USTICA – La morte del maresciallo Dettori, il sardo che sapeva troppo. Dubbi sul suicidio. La notte della strage era in servizio al radar di Poggio Ballone

Roma, 7 dic 2021 – Il caso riaperto nel 2017 sulla richiesta della famiglia – Quella di Ustica non è solo una strage. O meglio, non è soltanto la morte delle 81 persone che, il 27 giugno del 1980, si trovavano a bordo del Dc 9 dell’Itavia Bologna-Palermo, finito in mezzo a un agguato internazionale, pianificato da alcuni Paesi della Nato, per eliminare il dittatore libico Muammar Gheddafi. Ustica è infatti molto di più.

È una spietata macchina infernale occulta che, per molti anni, ha umiliato la verità, ha avvelenato la democrazia, nascondendo prove alla magistratura e alle istituzioni repubblicane, intimidito chi sapeva e rubato la vita di chi poteva o voleva parlare. Quasi una malattia, un’infezione maligna che è arrivata fino ai gangli più segreti dello Stato. Ecco perché non ci sono soltanto i morti di Ustica, ma anche coloro che “sono morti di Ustica”.

Per il giudice Rosario Priore sono almeno 13 gli uomini la cui fine misteriosa è riconducibile alla tragedia del Dc 9 Itavia. Magistrato prudente e pragmatico, poco propenso alle suggestioni, Priore ha dedicato un capitolo della sua monumentale sentenza-ordinanza a queste vite spezzate e cancellate dalla memoria.

Le ha chiamate le “morti sospette”. Una strage silenziosa compiuta per nascondere la strage del 27 giugno. Una di quelle tredici vittime dimenticate è il maresciallo di seconda classe dell’A.M Mario Alberto Dettori. Sardo di Pattada, aveva 32 anni nel 1980. Il suo incarico operativo era “assistente controllore di difesa aerea”. Viveva a Grosseto. Una vita serena, la sua. Sposato con la signora Carla Pacifici, aveva tre figli: Barbara, Andrea e Marco. Tutti di lui dicevano che aveva un carattere allegro ed estroverso.

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