Suicidi in divisa. La lettera di UNARMA.

Roma, 7 mag 2024 – Quanto ancora…

La lettera e’ stata inviata da UNARMA a: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, On. Giorgia MELONI; AL MINISTERO DELLA DIFESA; AL MINISTERO INTERNO; AL MINISTERO DELLA SALUTE ; AL COMANDO GENERALE DELL’ARMA DEI CARABINIERI; AL COMANDO INTERREGIONALE CARABINIERI VENETO.

Questa Segreteria Regionale Veneto continua a porsi una serie di domande e, soprattutto il fatidico PERCHE’.

Ormai il suicidio sta rientrando nell’elenco delle prime dieci cause di morte collocandosi, se si prende in considerazione una determinata fascia di età, tra le prime tre cause di morte nei giovani e per questi motivi cosa vogliano dire che al momento dell’arruolamento i giovani colpiti in particolare hanno il disturbo borderline di personalità. Noi NON CREDIAMO.

Ma se così fosse quali teorie interpersonali e quali potrebbero essere le variabili psicologiche che spingono al suicidio?

Magari la percezione di non appartenenza senza speranza di cambiamento, forse la convinzione di essere un peso per gli altri o magari un ridotto timore della sofferenza fisica e della morte.

Gli psichiatri incaricati di questo compito all’interno del CNSR cosa fanno per comprendere se vi è una recrudescenza o una delle ipotesi summenzionate e possono intervenire prima?

Oltre a ciò, è possibile pensare e ricordare l’importanza dell’ambiente e determinare se il suicidio di un soggetto e quindi, una volta compiuto l’assesment del rischio suicidario, poter pensare parallelamente con degli interventi terapeutici appropriati, mirati sull’ambiente?

Quando parliamo di ambiente possiamo perciò prendere in considerazione diversi ambiti che possono influenzare il comportamento suicidario e, tra questi, non si crede potrebbe essere il metodo di istruzione forse arcaico che in qualche modo possa avere un impatto significativo sul fenomeno.

Non è possibile considerare, che sia nelle sedi di istruzione ed a volte anche alla territoriale, taluni superiori debbano essere meno Autorità, che in virtù del proprio potere si impongono nel modo scorretto?

Un insegnante, un Comandante autorevole non autoritario; autorevolezza che si acquisisce con un comportamento esemplare che il militare ammira e vuole imitare.

Ed allora perché dobbiamo per forza sorbirci la pantomima che ogni suicidio o tentativo cela una sofferenza personale/amorosa, le cui persone coinvolte vedono nell’unica via d’uscita per porre fine alle loro sofferenze.

Perché non considerare che molti giovani, terminato il loro iter di studi nella scuola superiore decidono di intraprendere la carriera militare, più mossi dall’esigenza di un lavoro stabile e sicuro che da una effettiva passione o volontà di mettersi al servizio della Nazione.

Il giovane che entra per la prima volta in contatto con l’ambiente militare è sradicato dai suoi punti di riferimento affettivi originari e si trova catapultato in una nuova società nei confronti della quale si sente estraneo. In questa fase può sperimentare vissuti di spersonalizzazione e crisi di identità di fronte alla richiesta implicita di cominciare a considerarsi come facente parte di un ‘Istituzione militare e non più come individuo.

Una vita di disciplina, quale è quella militare, in una struttura fortemente gerarchica e in un contesto regolamentato, viene spesso vista in opposizione alla libertà individuale.

Inoltre, non è possibile che il modo repentino in cui avviene il passaggio dalla vita civile alla vita militare, quindi da una situazione psicologica ad un’altra, rappresenta un ulteriore fattore di rischio di sofferenza psichica che in alcuni casi può trovare sfogo nelle manifestazioni cliniche del disturbo dell’adattamento?

Perché non considerare che sul piano sociologico, il giovane si allontana dalla famiglia lasciando il proprio universo, per andare a vivere in una collettività che esige una integrazione di gruppo così come richiesto dal contesto istituzionale?

Ed è qui che questa Segreteria Regionale ribadisce che c’è un problema; un problema che va risolto e anche subito.

La trama ormai si sta svolgendo sempre più intorno ai giovani carabinieri, che dopo essersi tolti la vita, fanno recapitare un segnale, un segnale importante che crea scalpore le cui gesta tendono a mirare un ambiente specifico “l’istituto di Istruzione” e per coloro che la tentano il raggiungimento di un limite alla territoriale; territoriale il cui Comandante si sente accademico che, a soli 12 giorni dall’arrivo del nuovo collaboratore, decide e comprende il disagio tanto da mandarlo a visita per irrequietezza.

O come è occorso in questa Regione, più precisamente nella Provincia di Venezia, dove pare che alcuni militari in particolare vengano fatti oggetto di comportamenti tali da costringerli a valutare l’eventualità di “cambiare aria e clima”, cercando la tranquillità in altri reparti o addirittura all’estero in cerca di altra professione, come anche, in altri casi, più militari abbiano valutato e stiano addirittura valutando l’opzione del congedo, pur di liberarsi da una situazione oppressiva.

