Le nostre (false) promesse di futuro alle ragazze e ai ragazzi afghani

Roma, 17 ago 2021 – DAL SITO CORRIERE.IT – Hanno creduto che avremmo protetto il loro stile di vita. Fin quando non ce ne siamo andati per ragioni ancora più nebulose di quelle che ci avevano portato lì.

IL RACCONTO DEL GIORNALISTA  PAOLO GIORDANO : Durante la seconda visita il maltempo mi ha tenuto bloccato a Herat più del previsto. Gli elicotteri non volavano e io scalpitavo, perché la storia che avevo in mente non doveva svolgersi lì. Ho passato diverse giornate a girovagare tra i compound, la mensa, il bar desolante e il bazar.

Una sera sono stato a una festa con delle luci stroboscopiche in una delle tende. Faceva molto freddo. Più per esasperazione che altro, mi sono arreso a partecipare al programma di visite rituali organizzato dall’ufficio stampa dello Stato Maggiore.

Come sempre in questi casi, si trattava di un tour votato a magnificare l’utilità di quanto stavamo facendo lì. Il Provincial Reconstruction Team, a guida italiana e che ha concluso il suo mandato nel 2014, dichiara di aver portato a termine più di milleduecento progetti, tra cui scuole, ospedali, carceri, pozzi.

Ma il nostro scopo principale, quello di tutta la missione ISAF, era di addestrare le forze armate afghane, di esportare competenze, disciplina, arte della guerra, in modo che quel popolo ipotetico dotato di un’unità nazionale ipotetica e di una democrazia ancora più ipotetica potesse presto andare avanti da sé, difendere i suoi (i nostri?) valori in autonomia.

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