Suicidi nell’Arma dei Carabinieri – Il sindacato SIM tuona

Roma, 7 dic 2021 – Dal sito simcarabinieri.it – Abbiamo scelto di raccogliere gli interventi del nostro sindacato in tema di benessere del personale, oltre che sull’annosa questione dei suicidi, in una apposita sezione, affinché resti un promemoria fisso su un ideale muro così che si comprenda che per noi del SIM Carabinieri questa rappresenta una battaglia di giustizia, di amore verso l’istituzione e verso i fratelli e le sorelle in uniforme; così che tutti sappiano che non sono soli, che quella non è l’ultima scelta, che da questa parte c’è una mano tesa ed un orecchio sempre pronto ad ascoltare, aiutare,  senza temere nulla!

La recente tragedia che ha riguardato un Ufficiale Superiore, anch’egli morto suicida, riporta inevitabilmente al centro della problematica dell’Arma la questioni dei suicidi.

Abbiamo affrontato da molteplici aspetti la questione ed appare ormai evidente che si tratta di un morbo che può colpire chiunque, dal neo arruolato a chi gli mancano pochi mesi dalla pensione, qualunque grado rivesti e per i più disparati problemi:

esistenziali, economici, di servizio, stress, bournout, familiari e perché no, aggiungiamoci anche quelli di servizio che si ripercuotono inevitabilmente sulla serenità familiare, la quale ultima, una volta minata, fa vacillare il benessere psicofisico e la tranquillità del militare che per una concause di regioni, può compiere l’insano gesto. La famiglia (come la più piccola Stazione Carabinieri), è la cellula fondamentale della società sulla quale si fonda una polis, sulla quale si basa il tessuto economico, sociale, relazionare di un’intera nazione.

Se è vero – come è vero – che all’interno di una Stazione Carabinieri è fondamentale che regni la serenità affinché l’azione di prevenzione e repressione dei reati sia proficua, che il servizio di vicinanza e prossimità al cittadino sia puntale rappresentando un luogo sicuro e credibile, è altrettanto inoppugnabile che le nostre famiglie hanno il sacrosanto diritto di vivere serenamente ed essere seme proficuo nella società.

Quando si parla di serenità, si parla anche di serenità economica, di una giusta corresponsione stipendiale, che non sia l’elemosina elargita ad ogni rinnovo di contratto sistematicamente in ritardo con il solito teatrino dei tira e molla, dei tavoli abbandonati e del: “i soldi sono questi, se li volete bene!”

Serenità è anche tornare a casa orgogliosi di aver ottenuto un avanzamento decoroso, frutto di una reale meritocrazia, dove non ci si deve vergognare di aver atteso sette, otto, nove anni per passare – ad esempio – da Maresciallo Capo a Maresciallo Maggiore, con valutazioni discutibilissime ed ottenere lo stratosferico aumento stipendiale di meno di 50 euro al netto mensile ed un aumento di 20 centesimi per ogni ora di straordinario! Attendere quasi dieci anni con quale stimolo? Con quale gratificazione?

Quando si parla di serenità, si parla anche di una serenità lavorativa di chi affronta il servizio senza paura di essere punito per chissà quale inezia di regolamento, senza la paura del giogo delle note caratteristiche redatte senza elementi oggettivi che possano suffragare una eventuale diminuzione, brandita come vendetta per antipatie, mancato vassallaggio e lecchinerie, come qualche Ufficiale Superiore una volta ebbe a dire: “le manca il dovuto timore reverenziale”;

Quando si parla di serenità, si parla anche di serenità di un futuro dignitoso, di una pensione decorosa, di una pensione integrativa inesistente e dolosamente bloccata fino costringere miglia di Carabinieri a fare ricorso con aggravio di spese, sperando che qualcuno faccia valere i loro diritti;

Quando si parla di serenità lavorativa si parla anche di serenità rappresentativa attraverso un sindacato serio, reale, degno di questo nome e non un fantoccio impupato, imbellito con una mano di calce, “bianco fuori e putrido dentro”, che non ha nulla da rappresentare, tutelare, poiché anche se hanno cambiato la sigla, hanno lascito gli stessi bavagli, museruole e legacci alle mani;

