Giù le mani dai Carabinieri, i processi si svolgono in tribunale

Roma, 2 mag 2022 – Così il segretario generale di Usmia carabinieri Carmine Caforio che richiama la presunzione di innocenza “principio inviolabile costituzionalmente riconosciuto”

Il segretario generale Carmine Caforio dichiara: “Non vogliamo entrare nel merito delle vicende penali che lasciamo giudicare alla magistratura verso la quale riponiamo la massima fiducia.

In ogni modo, siamo sempre più convinti che la diffidenza, ormai dilagante tra gli appartenenti alle forze dell’ordine che spesso si trasforma finanche nel “timore” di operare con la necessaria determinazione, nasce, cresce e si diffonde a macchia d’olio soprattutto a causa della totale mancanza delle indispensabili tutele e garanzie alle quali si abbina un accanimento mediatico che, non di rado, “condanna” un presunto innocente ancor prima di essere processato”.

L’inarrestabile “tam tam” di notizie diffuse in tempo reale attraverso i social network, è diventato uno strumento incontrollato che esercita un “potere” illegittimo – particolarmente efficace – mediante il quale è possibile attingere anche dati personali di servitori dello Stato che, da quel momento in poi, saranno guardati da tutti con diffidenza e distacco. 

Proprio com’è accaduto qualche giorno fa a seguito di un’inchiesta scaturita dalle dichiarazioni di un pentito che vede coinvolti una decina di militari definiti da alcuni giornali “Una banda di carabinieri infedeli”.  Il titolo di un articolo più umiliante di una sentenza che, come se non bastasse, contiene i nomi di alcuni indagati ancor prima di un eventuale rinvio a giudizio; informazioni idonee a devastare la mente, l’immagine e la credibilità dei militari coinvolti, esponendoli, insieme ai loro familiari, anche al pericolo di ritorsioni.

In tale quadro, si ritiene importante porre in risalto l’Art. 27 co. 2 della Costituzione che sancisce il principio della presunzione di innocenza; principio, questo, rafforzato dalle nuove norme contenute nel D.lgs. 188/2021 che ha modificato il D.lgs. 10/2006 sull’organizzazione dell’ufficio del pubblico ministero. Tale norma è stata adeguata a quella comunitaria in materia di presunzione d’innocenza; essa, infatti, fa divieto “di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”.

Uscendo dall’aspetto prettamente tecnico giuridico, è bene evidenziare che un carabiniere colpito da un avviso di garanzia, purtroppo di garanzie ne ha ben poche, se non quella che affronterà – da solo e a proprie spese – l’odissea di un lungo ed estenuante procedimento penale al quale si aggiungeranno – quasi sicuramente – ulteriori provvedimenti amministrativi sia d’impiego, sia di natura disciplinare.

Provvedimenti che, spesso, risultano molto più afflittivi e dannosi di una vera e propria condanna. Parliamo di punizioni, rimozioni da incarichi di comando e trasferimenti disposti d’Ufficio per ragioni di opportunità o incompatibilità ambientale che, inevitabilmente, generano gravi disagi e scompiglio nelle famiglie degli sfortunati destinatari – ancorché innocenti – con ulteriori danni economici e di carriera, spesso irreparabili.

Ormai è noto a tutti quanto sia vulnerabile la posizione giuridica di un servitore della patria. Un aspetto che assume le forme di una preoccupante cultura che si è insinuata in un sistema di degrado sociale capace di indebolire la motivazione e persino l’audacia dei più tenaci investigatori. Come fare per mettere fuori gioco un carabiniere “scomodo” che impedisce ai criminali di agire indisturbati su un territorio?

Semplice: basta conoscere le regole dell’amministrazione militare e attendere il momento propizio… è sufficiente un video, una registrazione o anche una semplice foto, decontestualizzarne la parte della riproduzione che fornisce una visione distorta, abbinare un esposto/denuncia, e il gioco è fatto. In alcuni casi basta ancora meno: un errore investigativo a seguito di un’intercettazione interpretata male, ovvero una dichiarazione accusatoria, “qualificata”, ritenuta attendibile, ancorché priva di riscontro, solo perché pronunciata da uno pseudo-pentito.

Usmia carabinieri, rivolgendosi alle autorità politiche e militari di riferimento, denuncia una forte preoccupazione causata da una grave e crescente demotivazione che si sta diffondendo tra gli appartenenti alle forze dell’ordine. Infatti, uomini e donne in uniforme non si sentono più tutelati da nessuno, compresa la scala gerarchica che, anche a causa di un contesto istituzionale fortemente indebolito, risulta essere sempre più distaccata e puramente formale.

Una condizione che indebolisce la coesione rendendo meno efficace l’azione degli operatori di polizia, mentre, dall’altro lato, rafforza l’arroganza di chi delinque, il tutto a discapito della sicurezza del territorio e dei nostri cittadini.

Carmine Caforio, conclude: “Se non vogliamo far estinguere per sempre i veri “sbirri”, quelli che non esitavano a irrompere in un’abitazione di criminali, quelli che riuscivano a penetrare negli ambienti malavitosi, quelli che non temevano di affrontare un prepotente in procinto di commettere un delitto, quelli che non indietreggiano di fronte ad un prevaricatore, quelli pronti a morire per proteggere il prossimo e salvaguardare la Giustizia, bisogna tutelarli e – sino a prova contraria – credere fermamente nella loro innocenza”. <<<FONTE>>>

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