali (e in un moderno stato di diritto l’interesse all’obbedienza gerarchica, soprattutto in tempo di pace, non può prevalere sul superiore interesse all’osservanza della legge e della costituzione).
Ma è irragionevole anche perché pone il militare in una condizione di soggezione nei confronti dell’amministrazione tale da provocare uno stravolgimento, una vera e propria “mutazione genetica”, del concetto stesso di obbedienza militare rispetto al principio dell’obbedienza “leale e consapevole”[11].
Quale militare sarebbe infatti disposto a rischiare di contestare un ordine, sapendo che il regime premiale, sanzionatorio e soprattutto dei trasferimenti è tutto basato sull’onore del capo?
Se non spinto da motivazioni fortemente idealistiche o religiose –e non tutti sono come San Longino martire- egli sarà inevitabilmente indotto a dare attuazione a qualsiasi ordine che gli venga impartito, nella convinzione (a conti fatti, fondata) che sia più prudente eseguire piuttosto che sottrarsi all’esecuzione rischiando il martirio (leggasi, conseguenze disciplinari o addirittura penali, pesanti ripercussioni sulle prospettiva di carriera e trasferimenti d’autorità sgraditi).
Al fine di dimostrare l’attualità di quanto finora asserito, si consiglia la lettura di “David Grassi, l’ufficiale della marina punito per essersi rifiutato di inquinare il mare”[12]. La giustizia amministrativa lo riabiliterà solo dopo 12 (dodici) anni. Troppo tardi. David, come Longino, ormai aveva già “sp[i]ntaneamente” lasciato la Forza Armata. In una intervista, dichiarerà: “Sono stato vittima di attenzioni negative … Ho avuto delle difficoltà nelle destinazioni in cui sono andato … Sono stati degli anni difficili… poi per varie altre vicissitudini ho lasciato la Forza Armata…”[13].

6. Conclusioni

Fino a quando i sindacati militari non troveranno cittadinanza all’interno dell’ordinamento militare sarà irrilevante qualsiasi norma di diritto positivo che imponga al militare, ricorrendone i presupposti, di non eseguire l’ordine o comunque di sindacarlo. In quanto, così come è congegnata, la disciplina militare è in grado di anestetizzare qualsiasi limite posto al dovere di obbedienza.
Molti dei tentativi di limitare i diritti sindacali dei militari già in tempo di pace, in nome della tutela della compagine interna, dell’efficienza e dell’apoliticità delle Forze armate e di polizia, sono poco sinceri e, a volte, nascondono una chiara scelta politica di subordinare le forze armate e di polizia a ordinamento militare non tanto alla difesa dei valori costituzionali, quanto piuttosto alle esigenze perseguite in quel particolare momento storico dai “capi dei sacerdoti”.

Post Scriptum

Affidiamo i sindacati militari e tutti i loro dirigenti a San Longino martire, affinché li protegga e interceda per loro nel difficile cammino di democratizzazione delle Forze armate e di polizia, che passa attraverso l’attuazione della sentenza n. 120/2018 della Corte costituzionale.

Per dovere di cronaca: Quinto Cassio Longino (Longinus in latino) è il soldato romano nato nella città di Anxanum (l’odierna Lanciano) che militò nella Legione Fretense[14], di stanza in Siria e nella Palestina, attorno all’anno 30 d.C.. Venerato come martire dalla chiesa ortodossa e come santo dalla chiesa cattolica, Longino, secondo la tradizione, è il soldato che trafisse con la lancia il costato di Gesù crocifisso[15].
Nessuno dei Vangeli canonici nomina esplicitamente la figura di Longino, ma Luca, Matteo e Giovanni raccontano di un soldato che, per assicurarsi che Cristo fosse morto, lo colpì al fianco con la lancia e ne “uscì sangue e acqua”.
Secondo gli Acta Pilati[16], apocrifi[17], come detto, Longino era al comando del picchetto di soldati che furono posti a guardia del sepolcro[18]. Fu proprio lui che, dopo il turno di guardia, si recò, insieme agli altri militari, dai capi dei sacerdoti per riferire quello che era accaduto durante la notte; fu quindi testimone, e poi anche vittima, del primo tentativo di depistaggio della storia.

Longino è stato santificato il 2 dicembre 1340, sotto il papato di Innocenzo VI[19] e il Martirologio Romano ne fissa la memoria liturgica il 15 marzo.