Quando si parla di serenità lavorativa, si parla anche di non subire l’ennesima umiliazione di un paese dove non vengono realmente recepite ed attuate le sentenze della Corte Europa, come già avvenuto per la sentenza sulla rappresentanza militare, come la mancata osservanza delle leggi in tema di pensione integrativa e non vengono neanche – dolosamente – applicate le normative europee in tema di organizzazione dell’orario di lavoro, come la nr. 93/104/CE e nr.  2000/34/CE, che sono state sì recepite con il D.Lvo 8 aprile 2003 n. 66, ma di fatto lasciate come lettera morta! E non è bastata neanche la Sentenza della Corte di Giustizia Europea, quella n. 74/19 con la quale l’Italia è stata condannata per la mancata applicazione della citata normativa anche per il personale militare (ne avevate mai sentito parlare?).

Non siamo cittadini di terza serie, come le valutazioni caratteristiche vorrebbero! La normativa citata disciplina in modo “umano” le pause tra un servizio ed un altro (11 ore e non le 6 che spesso non vengono neanche rispettate), tetto massimo alle ore di lavoro settimanale, allo straordinario annuo.

Se la coperta è corta, si assume più personale e non si spreme all’osso quello esistente, meravigliandosi se poi qualcuno perde la bussola e non regge la moltitudine di fattori che lo attanagliano, spesso da solo, lontano dagli affetti, “schiacciato” da meccanismi incomprendibili, farraginosi e legati a logiche ottocentesche!

Qualcuno non pone la dovuta attenzione al livello di stress, ai turni massacranti, al mancato rispetto delle dovute pause da un turno notturno, dalla gestione dei permessi e delle licenze, come se fossero gentili concessioni di un barone che non comprende che si tratta di diritti che servono a ridurre la tensione e la pressione psicofisica che grava su un settore i cui appartenenti devo gestire un livello di stress di per sé già elevatissimo in ordine alla peculiarità del lavoro stesso.

Dovremmo realmente fermarci e riflettere sulla inesistente tutela normativa del nostro operato (tante volte abbiamo parlato di regole di ingaggio ed ausili idonei a fronteggiare le emergenze), l’inesistente tutela legale, economica, previdenziale. Se aggiungiamo la paura di operare tra webcam, cellulari, video virali sul web, punizioni, avanzamenti, note caratteristiche, trasferimenti, promozioni, stipendi da fame, straordinario elargito a simpatia per figli e figliocci, umiliazioni familiari che spesso non si riescono a reggere e fronteggiare, soprattutto quando non si è in grado di far valere i propri diritti, le esigenze personali e familiari rispetto ad un trasferimento oggettivamente non gradito e possibile, ad un’organizzazione del lavoro e del servizio che ti schiaccia. Ecco che resta solo da chiedersi: ma come fanno questi ragazzi, queste donne, questi militari di ogni ordine e grado a sopportare tutto questo e tirare avanti?

Fermiamoci! Analizziamo seriamente l’organizzazione del lavoro, come ha detto recentemente in un’intervista il nostro segretario nazionale Antonio Serpi proprio in tema di suicidi.
Verifichiamo i livelli di stress e gli elementi che influiscono sulla persona, sui gruppi di lavoro.

Non basta più passare il “sidol” sulla bandoliera per farla luccicare, non basta più dare una immagine di granitica solidità della facciata, occorre verificare le fondamenta per consolidare la nostra amata istituzione con quello che abbiamo definito un radicale cambio di passo, una rivoluzione nell’approccio al problema che non è “UN” problema, ma la triste esternalizzazione, la drammatica materializzazione di una serie di concause che possono e devono essere affrontate, una per una e per quello che si può fare, risolte!

E si può fare davvero tanto! Non siamo così stupidi da pretendere che in un sol colpo venga debellato questo insidioso problema, ma non siamo altrettanto sciocchi da voltarci dall’altra parte, dal continuare a mettere la polvere sotto i tappeti poiché tanti problemi li conosciamo tutti e ne abbiamo qui rappresentati solo alcuni. Lo abbiamo detto: fermiamoci, guardiamoci in faccia e diciamoci come stanno le cose per porre fine a questa strage silenziosa che avanza nell’indifferenza collettiva. Possiamo fare tanto, ma solo insieme e con un sindacato serio, degno di questo nome e che venga ascoltato!
Insieme si vince. Restiamo uniti.

SIM CARABINIERI
Segreteria Nazionale

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