 Il tentativo di prevaricazione di alcuni Comandanti, con urla e pugni nel mobilio col tentativo di dominio, con l’esercizio di potestà totale il “dominus” del padrone, il pretendere l’esecuzione di comportamenti senza la possibilità di altra soluzione.

Risulta palese, a chiunque abbia normali doti intellettive, che siffatte situazioni possono avere un impatto devastante sulle relazioni sociali ed interpersonali.

E chi osserva questi comportamenti?

Chi osa segnalare questi Comandanti e, di nomi ne potremmo fare.

E poi c’è l’osservatorio voluto, e dov’è?

I Corpi di appartenenza vogliono o preferiscono tenere riservati questi dati e limitarne la diffusione a convegni e in ambiti accademici per evitare allarmi e polemiche. Li comunicano?

L’Osservatorio permanente sui suicidi tra gli appartenenti alle Forze di Polizia voluto nel 2019 dal prefetto Franco Gabrielli funziona? È da qui che, per la prima volta, si può fare una comparazione ufficiale e si scopre che negli ultimi cinque anni i suicidi tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti penitenziari sono stati tanti. E la conta sale se ci aggiungiamo gli altri organi di Polizia.

Quanto ancora?

Ormai è da troppo tempo e secondo questa Associazione Sindacale, il problema è sottovalutato, se non addirittura nascosto quasi fosse un’onta.

 I sindacati e questa Segreteria negli ultimi anni hanno finalmente iniziato ad alzare i livelli di interventi, ma non si capisce perché nello screening della selezione non sono attivate campagne di prevenzione, tavoli tecnici contro il disagio con la componente sindacale, progetti di monitoraggio e, soprattutto, task force di esperti che assicurano sostegno anche a distanza e in forma anonima.

L’Arma dei carabinieri si stava preparando ad arruolare accademici di settore e cosa fanno, con quale criterio affrontano lo screening per cui, se sono attivi, perché non sperimentare un progetto per facilitare la socializzazione, coinvolgendo i colleghi più anziani?

 E perché non istituire un fondo da destinare, in modo strutturato e permanente, al supporto psicologico del personale ANONIMO?

Mentre si è in attesa di capire se in Parlamento hanno deciso se creare una commissione d’inchiesta sul fenomeno dei suicidi in divisa, il Comando Generale dei Carabinieri nell’attesa cosa fa e farà?

 Il ritiro dell’arma e della patente vuol dire non poter più lavorare, uno stigma che rischia di aggravare uno stato di fragilità, tant’è che a volte il compromesso non segnala le situazioni a rischio proprio per il timore di «mettere nei guai» il collega.

Questa associazione crede che forse occorrerebbe modificare il regolamento, in modo che il collega compromesso venga solo trasferito a ruoli non operativi, ma per ora l’unica ad averlo fatto, e solo di recente, è la Polizia di Stato e l’arma invece lo sostiene lasciandolo a casa probabilmente incrinando ancor di più lo stato psicologico.

Occorre lavorare sul cambio di mentalità per far comprendere a tutti che non è richiesto apparire sempre come supereroi.

La strada giusta per uscire dai tunnel che a volte si presentano nel corso della vita è proprio quella di riconoscere le proprie difficoltà confidandosi con i colleghi, e nel chiedere aiuto e che, l’Arma non infligga ancor di più la sensazione di abbandono; abbandono in cui il Militare si sente quando la classe dirigente, gettando fumo negli occhi, vuol far credere, purtroppo solamente a parole grondanti mera esteriorità di facciata, l’importanza e l’attenzione per il benessere del personale.

Nei fatti la realtà è ben diversa poiché nei casi migliori il mutismo, la sordità e l’immobilismo sono le prerogative che caratterizzano la buona parte degli atteggiamenti nei confronti del dipendente che si trova in difficoltà e chiede aiuto; se poi questo, non ascoltato, ha l’ardire di portare a conoscenza delle problematiche alle linee di vertice, l’ Arma, per mano di solerti appartenenti infligge non solo sentenze inappellabili, ma anche indicibili sofferenze.

L’Istituzione Arma Carabinieri, la GRANDE FAMIGLIA, la MAMMA che c’è sempre dietro ogni uomo di successo e che non smette mai di sostenerlo per raggiungere i suoi sogni ed i propri obiettivi”, allo stato attuale sembra distratta.

Pare di capire che questa MAMMA, sia impegnata in particolare a custodire benessere e agiatezze solo per alcuni, ritornando a mantenere un distacco abissale con la categoria che dalla voce di qualche ZELANTE uomo è chiamata PLEBE e che tendenzialmente usa LIQUIDARE qualunque problema incontri sul suo cammino oltre che, a palesare veleno, per chi osa dare credito a chi oggi usa il proprio tempo per sostenere i propri colleghi con qualsivoglia sigla sindacale.

Padova, 03.05.2024
La Segreteria Regionale Veneto

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One thought on “Suicidi in divisa. La lettera di UNARMA.”

  1. Purtroppo dispiace e come…anche se penso che questi suicidi vsdano visti ed interpretati compreso l attuale contesto sociale in cui viviamo.

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