ESSERE CARABINIERE AI TEMPI DEI SOCIAL, FORMA O SOSTANZA?

Roma, 15 dic 2020 – L’approfondimento di Roberto Di Stefano del Nuovo Sindacato Carabinieri. Ripensando ai fatti degli ultimi mesi, anni, che hanno messo in luce alcuni comportamenti giudicati insoliti, o anche inumani e inqualificabili secondo alcuni, credo sia necessario spiegare a coloro che giudicano non conoscendo il settore specifico quali siano i parametri operativi e le influenze (di ogni tipo) che affliggono il Carabiniere o il Poliziotto nell’adempimento della routine quotidiana e del servizio.

La vicenda Cucchi, i fatti di Piacenza, quelli gravi di Chieri, il ragazzo fermato a Montecitorio in divisa, solo per citare alcuni degli accadimenti che hanno richiamato una attenzione mediatica particolare, meritano una analisi approfondita per cercare di far comprendere cosa significhi essere un operatore di Polizia Giudiziaria e di Pubblica Sicurezza e come lo stesso svolge il suo servizio, tutti i giorni, dovendo affrontare qualsiasi incognita e difficoltà che un intervento pone quando si è obbligati ad applicare la legge, in virtù della funzione sociale posseduta e per i criteri del mantenimento dell’ordine.

Al di là delle leggi che rappresentano l’unico faro che deve guidare il Carabiniere per porre in essere e mantenere quei valori che dalla Costituzione vengono resi operanti e efficaci, a cascata, dalle leggi e dalle normative, è indubbia l’influenza gerarchica che permea la stessa azione, rappresentando spesso non un aiuto ma una ulteriore difficoltà. Prendiamo il caso del ragazzo fermato a Montecitorio dai militari di vigilanza, poiché indossava illegalmente una uniforme, che hanno coinvolto una pattuglia della Compagnia Roma Centro.

Per chi è del settore, della “Famiglia”, si sa benissimo cosa significhi operare in una zona così sensibile dove i Carabinieri chiedono il permesso dei loro superiori anche per respirare. Qualsiasi decisione che presa è stata sicuramente sanzionata (o ordinata) da un ufficiale responsabile, e se i Colleghi, dopo essere stati vicini e attentamente sensibili alla particolare situazione, restando costantemente vicini ad Alessandro e riaccompagnandolo a casa (con la gioia del ragazzo che era in una macchina del Carabinieri), hanno acquisito l’uniforme indossata applicando la legge (il cui esercizio è obbligatorio per un agente o ufficiale di polizia giudiziaria, ricordiamolo), lo hanno fatto sicuramente a malincuore (non ho dubbi) e controvoglia perché perfettamente consapevoli del contesto, ma indirizzati a non poter agire in maniera diversa.

Tra l’altro, l’acquisire l’uniforme ha evitato il proseguo di una azione più dannosa. Questo va spiegato a chi legge la notizia ma non conosce le dinamiche operative e gli obblighi procedurali ai quali sono costretti chi opera, pena eventuali azioni punitive e disciplinari. Ai Colleghi che sono intervenuti va il plauso di aver contenuto l’impatto emotivo sul ragazzo standogli vicino in ogni fase dell’intervento, spiegandogli cosa stava succedendo e, soprattutto, fregandosene giustamente della eventuale, ingiusta e errata reazione mediatica negativa.

L’Arma, attraverso i Carabinieri che erano lì con Lui, ha saputo comunque mantenere il rapporto speciale che ha con Alessandro (lo ha fatto e continua a farlo) per non lasciarlo nella sensazione e nel dubbio di essere stato tradito dalle persone che adora incondizionatamente. Gli altri fatti citati, d’altro canto, spiegano invece come la ricerca della forma più che della sostanza (sostanza che contraddistingueva marcatamente il passato) hanno distratto chi dovrebbe esercitare una azione di controllo per disinnescare immediatamente derive che possono accadere in una organizzazione ramificata nel territorio come l’Arma dei Carabinieri, ma che devono contare su una struttura che identifica immediatamente comportamenti anomali proprio per non farli arrivare a conseguenze dannose penalmente, socialmente, e per l’immagine che la Nostra Istituzione rappresenta per gli Italiani.

È ormai necessaria la presenza di una parte terza che possa aiutare l’azione di quei dirigenti che, in buona o cattiva fede, assumono comportamenti che ledano i diritti e la Sicurezza dei Carabinieri e/o che non riescono a identificare e correggere comportamenti dannosi che danneggiano la nostra credibilità. Questa parte terza può essere solo un sindacato che sia opposto a quella filosofia della “foglia di fico” degli stati maggiori che abbiamo visto da tempo da chi avrebbe dovuto rappresentare i militari. È tempo che i Colleghi capiscano che il futuro è un Sindacato che si ispiri allo Statuto dei Lavoratori e che abbia il coraggio di essere parte indipendente e di contributo migliorativo della nostra Arma, qualsiasi legge specifica esca dal Parlamento.

Alla fine solo quelle Organizzazioni che faranno vera azione sindacale, sempre dalla parte del Militare “Lavoratore”, che combatteranno la discrezionalità vessatorie che danneggiano e limitano le giuste aspettative di ogni Carabiniere, verranno riconosciuti come tali.

Roberto Di Stefano
Nuovo Sindacato Carabinieri

 

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