Aeronautica Militare – Il Terzo Stormo lascia l’Afghanistan

Roma, 11 ago 2021 – Missione terminata, anche se gli effetti, purtroppo, si vedono nelle recenti notizie di una recrudescenza del terrorismo talebano. Le truppe americane e della Nato si stanno ritirando dall’Afghanistan e con loro sono rientrati i militari del Terzo Stormo dell’aeronautica di Villafranca. Gli uomini della base di Caluri di Villafranca di Verona partecipavano alle operazioni della Nato avviate nel 2005 per la ricostruzione e la riorganizzazione delle istituzioni dell’Afghanistan, dopo la guerra innescata dall’attentato delle Torri gemelle, l’11 settembre 2001.

Tra gli obiettivi c’erano anche il contrasto al terrorismo talebano e, dal 2016, il passaggio di consegne della gestione della sicurezza alle forze armate e alle istituzioni afghane. In tutto questo il Terzo Stormo ha svolto un compito fondamentale. In Afghanistan dal marzo 2005, per l’operazione «Enduring freedom», non appena giunto a Herat ha allestito nel nulla, in neppure due mesi, il terminale aeroportuale con il «Camp Arena», così chiamato in omaggio a Verona: da una pista di atterraggio appena segnata e piena di buche nel deserto tra i monti, ha costruito un campo aeronautico con tende per le operazioni militari, alloggi, mense e strutture di servizio.

Le mansioni del Terzo, infatti, sono quelle della logistica di proiezione: «Siamo sempre i primi ad arrivare sul posto e gli ultimi ad andarcene», spiega il colonnello Giovanni Luongo, dall’anno scorso comandante della base di Caluri. I suoi militari provvedono a tutto ciò che serve alle pattuglie di volo e ai soldati in missione italiani e alleati. E così hanno montato tende per la comunicazione e la gestione delle operazioni, per gli alloggi e per le mense campali; hanno costruito la pista diventata ponte aereo per il trasporto di materiali e persone, e la cinta di sicurezza. Si sono occupati di tutto, dalla bonifica del territorio alla rete fognaria, dal supporto al volo e ai militari al disallestimento finale.

Hanno provveduto anche alla popolazione locale con servizi ambulatoriali e di pronto soccorso. Il tutto in «uno dei teatri operativi più complessi dello scacchiere internazionale», continua Luongo. Dal 2015, la missione è diventata «Resolute support», incentrata sull’addestramento, sulla consulenza e l’assistenza alle forze armate e alle istituzioni afghane con il passaggio anche dello scalo di Herat dalle forze della coalizione a quelle appunto afghane.

Ora si torna a casa. Con quale stato d’animo? «Per un reparto come il nostro è normale arrivare, partire e cambiare spesso teatri di operazioni», continua Luongo. «La fine di una missione genera sentimenti contrastanti. Da un lato il dispiacere di salutare persone con cui hai trascorso tempo ed esperienze indimenticabili, persone che sono diventate più che semplici colleghi e dalle quali ci si separerà una volta rientrati in patria; dall’altro, ovviamente, c’è il piacere di ritornare dai propri affetti».

Perché non è facile partire per una missione con turni che variano da poche settimane a diversi mesi: «Stare lontani da casa non è semplice. Si riesce a tenere i contatti con qualche telefonata, ti confortano i legami che si instaurano con i colleghi che a volte durano tutta la vita. All’interno della missione assegnataci, inoltre, sussistevano due difficoltà: quella tecnica, legata alla necessità di costruire in tempi rapidi un aeroporto attrezzato di tutti i servizi partendo da zero, e allo stesso tempo muoversi e operare in un contesto nuovo e caratterizzato da un livello di minaccia insidiosa e imprevedibile tipica di scenari di conflitto».

Il Terzo stormo ha dato un contributo significativo in Afghanistan in questi anni ottenendo apprezzamenti di autorità militari e istituzioni: «Non posso che sentirmi orgoglioso per l’efficienza e l’efficacia nella conduzione dell’operazione», conclude Luongo ricordando la cerimonia di ammainabandiera, l’8 giugno, nella base italiana di Herat dove in vent’anni si sono avvicendati cinquantamila uomini e donne in divisa. «Il rientro è stato un momento toccante e straordinario. Si chiude un capitolo significativo della nostra storia. Al termine di questa missione ed esperienza umana e professionale a noi rimane la consapevolezza di essere riusciti a portare a termine e a svolgere nel migliore dei modi il compito assegnatoci e di aver contribuito ad aiutare la popolazione afghana» (larena.it).

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