PREGHIERA E RIFLESSIONE PER I TUTORI DELL’ORDINE. (Intervento di Cleto Iafrate)

Roma, 21 dic 2022 – Nei giorni scorsi si è tenuto a Pescara un evento dal titolo “Preghiera e riflessione per i tutori dell’ordine”. Tra i relatori, il nostro amico Cleto Iafrate, fondatore dell’Osservatorio Suicidi in Divisa, di seguito il testo integrale del suo intervento:

Saluto tutti i presenti e ringrazio il Commissario Ennio Di Francesco per avermi invitato. Quando Ennio mi ha detto che l’evento si sarebbe tenuto all’intero dell’Auditorium di una parrocchia, alternando momenti di preghiera e di riflessione spirituale per concludersi con la Santa Messa, celebrata dall’arcivescovo metropolita Tommaso Valentinetti, ho pensato che non c’era migliore occasione per guardare al malessere dei tutori dell’ordine da una diversa angolazione: quella suggerita dal messaggio evangelico.

Vado subito al cuore dell’argomento di cui voglio parlare.

 

Ho iniziato ad interessarmi e a riflettere sul malessere dei tutori dell’ordine, che spesso sfocia nei suicidi, circa nove anni fa per mera curiosità. Stavo leggendo le varie Relazioni sullo stato della disciplina militare (sono dei documenti che il Ministro della Difesa annualmente trasmette al Parlamento, lo prevedono i regolamenti militari[1]) e fu allora che mi imbattei nei numeri allarmanti dei suicidi militari. Personalmente, rimasi turbato nell’apprendere che solamente nell’anno 2010 all’interno dell’Arma dei Carabinieri, che ha un organico di circa cento mila militari, ben 22 di essi avevano deciso di togliersi la vita.

Il dato equivale ad una percentuale ben quattro volte superiore alla media nazionale, che era di circa 5 eventi ogni cento mila cittadini.

Io feci delle riflessioni: com’è possibile che ci siano tutti questi suicidi se per accedere nei corpi militari bisogna superare dei test psicoattitudinali assai severi e selettivi, che non sono proprio alla portata di tutti. Da qui la deduzione che i problemi che spingono alcuni tutori dell’ordine a compiere l’estremo gesto, probabilmente, insorgano in un momento successivo all’arruolamento.

Ancora più sconvolgente era il fatto che tutti questi morti fossero degli “invisibili” di cui nessuno parlava. Nessuno voleva occuparsi di loro. Non se ne parlava sulla stampa, l’argomento era un tabù.

Ritenni inaccettabile che un fatto di una tale gravità dovesse rimanere sconosciuto ai più.

Fu proprio quello il momento in cui decisi di occuparmi del fenomeno dei suicidi dei tutori dell’ordine.

Qualche tempo dopo creai un Gruppo Facebook denominato, “Osservatorio Suicidi in Divisa”, dove pubblicavo le varie notizia che trovavo sulle fonti aperte. Non intercettavo tutte le notizie, ma solo quelle che comparivano su fonti aperte. Infatti, molte non vengono pubblicate per volontà dei familiari.

Ma queste notizie che pubblicavo non ricevevano alcuna eco da parte della stampa e degli addetti ai lavori. Dunque nel 2019 decisi di pubblicare le varie notizie in ordine progressivo su un unico documento. Questa, probabilmente, fu una buona idea, perché da quel momento queste notizie iniziarono a destare un maggior interesse. Oggi l’argomento non è più un tabù; infatti, convegni e eventi come questo si tengono quasi settimanalmente.

Qual è la situazione dei suicidi in divisa oggi?

Nell’anno in corso siamo già arrivati a quota 68, e siamo ancora a novembre; l’anno scorso il gesto estremo è stato compiuto da 57 cittadini in divisa, nel 2020 sono stati 51 e nel 2019 ben 69 cittadini in divisa hanno deciso di togliersi la vita. Questi numeri sono certamente sottostimati, perché come detto non tutti gli eventi vengono resi noti, per diverse ragioni.

Da quando ho fondato l’Osservatorio mi sono reso conto che il suicidio è un fenomeno multifattoriale molto complesso. Ad incidere su queste tragedie familiari concorrono almeno tre grandi fattori.

  1. Fattori riconducibili a pesanti situazioni personali e familiari; per esempio, una separazione, una malattia incurabile, un lutto improvviso.
  2. Fattori riconducibili allo stress connesso al lavoro svolto, nel corso del quale si è spesso a contatto con la sofferenza e la morte, con l’aggravante di avere un’arma carica sempre a disposizione.
  3. Fattori che possiamo definire “ordinamentali”. Si tratta di fattori più specifici e riconducibili ad alcune gravi ed anacronistiche storture, purtroppo, ancora presenti nell’ordinamento giuridico militare e, in generale, negli ordinamenti che regolano la vita del personale che appartiene a corpi rigidamente gerarchizzati.

È di questi fattori, meno noti e ancora tutti da approfondire, che voglio parlarti.