Cleto Iafrate
Leggi gli altri contributi dello stesso autore su www.ficiesse.it

NOTE
[1] Ne è convinto Gaetano Lettieri, ordinario di Storia del cristianesimo delle chiese presso l’università la Sapienza di Roma, in “Attualità culturale e politica del Vangelo”, articolo pubblicato sull’Osservatore Romano, in data19 agosto 2019.
[2] FQ, Millennium, n. 28, anno 3, ottobre 2019, p. 61.
[3] I Vangeli contengono sia verità storiche (le cronache degli avvenimenti) che verità di fede. L’inesistenza di poteri buoni è una verità di fede che emerge anche dal Vangelo di Marco. Infatti, quando Dio (in Mc. 7,22) ha detto che “dal cuore dell’uomo escono impurità, furti, omicidi, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”, non ha operato alcuna esclusione. Non ha escluso, cioè, né i capi dei sacerdoti, né i Prefetti e né i capi militari. Nessuno.
[4] Per un approfondimento su questo specifico punto, si rimanda all’intervento dello scrivente in commissione Difesa, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge in materia di sindacati militari “Quella malintesa specificità militare” e al video: https://webtv.camera.it/evento/1475
[5] Apocalisse 6,9.
[6] L’incarico del servizio sacerdotale inizialmente si trasmetteva di padre in figlio. Il primo sommo sacerdote fu Aronne, fratello di Mosè (XIII secolo a.C.). In epoca ellenista (II-I secolo a.C.) la carica smise di essere ereditaria e la nomina fu affidata al regnante di turno. Erode, per esempio, nominò almeno 6 sacerdoti.
[7] Gv.18,28.
[8] Non ci si riferisce ad un’intera categoria, ma solo alcuni dei suoi membri; per esempio, a complottare contro Gesù non furono tutti i capi dei sacerdoti, ma solo alcuni: anche se essi furono particolarmente attivi ed influenti.
[9] Gv. 19,12.
[10] Ibidem.
[11] Sul concetto di mutazione genetica dell’obbedienza militare, si consiglia la lettura di “Obbedienza, ordine illegittimo, ordinamento militare”, in D&Q 2016, 16/2.
[12] L’articolo è disponibile in https://www.greenme.it/approfondire/buone-pratiche-a-case-history/david-grassi-ufficiale-marina-inquinare-mare/. A distanza di 12 (dodici) anni, la giustizia amministrativa affermerà che la sanzione disciplinare era illegittima (Tar Liguria, Sezione Prima, n. 00128/2014 REG.PROV.COLL.). Sullo stesso argomento, leggi anche, “Se un militare ritenesse di non eseguire un ordine irregolare non vi sono garanzie. Quale militare contesterebbe un ordine rischiando conseguenze nefaste?”, in Ficiesse.it.
[13] L’intervista rilasciata dal predetto Ufficiale è disponibile su youtube, dal titolo “Intervista radio a David Grassi Rebelot 01/12/2015 – Marco Pini”.
[14] La Legio X Fretensis (“dello Stretto”) fu una legione romana creata da Augusto nel 41/40 a.C. per combattere contro Sesto Pompeo, esistette almeno fino agli inizi del V sec.
[15] «… ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.» (Gv 19, 34). Secondo una tradizione orientale e greca, passata poi anche in occidente, si trattava di un soldato cieco ad un occhio, o comunque afflitto da un grave disturbo agli occhi, che sarebbe guarito al contatto col sangue sprizzato.
[16] Gli Atti di Pilato sono un apocrifo del Nuovo Testamento relativo a Ponzio Pilato. Sebbene sia nato come testo indipendente, a partire dal V secolo è stato accorpato all’apocrifo Vangelo di Nicodemo, di cui costituisce i primi 11 capitoli.
[17] Nell’uso corrente, la parola è riferita comunemente alla tradizione giudaico-cristiana, all’interno della quale è stata coniata; in essa il termine “apocrifo” assume il significato di testo non incluso nell’elenco dei libri sacri della Bibbia ritenuti ispirati e pertanto non usato a livello dottrinale e liturgico. I testi apocrifi sono stati scritti con l’intento di completare quello che dicono i vangeli canonici ed hanno un altissimo valore storico; ma sono stati esclusi dalla canonicità in quanto privi di interesse liturgico e kerigmatico.
[18] Infatti, nella lettera apocrifa di Pilato a Erode, Gesù risorto si rivolge alla guardia del sepolcro Longino chiedendogli: “Non sei stato tu che hai fatto la guardia durante la mia passione e al mio sepolcro?”.
[19] All’interno della basilica di San Pietro a Roma, nella sesta cappella sul lato destro dedicata a San Longino, è presente anche il suo sarcofago. Il primo racconto della sua vita ci è stato tramandato da sant’Esichio di Gerusalemme.

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