Le forze armate italiane impreparate alla guerra: ecco che cosa rischiamo

Roma, 30 mar 2022 – La guerra in Ucraina e la mobilitazione della Nato hanno costretto anche l’Italia a impegnarsi per portare la sua spesa militare al 2% del PIL, la percentuale che gli Stati Uniti raccomandano agli alleati europei, per evitare a Washington di accollarsi una frazione eccessiva della difesa altrui. L’attuale percentuale sul PIL degli investimenti italiani nella Difesa, l’1,4 %, è pari a 25 miliardi di euro, che coi nuovi obbiettivi salirebbero a 38 miliardi annui. 

Per il nostro Paese sarebbe l’occasione di irrobustire uno strumento militare molto professionale ma con limitazioni numeriche. Da quando il servizio di leva è stato sospeso (ma non abolito) nel 2005, le forze armate hanno dovuto bilanciare la destinazione degli stanziamenti fra le spese aggiuntive per un personale totalmente professionale e l’acquisizione di nuove armi, talvolta però in numero insufficiente.

Si è pensato che sarebbe stato superfluo preoccuparsi di una grande guerra in Europa, in cui contasse anche la quantità, e, dovendo trarre il massimo da fondi limitati, si è puntato molto sulle missioni internazionali che hanno il duplice vantaggio di assicurare al Paese visibilità geopolitica, anche impegnando forze limitate, nonché di garantire esperienze di addestramento in svariate aree geografiche.

L’Italia è in prima fila nelle missioni all’estero e anche negli ultimi giorni abbiamo visto la fregata Rizzo della Marina Militare raggiungere il Golfo di Guinea per una nuova missione antipirateria, incarnazione della salvaguardia di un’area di interessi identificata col cosiddetto “Mediterraneo allargato”, che al di là di Gibilterra abbraccia acque e coste attorno all’Africa.

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