Per ordinamento giuridico si intende il complesso delle norme che regolano la vita dei cittadini appartenenti ad uno Stato o, più in generale, ad una comunità. L’ordinamento giuridico dello Stato italiano poggia su una norma fondamentale, che è la Carta Costituzionale; essa ricomprende diritti, doveri, organi e istituzioni.

Nel corso della storia in molti si sono posti il problema di come debba essere l’ordinamento giuridico ideale. Personalmente, ritengo che un ordinamento giuridico debba essere una specie di “abito” fatto su misura per l’uomo.

Dunque, prima di rispondere a quella domanda, dobbiamo chiederci com’è l’uomo, quali sono le sue “misure” e soprattutto i suoi “difetti fisici”; in modo da individuare l’ordinamento giuridico che possa calzargli a pennello.

In questa impresa i Sacri testi possono offrirci un grosso aiuto. D’altronde, nessuno conosce “le misure” dell’uomo meglio del suo Architetto.

Nel Vangelo di Matteo 15,19, in un famoso discorso alle folle, il Signore Gesù ci dice che “dal cuore dell’uomo vengono pensieri malvagi, omicidi, adulteri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni.” Dello stesso tenore il brano parallelo dell’evangelista Marco, il quale parla anche di cupidigie,  inganno, invidia, calunnia, superbia” (Mc 7, 2122).  L’uomo, dunque, come dice il profeta Geremia, è ingannevole più d’ogni altra cosa ed insanabilmente maligno (Geremia 17,9).

Ebbene, intorno a queste “misure” bisogna “cucire” un ordinamento giuridico che abbia la migliore vestibilità.

In realtà, i nostri Padri Costituenti avevano ben in mente queste imperfezioni umane, ne avevano visto gli effetti nel corso del secondo conflitto mondiale. Infatti, non solo hanno disegnato un progetto, la Carta Costituzionale, che prevede una serie di principi fondamentali, ma hanno anche previsto tutto un sistema di pesi e contrappesi, di poteri e contropoteri atti a neutralizzare le spiccate tendenze umane appena rivelate.

Si pensi alla tripartizione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Se i tre poteri fossero nelle mani di una sola persona, noi non saremmo dei cittadini, ma saremmo dei sudditi.

Si consideri il principio di legalità, cui si ricollegano quelli di tassatività ed irretroattività. Pensate a come sarebbe la nostra vita se le infrazioni penalmente rilevanti non fossero tassativamente tipizzate, ma decise di volta in volta dalla stessa autorità che ha il potere di contestarle. 

E ancora, pensate se non potessimo contare sul principio di presunzione di innocenza; oppure se a giudicarci non fosse un giudice terzo e imparziale, ma la stessa autorità preposta a comminare la sanzione; o, peggio, se a giudicarci fosse un giudice con cui abbiamo una grave inimicizia e l’ordinamento ci impedisse di ricusarlo. Immaginate se il vostro capo ufficio, pur non essendo né medico e né infermiere, potesse spedirvi d’autorità da uno psichiatra che oltre al giuramento di Ippocrate ha fatto anche un giuramento militare al quale il più delle volte dà più importanza. E ancora, pensate se non ci fossero i sindacati a contenere le cupidigie e le bramosie di carriera dei datori di lavoro, chissà quali e quante pressioni si avrebbero sui dipendenti.

In un siffatto ordinamento giuridico, come ci sentiremmo? Forse avremmo l’impressione di vivere costantemente in una condizione di ingiustizia. Ciò in quanto quei sentimenti sintetizzati dal profeta Geremia che connotano tutti noi, non avendo argini di contenimento, troverebbero ampi spazi per esprimersi ed espandersi.

Dunque, possiamo affermare che l’ordinamento giuridico dello Stato italiano ha tenuto conto della “morfologia” dell’uomo, dei suoi difetti, delle sue passioni e ha cercato in tutti i modi di neutralizzarli, attraverso la previsione di una serie di principi e di regole di garanzie, per evitare il ripetersi di ogni forma di autoritarismo che aveva connotato il periodo precedente.

Tuttavia, annidato in seno all’ordinamento giuridico statuale v’è l’ordinamento giuridico militare, di cui non possiamo dire lo stesso.  Infatti, nell’ordinamento giuridico militare (e in tutti gli ordinamenti caratterizzati da una rigida gerarchizzazione) tutti quei principi e quelle tutele presenti nell’ordinamento giuridico statuale sono molto affievolite.

La distanza tra i due ordinamenti giuridici traspare in maniera più marcata quando si vanno ad analizzare i quattro momenti che maggiormente incidono sulla realizzazione professionale e sul benessere personale e familiare del militare; cioè:

  1. i trasferimenti di sede, da cui dipende la serenità familiare del militare;
  2. i giudizi annuali caratteristici, da cui dipende la sua giusta retribuzione (in quanto i giudizi sono determinanti per la progressione di carriera del militare);
  3. le sanzioni disciplinari, da cui può dipendere addirittura il suo posto di lavoro. Infatti, una sanzione, oltre ad avere un effetto devastante sulla carriera del militare, costituisce il presupposto per l’abbassamento delle sue note caratteristiche; e con un giudizio di “inferiore alla media” reiterato si rischia di perdere il posto di lavoro.
  4. le benemerenze di servizio, anch’esse condizionano sia la retribuzione che la possibilità di vedersi accolta l’istanza di trasferimento presso la sede richiesta.

In ciascuno di questi quattro momenti, di cui ho parlato più ampiamente nel corso di due precedenti eventi e a cui rimando[2], l’ordinamento giuridico militare garantisce all’autorità militare la più ampia discrezionalità, spesso in deroga ai principi basilari dell’ordinamento statuale. Pertanto, non si può escludere che in questi momenti possano insorgere situazioni di discriminazione, di sopraffazione e di mortificazione del personale militare con possibili e prevedibili conseguenze nella sfera personale e professionale.

Situazioni queste che da sole, certamente, non rappresentano un fattore suicidario a se stante, ma nel complesso possono costituire un fattore di potenziamento dello stress derivante dal lavoro svolto e dai problemi personali e familiari. 

L’aggravio di stress non è l’unico effetto prodotto dall’ordinamento giuridico militare, ve ne sono altri ancora più importanti.

A tal proposito il Vangelo ci racconta un avvenimento realmente accaduto che dovrebbe indurci ad una seria riflessione. Soprattutto in considerazione del fatto che quando si parla di obbedienza militare non ci si riferisce solo a quella del fante o dell’alpino di montagna, ma anche quella della polizia giudiziaria ad ordinamento militare che, in forza dei suoi poteri, è in grado di imprimere direzione e verso alle indagini di polizia.

Il Vangelo di San Matteo 28, 11-14 racconta che “alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del Governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione»”.

Il Vangelo di Matteo impone alcune riflessioni.

I militari riferiscono ai capi dei sacerdoti una verità storica, ma i capi dei sacerdoti ordinano loro di sostenere una tesi processuale; ciò in quanto la notizia della sparizione di quel cadavere avrebbe creato loro grave imbarazzo.

La scaltrezza dei capi dei sacerdoti emerge anche quando Pilato dice: “mettetelo voi a morte, io non trovo in lui alcuna colpa”. E loro rispondono: “noi non abbiamo il potere di mettere a morte nessuno”. Però, volevano che fosse Pilato a farlo. Volevano, cioè, realizzare i loro progetti criminosi senza entrare nel pretorio per non contaminarsi (Gv. 18,28.); cioè, senza esporsi, per non compromettersi.

Per questo loro modo di agire, i capi dei sacerdoti potrebbero essere considerati i progenitori degli attuali poteri forti.

A tal proposito faccio notare che, nonostante il comandante diretto dei militari posti a guardia del sepolcro fosse Pilato, l’ordine di sostenere la tesi processuale promana dai sacerdoti.

In realtà, i militari sono da sempre molto corteggiati dai capi dei sacerdoti di turno. Ciò in quanto l’uniforme che indossano li rende testimoni qualificati e credibili, mentre l’assenza di tutele e la disciplina ferrea, cui sono sottoposti, impongono loro fedeltà assoluta e incondizionata alla catena gerarchica, il cui ultimo anello è, da sempre, assai contiguo a quegli stessi sacerdoti.

Per concludere, l’ordinamento giuridico militare è in grado di anestetizzare ogni limite posto al dovere di disobbedienza del militare, “riducendolo in un docile esecutore di un’altrui volontà alla quale egli è costretto a piegarsi”[3].

In tutto questo discorso, i fattori suicidari, cosiddetti “ordinamentali”, sono il prezzo da pagare per tenere in vita un ordinamento di dubbia costituzionalità, oltre che antievangelico, in quanto non assicura ai suoi destinatari le stesse garanzie e le medesime tutele che l’ordinamento statuale garantisce ad ogni altro cittadino.

Pescara, 24 novembre 2022

                                                                                                                 Cleto Iafrate

Note

[1] Articolo 10, comma 2, del Codice dell’Ordinamento Militare, di cui al decreto legislativo 15/03/2010, n. 66.

[2] In occasione di un evento organizzato da Giovanni Alfano, Segretario generale regionale COISP Molise, testo dell’intervento:    

https://www.sibas.info/wp-content/uploads/2021/05/INTERVISTA-COISP_SIBAS-1.pdf (pagg. 5 e sgg.) ed a margine dell’evento: “Suicidi in divisa: Analisi, gestione e prevenzione del fenomeno”, organizzato a Viareggio il 27 novembre 2021 dal Nuovo Sindacato dei Carabinieri, testo dell’intervento:

https://www.sibas.info/wp-content/uploads/2021/11/INTERVENTO-IAFRATE-AL-CONVEGNO-DEL-NSC.pdf (pagg. 2 e sgg.).

 [3] Per un ampio approfondimento sul tema dell’obbedienza militare: 

http://www.dirittoequestionipubbliche.org/page/2016_n16-2/b-studi_03%20Iafrate.pdf

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